Sconvolgenti scoperte circa il mistero che circonda l’esplosione in cielo, la notte del 2 marzo 1994, dell’elicottero della Guardia di Finanza Agusta A 109 “Volpe 132″.
Fino a ieri, si pensava semplicemente che le tracce del traffico d’armi che starebbe dietro la vicenda portassero in Algeria, al massimo in Libia, ma nuovi elementi fanno stagliare netto sullo sfondo il profilo dell’ultima superpotenza comunista: la Repubblica Popolare Cinese.
Nel mirino, l'”anomala” presenza dei cinesi, arrivati prima sotto forma di tecnici e ingegneri della società petrolifera di stato e di aiuti umanitari, quindi anche sotto forma di ingenti truppe presenti al di fuori di ogni ufficialità nella tormentata zona del “corno d’Africa”, segnatamente in Somalia, nella zona di Bosaso, epicentro, nel 1994, della disfida tra i due “signori della guerra” che si contendevano il Paese dopo la caduta del dittatore Siad Barre, Ali Mahdi, che prevarrà e Mohammed Farad Aidid, alla fine trattato come un criminale di guerra.
Inquietante presenza, quella dei cinesi, che conosce oggi un tragico “bis” nella situazione del Darfur, dove viene perpetrato un genocidio, ad opera della maggioranza musulmana del Sudan, nel silenzio della comunità internazionale, forse proprio perché non bisogna disturbare la potentissima Cina, con cui oggi tutti i Paesi occidentali vogliono commerciare, le cui truppe per un verso presidiano i pozzi petroliferi, per altro verso favoriscono la politica criminale dei musulmani sudanesi, non esenti da legami con Osama Bin Laden, che tra Somalia e Sudan ha bazzicato parecchio prima di stabilirsi nell’Afghanistan dei Talebani.
Il “Lucina”, che molto probabilmente era la nave che l’elicottero della Guardia di Finanza pilotato da Gianfranco Deriu e Fabrizio Sedda stava seguendo dal cielo prima di esplodere misteriosamente in volo, secondo voci che stanno ricevendo credito presso la Commissione parlamentare di inchiesta sull’esecuzione, proprio in Somalia e proprio in quell’epoca, di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, dopo quella vicenda e prima dei tragici eventi di Algeri, allorquando l’intero equipaggio della nave fu trovato sgozzato, avrebbe operato, appunto, in Somalia, confusa nell’ambito delle misteriose sette navi della “Shifco” su cui Ilaria Alpi indagava, avendo strappato numerose informazioni compromettenti al cosiddetto “Sultano” di Bosaso.
Il Lucina, nave di solito utilizzata dalla ditta Cellino, ma non sotto il suo diretto controllo – l’equipaggio era interamente napoletano e con la significativa presenza di un “gladiatore”, Guido Giacomina, scampato al massacro di Algeri perché sbarcato – trasportava non solo semolino, destinato all’importazione in Algeria, ma anche granaglie grezze, laddove è noto agli esperti del settore che la Cina era, ancora all’epoca, uno dei massimi esportatori di frumento, sebbene il cambiamento di congiuntura, e il notevole innalzamento del tenore di vita dei cinesi, abbia portato l’ex impero di Mao a divenire addirittura paese importatore.
Nulla di strano che, come nel caso della tragedia di Algeri (dove fu rilevato un ammanco di centinaia di tonnellate di semolino rispetto al carico dichiarato), vi siano stati trasporti di granaglie Cinesi in Somalia, giustificati dall’impegno umanitario della Repubblica Popolare nella regione, in realtà in parte destinati a occultare le armi inviate dagli stessi cinesi, che a quanto pare non fornivano produzione propria, ma acquistavano in Italia, probabilmente dalla Oto Melara, più che altro come “mediatori” per alcuni Paesi musulmani, ma con forte presenza cinese, del Sud-Est asiatico (quali la Malaysia, Singapore e l’Indonesia), che avevano un diretto interesse a interferire nella situazione somala.
Probabilmente è questo che Ilaria Alpi stava per scoprire e non doveva assolutamente scoprire, non tanto per non far dispetto ai cinesi, ultimamente abbastanza spregiudicati e comunque tanto potenti da non temere scandali, quanto per non disvelare la parte italiana dello sporco traffico, che avrebbe rinviato a pesantissime responsabilità a livelli istituzionali inimmaginabili (va peraltro ricordato che l’area tra la Somalia, l’Etiopia e il Sudan conosce da sempre una forte presenza del SISMI). E probabilmente è questo che Gianfranco Deriu e Fabrizio Sedda, finanzieri onesti che facevano il proprio dovere, non dovevano scoprire: se la nave fosse stata fermata, quella notte del 2 marzo 1994, si sarebbero corsi seri rischi qualora si fosse individuata la provenienza del carico, la presenza di armi in mezzo alle granaglie e la presenza di “Gladio” nell’equipaggio.
Rimane comunque destituita di fondamento l’ipotesi che Volpe 132 sia esploso per il lancio di un missile dalla nave (una normale nave commerciale non attrezzata per operazioni belliche) o men che meno dal vicino poligono di Quirra, e tuttavia queste ipotesi, per quanto un attimino inverosimili se non da conspiracy theory allo stato puro, erano molto più rassicuranti di quelle che, a questo punto, si possono fare. Del resto, non possiamo assolutamente parlare, se non per lanciare un estremo dubbio: qualcuno, in occasione del processo al tenente colonnello Roberto Vernesoni, avrebbe accusato costui addirittura di aver fatto abbattere l’elicottero, tuttavia va ricordata la rivelazione del “pentito” Zirottu sulla presenza, a bordo della nave, di un mafioso della famiglia Santapaola di Catania, gruppo facente parte di alleanze criminali che Vernesoni combatteva senza tregua, e con cui pare fosse invece alleato taluno di coloro che lo accusano. Il resto, molto presto.
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