29 06 2005 - VOGLIAMO PARLARE DI “ZONA GRIGIA”? ALLORA DICIAMOCI TUTTO …

Abbiamo già parlato del libro di Giampaolo Cassitta sul sequestro Bussi, titolato “La zona grigia”, che pur tenendo conto delle critiche che abbiamo formulato e di un certo pregiudizio dell’autore dinanzi a certe problematiche, ha sicuramente il merito di riaprire il difficile dibattito su un problema circa il quale l’intera Sardegna, a parte Salvatore Carboni, a parte l’anonimo agente del SISDE intervistato nel 1998 per La Nuova Sardegna da Fiorentino Pironti, a parte il signor S., agente del SISDE non anonimo ma franco fino all’estremo davanti ai magistrati di Palermo, sembra essere sprofondata nell’omertà.
Si tratta, è facile intuirlo, della famigerata “rete” di Lombardini, di quella struttura parallela di magistrati, appartenenti alle Forze dell’Ordine e al SISDE, latitanti e infiltrati nelle bande che doveva servire a prevenire i sequestri di persona e ad agevolare la liberazione degli ostaggi e la cattura dei latitanti, sulla quale la Procura di Palermo ha indagato per tre anni senza poter formulare – perché non ce n’erano – alcuna ipotesi di reato, ma senza neppure escluderne l’esistenza.

Che la “rete”, benché non certo quale entità criminosa, bensì quale lodevole struttura informale dello Stato, sia effettivamente esistita, pare non potersi revocare in dubbio, se si considerano numerosi elementi quali:
– la pratica delle costituzioni fittizie a Lombardini dei latitanti, concordate dietro pagamento di cospicui compensi in denaro proveniente dai fondi del Ministero dell’Interno (giudiziariamente accertato in un procedimento di prevenzione nei confronti del sequestratore arzanese Piero Piras);
– la circostanza rievocata da varie persone, e da ultimo anche da Massimo Cellino (che ha poi fatto retromarcia), per cui Lombardini era in grado di prevenire i sequestri di persona, anticipando le mosse dei rapitori e avvisando la vittima designata, il che rinvia alla veridicità dell’asserzione dell’anonimo SISDE intervistato da Pironti secondo cui esistevano circa dodici infiltrati nelle bande dei sequestratori;
– le dichiarazioni del defunto imprenditore siciliano Giuseppe Salatiello, già titolare della Keller di Villacidro, secondo cui Lombardini chiedeva denaro agli industriali cagliaritani allo scopo di prevenire i rapimenti (Salatiello precisò che, quando il denaro non si rivelava servire a quello scopo, Lombardini prontamente lo restituiva);
– i misteri dell’inchiesta sulla società GR3, società di gestione dei distributori di benzina del bivio di Abbasanta di cui fecero parte i due confidenti di fiducia di Lombardini Raoul Gelli (quest’ultimo negli ultimi anni in rotta con Lombardini), Salvatore Carboni e, per pochi mesi, Carlo Lombardini, fratello di Luigi, laddove sono affiorate circostanze che portano a non escludere che la stessa GR3 sia stata per qualche tempo la “cassaforte” della “rete” (va ricordato peraltro che il sottopasso che unisce i due distributori sul bivio Abbasanta al di sotto della Carlo Felice è da sempre luogo privilegiato per incontri riservati);
– il fatto che Raoul Gelli, benché già in cattivi rapporti con Lombardini, abbia continuato ad occuparsi di sequestri di persona, e segnatamente del sequestro di Silvia Melis, carpendo informazioni all’ex sequestrato Giuseppe Vinci (forse tenuto dallo stesso carceriere di Silvia) e da suo padre Lucio, e riferendole al Tenente Colonnello della Guardia di Finanza Roberto Vernesoni, un cui subordinato risultava essere agente del SISDE appartenente (per sua orgogliosa ammissione) alla “rete”;
– la circostanza che, a parte la decisa presa di posizione di Mario Marchetti, che nonostante le note vicissitudini del sequestro Furlanetto (in cui fu accertato l’intervento “parallelo” di Lombardini attraverso un suo confidente, probabilmente arzanese) disse essere le congetture sulla “rete” tutte “balle”, vi sia stato sull’argomento un silenzio tombale da parte dei magistrati cagliaritani, compresi quelli che, per funzioni esercitate all’epoca in cui Lombardini si occupava ufficialmente di sequestri, sono stati indirettamente chiamati in causa dall’anonimo intervistato da Pironti, non avendo costoro evidentemente interesse ad approfondire la questione, e non potendosi escludere trattarsi di silenzio-assenso;
– il fatto ben noto, anche se molti sembrano essersene dimenticati, della diffusa presenza di agenti di Polizia, di appartenenti all’Arma dei Carabinieri e alla Guardia di Finanza che, liberi dal servizio o anche in occasione dello stesso, usavano svolgere “lavori per il Dottore”, ossia Lombardini, non avendo questo certo senso come sviluppo di hobby privati per l’investigazione;
– l’effettiva immunità per decenni, e fin quando l’odioso fenomeno non ebbe a cessare, della città di Cagliari dal novero dei centri colpiti dai sequestratori, pur non essendo mancati sequestri commessi nella Provincia di Cagliari (quello di Gianni Murgia, da ultimo, su tutti), e non potendosi escludere che ciò sia riconducibile alle garanzie date da Lombardini agli imprenditori cagliaritani.
Insomma, elementi ce ne sono parecchi, ma la solenne faccia tosta degli ipocriti che criminalizzano la “rete” e i suoi aderenti cozza malamente con la logica quando si passi a comprendere di chi possa essere stata la paternità politica di questa compagine, a parte Cossiga che è in un certo qual modo reo confesso.
Un po’ di cronologia.
Ancora l’anonimo agente SISDE intervistato da Pironti, a proposito della “rete”, affermò che la stessa fu costituita “nei primi anni Ottanta” per volere di un ministro dell’interno dell’epoca.
Orbene, consultando la lista dei Ministri dell’Interno dell’Italia unita (reperibile QUI presso il sito del Ministero dell’Interno), emerge, quanto ai primi anni Ottanta, che, a parte un interim di Amintore Fanfani dal 13 luglio al 4 agosto 1983, in quel periodo ministri dell’Interno furono, dal 13 giugno 1978 al 13 luglio 1983, Virginio Rognoni, e dal 4 agosto 1983 al 29 luglio 1987, Oscar Luigi Scalfaro. Pare tuttavia improbabile che l’agente del SISDE si sia potuto riferire a quest’ultimo, che, quando fu insediato al Ministero dell’Interno, era un personaggio fuori dai giochi, che fu imposto da Arnaldo Forlani per quel delicato posto poiché ritenuto super partes.
Rimane, quindi, Rognoni, che invece fu un Ministro dell’Interno davvero coi fiocchi: condusse il Paese dalla fase più buia degli anni di piombo all’annientamento strategico delle Brigate Rosse, di Prima Linea, dei Nuclei Armati Proletari e vari terrorismi di sinistra; mise la sua firma, accanto a quella del compianto Pio La Torre, sulla legge che istituì il reato di associazione mafiosa e inasprì le misure di prevenzione e confisca nei confronti delle cosche; mandò il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa a Palermo; creò l’Alto Commissariato Antimafia e appoggiò il lavoro di Giovanni Falcone; gestì la creazione del SISDE. Molte di queste attività iniziate avendo come Presidente del Consiglio proprio Francesco Cossiga, per anni e anni il principale referente politico di Lombardini.
Erano in Sardegna gli anni dei maxiprocessi, la qualifica di Lombardini di giudice unico antisequestri veniva formalizzato anche sul piano giudiziario con la sua applicazione ai Tribunali di Oristano (con riferimento alle infinite rivelazioni del “pentito” Luciano Gregoriani) e Tempio Pausania, ma soprattutto, iniziava la serie delle costituzioni di latitanti a Lombardini, che, come detto, si scoprirà poi, in occasione di un procedimento di prevenzione a carico del pluricondannato arzanese Piero Piras, essere in realtà concordate e pagate a suon di quattrini (Piras, è stato ormai giudiziariamente accertato, ricevette ben 300 milioni di lire del 1980).
Si trattava di cose che, chiaramente, non potevano avvenire senza l’assenso del Viminale, dal quale alla fine arrivavano i soldi, e senza la piena cooperazione del SISDE. E in particolare un nome colpisce tra quelli dei personaggi che si costituirono a Lombardini, un nome non sardo: Immacolata Iacone, compagna del boss della “Nuova Camorra Organizzata” Raffaele Cutolo, imputata di tentata strage, il che rimanda alla circostanza, che ci è stata rivelata da fonte di assoluta attendibilità secondo cui, quando vi fu il rapimento dell’esponente democristiano campano Ciro Cirillo (come è ormai noto, risolto dallo Stato attraverso una vergognosa trattativa con la camorra per fare pressioni sulle Brigate Rosse), il primo che, nel carcere di Ascoli Piceno, prese contatto con Raffaele Cutolo per indurlo a collaborare fu proprio Luigi Lombardini, avendo evidentemente un alto mandato a compiere queste attivitì del tutto al di fuori del proprio mandato giurisdizionale. Ministro dell’Interno dell’epoca era sempre Rognoni, anche se non ebbe alcun ruolo nella parte più vergognosa della vicenda, inerente ai contatti con la camorra tenuti da altri politici del suo partito e dal faccendiere ex agente del SISMI Francesco Pazienza.
Così come è un segreto di Pulcinella quello per cui Luigi Lombardini, in quegli anni, si occupò attivamente anche di terrorismo, e segnatamente si impegnò affinché non si saldassero definitivamente i rapporti tra certa parte del banditismo sardo ed entità vicine alle Brigate Rosse; cosa, questa, che Giancarlo Caselli sapeva benissimo, e il riferimento in particolare è all’operazione che portò alla cattura del mamoiadino Annino Mele, che a un certo punto divenne il rischioso punto di saldatura tra le bande barbaricine e “Barbagia Rossa”, e per la cui cattura Lombardini ricorse a metodi spregiudicati, davvero degni di un servizio segreto. Senza contare, poi, i costanti perniciosi rapporti tra banditismo sardo e indipendentisti corsi, a loro volta collegati con la terribile malavita marsigliese e col giro del traffico di droga e di armi da questi gestito: insomma, cose assolutamente importanti per l’ordine pubblico in Sardegna e, su un piano strategico, in Italia. Ministro dell’Interno: ancora Rognoni, Scalfaro arriva nel 1983 ed è ignaro di tutto.
Allora, se le date dicono qualcosa, voi ipocriti che continuate a criminalizzare gli uomini che di questa “rete” hanno fatto parte, che li tacciate in modo insinuante, ma senza saper portare uno straccio di prova che non siano ridicoli teoremi, di aver commesso chissà quali reati, che continuate a parlare in modo ambiguo di “zona grigia” ben sapendo che niente è completamente “bianco” o “nero”, perché coloro che hanno fatto parte di questa compagine, invece di nascondersi come struzzi dinanzi agli ululati di certi moralisti da un tanto al chilo che i risultati ottenuti da Lombardini se li sognano, perché non ve la prendete anche con un galantuomo come Virginio Rognoni, persona stimata da tutti in Italia, politico di onestà adamantina, caposaldo della democrazia in Italia, strenuo combattente contro ogni tipo di criminalità e, non guasta, persona non priva di franchezza?
Con Cossiga non ci tentate neanche, sapete bene che è invulnerabile alle vostre calunnie.
E ancora: se è vero, come sostenete, che i sequestri sono finiti perché li organizzavano Lombardini e la sua “rete”, allora sapete dirci chi è che tiene le fila dell’organizzazione dei sequestri lampo, delle sempre più spavalde rapine in banca e a portavalori, degli attentati terroristici, tutta roba che prima della morte di Lombardini non c’era o c’era in misura molto più attenuata? Forse che, morta una “rete”, dobbiamo scoprirne un’altra, magari di orientamento politico opposto a quello, sicuramente anticomunista e atlantico, del raggruppamento di Lombardini? E sai che divertimento scoprirne gli aderenti …