Il tenore di certe reazioni, a metà tra l’indignato e il protettivo nei confronti di certi magistrati che le stanno tentando di tutte per nascondere la verità (ribadiamo che non ci riferiamo al dottor Guido Pani, che in mezzo a mille depistaggi ha fatto quel che ha potuto), provenienti puntualmente e univocamente dagli ambienti della Massoneria cagliaritana, anche da quelli che credevamo più “puliti” e meno coinvolti in certi “giri”, ci fanno comprendere che, sulla ricostruzione delle premesse che portarono alla tragedia di Volpe 132, la stiamo azzeccando in pieno, e forse dello stesso parere, ahiloro, sono anche gli utenti cinesi (di Stato) e algerini che hanno frequentato copiosi questo sito negli ultimi giorni.
Ci sono pochi dubbi, ormai, sia sul fatto che fosse il “Lucina” la nave vista da testimoni oculari nei pressi di Capo Ferrato (non di Capo Carbonara come i depistatori del SISMI, aiutati da qualche magistrato, hanno inizialmente tentato di dare a bere) pochi istanti prima che l’elicottero Agusta A 109 “Volpe 132”, con a bordo gli elicotteristi della Guardia di Finanza Gianfranco Deriu e Fabrizio Sedda, esplodesse incredibilmente in cielo, e che tale nave, come suggerito (in relazione alla tragedia del luglio 1994, che ne vide l’intero equipaggio sgozzato nei pressi di Algeri) da una fonte informativa legata ai servizi segreti britannici, fosse impegnata in un ingente trasporto d’armi, destinate a settori del potere pubblico algerino, venendo perciò assalita dagli integralisti islamici.
Non abbiamo riscontri, allo stato, circa il fatto che il “Lucina”, col medesimo equipaggio (nel quale vi era un “gladiatore”, Guido Giacomina, fortunosamente scampato al massacro di Algeri) e con un analogo carico (centinaia di tonnellate di armi da guerra, imboscate in un carico di semolino) si sia nello stesso periodo, coevo all’esecuzione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, portata anche in Somalia, anche se tra Algeria e Somalia vi era un elemento di congiunzione, rappresentato dall’ingente presenza dei cinesi impegnati nell’estrazione e nella ricerca del petrolio, che evocava contestuali esigenze di sicurezza.
E’ poco ma sicuro, invece, che certi settori della stessa Guardia di Finanza, dello stesso corpo a cui Deriu e Sedda appartenevano, hanno fatto di tutto, ma proprio di tutto, per nascondere la verità dalla scarsa chiarezza sulla missione in cui quella sera Volpe 132 era impegnato (si era parlato di una ricognizione ordinaria, e di un avvistamento del “Lucina” in zona inconsueta per la navigazione civile del tutto casuale) alla misteriosa sparizione dei tracciati radar relativi agli ultimi minuti del volo dell’Agusta A 109, al ruolo della motovedetta, il “Colombina”, che stava seguendo a poca distanza, dal mare, l’elicottero.
Le nostre fonti interne alla Guardia di Finanza, sottoufficiali e gentiluomini indignati per il comportamento del proprio corpo nella vicenda, ci hanno sempre recisamente escluso che potesse esservi spazio per la tesi dell’incidente occasionale: quell’Agusta A 109 era nuovo di zecca ed era quanto di meglio potessero avere nel settore degli elicotteri le Forze dell’Ordine italiane, e Gianfranco Deriu e Fabrizio Sedda erano considerati tra i migliori piloti in assoluto che le Fiamme Gialle potessero annoverare, essendo di contro palesemente assurdo ipotizzare che entrambi i piloti possano aver avuto un malore insieme, così come che fosse stata collocata una bomba nell’elicottero.
Rimane, come plausibile, solo l’ipotesi di un missile estemporaneamente lanciato verso l’elicottero per bloccarne la corsa, che avrebbe portato a scoperte compromettenti su cosa vi era quella notte del 2 marzo 1994 nel Lucina, ossia, verosimilmente, centinaia di tonnellate di armi nascoste nel solito semolino e destinate non si sa se in Algeria, in Libia (altro Paese con cui i cinesi cooperavano sotterraneamente) o addirittura in Somalia, e un equipaggio saldamente controllato da ciò che restava di “Stay Behind”; ma chi l’avrebbe lanciato questo famoso missile? Secondo il “pentito” Gianni Zirottu, che avrebbe conosciuto appieno la missione che il “Lucina” stava espletando quella notte, sarebbe stato lanciato proprio dalla nave, munita di una di quelle rampe portatili lanciamissili che erano adoperate con ampiezza anche da Saddam Hussein (e forse sono adoperate tuttora dai terroristi) in occasione dell’ultimo conflitto iracheno, e che non può escludersi siano di fabbricazione cinese, giacché l’industria bellica della Repubblica Popolare ha raggiunto uno sviluppo non disprezzabile sul terreno dei missili; ma la situazione ambigua del poligono interforze di Quirra, vicinissimo in linea d’aria al punto ove Volpe 132 si trovava prima di esplodere, e dove da anni veniva denunciata la sospetta presenza di agenti di varie nazionalità in particolare libici e iracheni, intenti a negoziazioni di armi che avvenivano forse con personaggi legati a “Gladio” al di fuori dei circuiti ufficiali della NATO, potrebbe portare a non escludere che un missile sia partito proprio da quelle postazioni.
Secondo il racconto di Zirottu non può peraltro escludersi che quella notte il “Lucina”, partito da Olbia, abbia fatto uno scalo nel porto di Arbatax, il più vicino a quelle installazioni militari, proprio per fare il pieno di armi, il che veniva oggettivamente più agevole nel meno trafficato porto ogliastrino rispetto al trafficatissimo porto olbiese. Non stupirebbe che le armi caricate quella notte fossero cinesi, o comunque acquistate in Italia e portate in Sardegna con la mediazione dei cinesi, giacché, data la loro obiettiva destinazione a “stabilizzare” la situazione in territori aggrediti dall’integralismo islamico, per certi ambienti “atlantici” favorire questi traffici era perfettamente funzionale a una certa politica.
Ciò detto, è del tutto evidente che tra i “grembiulini”, anche quelli cagliaritani, vi era e vi è chi non poteva non sapere, dato che per un verso i vertici della Guardia di Finanza (unica Forza dell’Ordine alla testa della quale, nel 1981, fu scoperto un ufficiale piduista, il generale Raffaele Giudice), per altro verso “Gladio” o ciò che ne restava, erano e sono solidissimi fortilizi della Massoneria, senza grandi distinzioni tra quella “ufficiale” e quella piduista, giacché questi due mondi, al di là delle parvenze di epurazione, hanno sempre attivamente cooperato. Tutti sanno che, nel “giro” del traffico d’armi internazionale, nessun affare di un certo rilievo può essere positivamente concluso senza la mediazione della Massoneria, e lo sapevano bene anche i cinesi che, per quanto comunisti, hanno sempre avuto per quanto attiene agli affari e ai commerci tutta quella duttilità per comprendere come “girano” certe cose in Occidente.
E’ molto probabile, è anzi quasi certo, che la tappa fondamentale per l’arrivo di armi da guerra, di qualunque provenienza, in Sardegna fosse il porto di La Spezia, dove vanamente i PM Alberto Cardino e Silvio Franz avevano scoperto le tracce di intensi traffici (l’inchiesta fu puntualmente insabbiata perché c’erano di mezzo dei “pezzi grossi”) e dove operava, da tempo, un faccendiere in ambigui rapporti con la criminalità organizzata, soprattutto con la ‘ndrangheta calabrese, che verosimilmente rappresenta l’anello di congiunzione tra la terribile organizzazione criminale calabra e il massiccio riciclaggio di denaro sporco che sarebbe stato attuato a Cagliari, proprio in quegli anni, nei settori immobiliari e della grande distribuzione, in uno con l’esportazione di potenti filiere del traffico di cocaina ed eroina.
Questi possibili temi d’inchiesta sono ancora magmatici, ma una cosa è certa: le successive incredibili attività di depistaggio inerenti alle indagini sulla reale sorte di Volpe 132 e sui reali motivi per cui questo fu abbattuto, attuate sullo sfondo di una decennale inchiesta attribuita a un PM, Guido Pani, onesto e sicuramente esente da legami sia col SISMI che con la Massoneria, ma forse non molto determinato e, in talune occasioni, letteralmente “giocato” dai depistaggi, ben difficilmente poterono essere attuati senza che qualche “fratello” cagliaritano, magari anche infiltrato nel cuore della magistratura, potesse non sapere, o potesse addirittura trovarsi dentro fino al collo nella squallida, criminale vicenda. Ma intanto, per qualcuno, il Male in assoluto pare che continui ad essere rappresentato solo da Nicola Grauso, ampiamente coccolato da certi ambienti che sono la vergogna e lo schifo di Cagliari quando averlo per amico faceva comodo, e poi brutalmente ed indegnamente scaricato da certi personaggi che non conoscono né il senso dell’onore né quello della lealtà mentre sulla vicenda Ranno-Fideuram regna apparentemente il segreto istruttorio più assoluto, guarda caso laddove i nomi che sono finora spuntati fuori sono quasi tutti di “grembiulini”.
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