Ogni magistrato assennato, che non conservi la mentalità giovanile di chi crede di dare un concorso e poter rivoltare il mondo come un calzino sa bene che la pretesa onnipotenza della magistratura nel compito di accertare la verità è illusoria, che avrà il via libera quando si tratterà di perseguire ladruncoli, rapinatori e, al limite, corrotti e corruttori di piccolo spessore, ma che, quando si toccano certi “piani alti”, spesso coperti dal segreto, anche di Stato, son dolori e depistaggi.
Lo sa bene anche il procuratore Carlo Piana, che se è stato da noi duramente criticato, tuttavia, proprio per le sue simpatie politiche, è al di sopra di ogni sospetto quanto a possibili commistioni con quegli equivoci ambienti, tra Nato e Massoneria, che furono largamente presenti nella “Rete” di Luigi Lombardini, e ancor più al di sopra è il sostituto procuratore Guido Pani; parliamo, ovviamente, del caso Volpe 132, relativo al misterioso abbattimento, dieci anni fa, di un elicottero della Guardia di Finanza nella zona di Feraxi, di cui Piana si sta occupando anche in prima persona fin dal suo insediamento in Procura, oltre sette anni fa, senza ottenere grandi risultati probatori ma, quanto meno, avendo sgombrato il campo dai depistaggi verso i quali settori della Guardia di Finanza e dei servizi segreti tendevano a sviare la magistratura.
Precedentemente era accaduto un mostruoso episodio di depistaggio, ritradottosi nel furto, a Oristano, di un elicottero Agusta A 109, esattamente identico a quello esploso nel cielo di Feraxi (con a bordo i due valenti elicotteristi Gianfranco Deriu e Fabrizio Sedda), che venne ritrovato tempo dopo a Quartu Sant’Elena privo di alcuni pezzi, che sarebbero stati usati, anzi sono stati usati, per calarli a picco nello splendido mare di Capo Carbonara, presso Villasimius, all’evidente fine di far credere che lì fosse caduto l’elicottero.
Chiaro lo scopo del depistaggio: impedire che, se la magistratura imbroccava la pista giusta e ricercava ciò che restava dell’elicottero dove era davvero caduto – ossia, secondo testimoni oculari, a Feraxi – constatasse tracce balisticamente sensibili nei rottami del velivolo e, magari, potesse risalire al fabbricante e all’utente della bomba o del missile che fosse. Cooperante a questo depistaggio, in concorso con ambienti della Guardia di Finanza di Cagliari e del SISMI, pare sia stato addirittura un notissimo magistrato, oggi non più in servizio, che era amico di Luigi Lombardini, e che era riuscito ad affiancare, per giunta, una persona di sua fiducia al PM Pani; tra l’altro, quel magistrato risulta non fosse in ottimi rapporti proprio col dottor Piana che, a differenza di costui, non ha mai gradito le manfrine dei servizi segreti.
Oggi il GIP Giovanni Lavena, basandosi su alcune dichiarazioni di un “pentito” al processo contro l’ufficiale della GdF Roberto Vernesoni, ha ordinato la riapertura dell’inchiesta, che era stata archiviata poiché, nonostante l’ausilio di mezzi della Marina militare (o proprio a causa di ciò?), non si erano raccolti elementi di certezza, e tuttavia manca alle indagini di fare chiarezza su uno snodo fondamentale, inerente i misteri della nave “Lucina”. Questo cargo, usualmente noleggiato da Massimo Cellino per i suoi trasporti di granaglie, pare fosse, secondo un testimone oculare, proprio la nave che l’elicottero Volpe 132 stava “pedinando” dal cielo prima di esplodere, e che, secondo il “pentito” (poi volatilizzatosi, perché temeva per la propria vita) Gianni Zirottu, avrebbe trasportato armi e, addirittura, uranio destinati alla Libia di quel Gheddafi che oggi vogliono farci passare come un santerellino (bravo Bush a non aver rimosso la Libia dalla black list, con la supervisione di mafiosi della famiglia Santapaola di Catania, guarda caso una città di notevolissima penetrazione libica e palestinese.
Sempre il “Lucina” fu la nave al centro di un misterioso episodio accaduto nella rada del porto di Algeri, laddove detta imbarcazione fu rinvenuta abbandonata a sé stessa, con l’intero equipaggio sgozzato, e si disse che l’operazione era stata condotta dai servizi segreti algerini, coi metodi poco ortodossi che sono intuibili, poiché la nave sarebbe stata carica di armi destinate agli integralisti islamici del FIS, all’epoca pericolosissimi.
Dire “Lucina” non vuol dire necessariamente Massimo Cellino, poiché la nave non era in realtà sotto il pieno controllo della SEM Molini Sardi, e veniva invece, fuori da ogni diretto controllo, noleggiata anche da diversi altri soggetti per altre tipologie di trasporto; sarebbe utile comunque fare piena luce su tutto ciò di annesso e connesso che ha riguardato questa nave.
Siamo sicuri che il dottor Piana, specie in questa vicenda che coinvolge ambienti a lui per nulla simpatici, abbia voglia e determinazione di scoprire la verità ma dovrebbe innanzitutto guardarsi le spalle: non dai criminali che stanno dietro questa vicenda, ma da alcuni dei suoi stessi sostituti, sopravvissuti alla “rete” di Lombardini o tempestivamente uscitine, a una “rete” che, perso quel tanto di aurea etica ed eroica che le dava la figura insostituibile di Lombardini, ha mantenuto il guscio di un’organizzazione reazionaria e fascista coinvolta con la feccia della Massoneria deviata e con la feccia dei servizi segreti deviati nazionali e stranieri, con particolare riferimento alla componente filoaraba della CIA che, disattendendo la linea politica ufficiale dei governi statunitensi, è sempre andata a nozze anche con gli estremismi islamici.
Se questo tipo di alleanze può sembrare strano, si dovrà pur ricordare che nel contesto delle indagini sulla “Strage di Bologna” emersero gli insospettabili collegamenti tra neofascisti nostrani ed elementi libici, e non sarà certo un caso che l’effimero “Tuttoquotidiano”, secondo quotidiano di Cagliari degli anni ’70, fosse finanziato dai libici (per via di uno zio del colonnello Gheddafi) e avesse una linea politica che rasentava il fascismo, al cui confronto le tirate di Feltri sarebbero apparse delle giaculatorie comuniste.
Dottor Piana, forse è ora di fare una bonifica interna, non trova? E comunque, non trova che sia di gran lunga più genuina la condotta di quell’ufficiale della Guardia di Finanza, al contempo agente del SISDE, che si è presentato alla Procura di Palermo rivendicando con orgoglio la sua appartenenza alla “rete” e chiarendo il suo ruolo, piuttosto che quella di certi suoi colleghi, già vicini a Lombardini o da tempo suoi nemici dopo essergli stati molto vicini, che fanno finta di cascare dal pero ma avrebbero dovuto rendere analoga sincera confessione, ostandovi però la norma dell’ordinamento dei servizi segreti che vieta che questi si avvalgano dell’opera di magistrati?
| Pagina statica (salvata dal sito originale) |