26 06 2005 - VOLPE 132: VADEMECUM PER CHI VUOLE (DAVVERO) INDAGARE

Armi cinesi per ammazzare il sostituto di punta della DDA di Reggio Calabria. Kalashnikov speciali, in dotazione all’esercito cinese. Bazooka, in grado di perforare come burro un’auto blindata. E ancora: gas nervino, gelosamente custodito da un personaggio misterioso a quanto pare legato alla CIA. E inoltre: rifiuti tossici di ogni tipo, tanto clandestinamente quanto liberamente passanti per il porto di Gioia Tauro, in attesa di essere comodamente stoccati negli accoglienti siti della Somala, con affari d’oro per i “signori della guerra” e per le mafie.
Dove stava davvero andando la nave, secondo i testimoni oculari quasi certamente la motonave “Lucina”, che la notte del 2 marzo 1994 fu intercettata nel braccio di mare di Capo Ferrato dall’elicottero della Guardia di Finanza Agusta A 109 “Volpe 132”, pilotato dai valenti piloti Gianfranco Deriu e Maurizio Sedda, prima di scomparire misteriosamente nel cielo?

La destinazione usuale dei viaggi del “Lucina”, motonave utilizzata dalla SEM Molini Sardi, società della famiglia Cellino, per i trasporti di granaglie e semolino, era l’Algeria, ma quella notte, secondo la versione del “pentito” Gianni Zirottu, la nave stava andando in Libia, carica di armi e di “uranio” – e poteva ben trattarsi di scorie radioattive – con a bordo nientemeno che un mafioso della famiglia Santapaola di Catania.
In realtà Zirottu seguiva il cargo solo da terra, ed è arduo che questo potesse realmente portarsi in Libia, dato che avverso Gheddafi vi era l’embargo americano e la Sesta Flotta statunitense controllava strettamente il traffico navale verso il paese africano, mentre da ultimo la commissione d’inchiesta sull’eccidio di Ilaria Alpi e Miriam Hrovatin, avvenuto in Somalia probabilmente perché costoro sapevano troppo su certi traffici di rifiuti radioattivi approdanti in quel martoriato paese africano attraverso navi italiane, avrebbe individuato proprio la Somalia come possibile punto d’approdo del “Lucina”.
La stranezza che oggi emerge è che è ufficialmente acclarato che la ‘ndrangheta, nell’operazione intesa a far fuori il sostituto procuratore Nicola Gratteri, PM di Reggio Calabria che ha messo in catene centinaia e centinaia di narcotrafficanti, avrebbe potuto usare, tra le altre, armi di fabbricazione cinese in suo possesso, e che è cosa ben nota che nella zona di Bosaso, proprio dove avvenne l’esecuzione di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin, si è intensificata negli ultimi anni la presenza di miliziani cinesi, approdati col pretesto di proteggere alcune missioni umanitarie che la Cina ha in zona, e che peraltro i paramilitari cinesi sono sempre più numerosi anche in Sudan, nella martoriata zona del Darfur, dove Pechino ha precisi interessi petroliferi.
Dalla Calabria (in particolare dal porto di Gioia Tauro, uno dei più trafficati porti commerciali del Mediterraneo) alla Somalia il tragitto è praticamente in via retta, verso il Mar Rosso, su una rotta che oltre tutto è poco trafficata dalla Sesta Flotta americana, mentre il problema dei cinesi presenti in Somalia è proprio come far arrivare laggiù, in via ufficiosa (dato che i miliziani ufficialmente non sarebbero miliziani), le armi necessarie, cosa non possibile attraverso il brulichio di Paesi musulmani che si trovano nel tragitto più breve tra la Cina e il Corno d’Africa, poco amici di Pechino per via della netta ostilità dei cinesi agli islamici.
Il problema è tosto risolvibile, da Pechino, attraverso le rotte della sterminata Russia, un paese che, proprio come la Cina, ha seri problemi con gli islamici, e di lì, attraverso la Polonia, in Germania, quindi in Italia, dove da tempo porto eletto per le operazioni di trasporto poco dichiarabili è il porto di una città del Nord Italia, città dove, guarda caso, opera da tempo un personaggio originario di Oristano, ma da sempre in solidi contatti con la ‘ndrangheta e in particolare con la cosca dei Piromalli, proprio quella che da sempre controlla il porto di Gioia Tauro, in Calabria.
A Olbia, porto trafficatissimo e sempre meno controllabile, sono state poi trovate ben più che vistose tracce della presenza equivoca di mafiosi e agenti segreti russi, che in queste operazioni erano alleati sicuramente coi cinesi, e ciò rimanda alle dichiarazioni di Zirottu, laddove questi afferma che la nave che egli stava seguendo via terra la sera dell’abbattimento di “Volpe 132” era prima passata per Olbia.
Infine, occorre considerare che, per una nave che trasporti merci difficili da dichiarare presso la Guardia di Finanza o qualunque altra autorità la modalità più sicura per navigare era ed è la navigazione sottocosta, agevole sulla costa orientale della Sardegna, così come sulla lunghissima costa settentrionale della Sicilia, barcamenandosi lungo la quale si può alfine arrivare in Calabria, proprio a Gioia Tauro, magari anche per consegnare alla ‘ndrangheta i suoi rifornimenti di armi, che sembrano inesauribili. Forse era questa la rotta che il “Lucina”, quella notte, doveva affrontare?
La cosa andrebbe appurata con più stringenti indagini, per quanto oggi rese ardue dallo sterminio dell’intero equipaggio della motonave avvenuto nel luglio 1994 nei pressi di Algeri, ufficialmente ad opera degli integralisti islamici algerini, in realtà secondo “dritte” provenienti da una “gola profonda” dello MI6, il servizio segreto britannico, ad opera di emissari del servizio segreto algerino, ossia di un paese fortemente contrapposto agli islamici, e perciò oggettivamente alleato dei russi e dei cinesi, laddove la presenza ufficialmente solo “commerciale” di questi ultimi in Algeria è da tempo discreta, ma intensa.
Tra l’altro, se bisogna, ancora, prestar fede alle parole del “pentito” Zirottu, l’elicottero della Guardia di Finanza sarebbe stato abbattuto con un missile direttamente dalla nave, e questa è operazione semplice se si dispone di quei piccoli lanciamissili portabili a spalla, di fabbricazione cinese, di cui è divenuto poi comune l’uso in Medio Oriente e in ogni tipo di guerriglia.
Altri elementi:
– A Oristano, città di origine del faccendiere che forse cooperò alle suddette attività furono scoperte le tracce di intense attività di riciclaggio di denaro sporco, in immobili, da parte della ‘ndrangheta, ed inoltre in quella città avevano base alcuni trafficanti di droga che sarebbero risultati acquistare massicci quantitativi di cocaina proprio dalla ‘ndrangheta;
– da quella stessa città pare anche con la cooperazione di magistrati, ebbe origine il depistaggio delle indagini sull’abbattimento di “Volpe 132”, costituito dal furto, all’eliporto di Fenosu, di un elicottero Agusta A 109 uguale preciso al “Volpe 132”, di proprietà di una società legata ai servizi segreti, poi ritrovato a Quartu Sant’Elena privo di alcuni pezzi, i quali furono calati nel braccio di mare di Capo Carbonara per far credere che l’elicottero della Guardia di Finanza era caduto da quelle parti;
– il boss della ‘ndrangheta Giuseppe Piromalli, probabilmente diretto beneficiario e intenso collaboratore dei trasporti illegali di armi e materiale radioattivo, nel 1992, in occasione dell’inchiesta del giudice di Palmi Agostino Cordova sulla massoneria deviata (di cui, in Calabria, erano evidenti i legami con la ‘ndrangheta), ebbe a che fare con un notissimo personaggio cagliaritano, aderente alla massoneria, che proprio in quegli anni mise a segno consistenti investimenti, con mezzi che apparivano palesemente al di sopra delle proprie possibilità pur notevoli;
– Massimo Cellino e la sorella Lucina, quali amministratori della SEM Molini Sardi, furono arrestati nel maggio 1994 con l’ipotesi di reato di truffa all’AIMA in relazione alla pretesa mancata spedizione in Algeria di talune partite di granaglie e semolino apparentemente risultanti dalla contabilità ma nessuno tenne in debito conto l’ipotesi che qualcuno potesse, all’insaputa di Cellino, aver svolto col “Lucina” operazioni inconfessabili, per poi cancellarne le tracce facendo risultare nella contabilità della SEM Molini Sardi un’operazione inesistente;
– l’equipaggio della motonave “Lucina”, tutto di origine napoletana, risultava composto per intero di appartenenti all’organizzazione “Stay Behind”, meglio nota come “Gladio”;
– è comunque impensabile che la navigazione, fuori dalle rotte consuete, di navi recanti carichi “sospetti” abbia potuto aver luogo senza qualche “compiacenza” all’interno di taluni settori della Guardia di Finanza, probabilmente legati alla massoneria, e questo spiegherebbe anche gli ostacoli insorti alla ricostruzione dei fatti della notte del 2 marzo 1994, dalla sparizione dei tracciati radar inerenti alla rotta seguita da “Volpe 132” al mancato chiarimento circa quale fosse realmente la missione in cui l’elicottero, seguito via mare dalla motonave “Colombina”, fosse quella notte impegnato;
– le secche in cui si arenarono le indagini della Procura Militare e poi anche della Procura ordinaria di Cagliari, un po’ per i depistaggi, un po’ per scarso acume degli investigatori, portarono per anni, e prima che testimoni oculari chiarissero definitivamente la situazione, a individuare Capo Carbonara come sito di caduta di “Volpe 132”, cosa che potrebbe aver dato a chi era coinvolto mani e piedi nella vicenda il tempo di far sparire dalla zona di Capo Ferrato ogni traccia;
– personale della Guardia di Finanza che lavora proprio nel settore dei controlli portuali, animato peraltro da un sordo rancore nei confronti dei vertici del corpo per come è stata gestita la vicenda “Volpe 132”, assicura che gli elicotteri Agusta A 109 all’epoca in dotazione alla Guardia di Finanza erano il meglio di cui tecnicamente il corpo potesse disporre, e che Gianfranco Deriu e Maurizio Sedda erano tra i migliori piloti della GdF, cosa che miseramente smentisce le tesi di un guasto all’elicottero o di un’inadeguatezza dei piloti che pure erano state adombrate da chi voleva pervicacemente escludere l’ipotesi dell’abbattimento;
– nonostante Massimo Cellino si sia sempre dichiarato innocente, il processo contro costui fu chiuso nel 1999 da un patteggiamento che importò la derubricazione delle accuse più gravi, laddove non può escludersi che Cellino sia stato fatto oggetto di ricatto in relazione a talune situazioni per farsi carico della situazione ed evitare ulteriori indagini, specie in sede dibattimentale;
– l’ex “gladiatore” Stefano Antonino Arconte, che si fece palese nella sua qualità ed iniziò a raccontare in dettaglio le “imprese” condotte militando in “Stay Behind”, svelando peraltro la connessione tra l’equipaggio del “Lucina” (e in particolare il suo amico Gaetano Giacomina) e “Gladio”, fu stranamente fatto oggetto di procedimenti giudiziari per spaccio di stupefacenti basati, a suo dire, su accuse calunniose, riportando ciononostante condanna per spaccio di droga, mentre in un successivo procedimento per calunnia nei confronti della persona che l’aveva accusato, l’Arconte veniva assolto;
– un alto magistrato cagliaritano, lo stesso dell’affare del tappeto persiano di cui riferiamo in altro post, una persona vicina al quale svolse poi, forse in modo infedele, compiti di rilievo nelle indagini inerenti al procedimento contro Massimo Cellino, fu l’anima nera che determinò la condanna di Arconte presso il Tribunale di Roma per calunnia in danno di magistrati e inquirenti oristanesi, e, guarda caso, proprio Oristano fu la città dove ebbe base il tentativo di depistaggio basato sul furto dell’elicottero Agusta A 109 “gemello” di Volpe 132.
Vi sarebbe dell’altro, ma è storia recente. Resta solo il fatto che, come si è visto, gli spunti di indagine sono davvero parecchi, e che con questo materiale a disposizione, se si vuole approdare a risultati meno deludenti di quelli ottenuti finora dalla Procura di Cagliari, lo si potrebbe forse fare; il problema è se lo si vuole fare.