11 07 2005 - UNA STORIA DISONESTA, UN MAGISTRATO DISONESTO

Se vi proponessero l’acquisto di un tappeto persiano a 50 euro, se siete persone un minino avvedute e oneste sospetterete che si tratta di roba rubata ed eviterete di aver a che fare con l’affare, se siete degli sciocchi lo acquisterete senza discutere pensando appunto che sia un “affare”, salvo poi finire in galera per ricettazione, se siete dei disonesti lo acquisterete senza discutere ben conoscendone la provenienza.
C’è però a Cagliari un magistrato, dicono massone, organico alla più retriva borghesia cagliaritana, il quale non si è comportato certo, dinanzi a un frangente simile, in modo degno della toga che veste: ha acquistato quel tappeto, ed anche altra roba di pregio che ha pagato ugualmente una manciata di euro, ben sapendo che il tutto proveniva da una svendita fraudolenta, una svendita fraudolenta messa su, appositamente per questo magistrato, da un suo prossimo congiunto, giovane professionista rampante, dicono anche lui massone, il quale, avendo avuto da terzi l’incarico di vendere un compendio di beni possibilmente ricavandone il giusto prezzo, ha invece pensato bene, oltre a trattenere per se faraonici rimborsi spese, a fare queste vere e proprie regalie al suo consanguineo magistrato, che però, data la situazione, sotto l’aspetto giuridico assumono per lui la veste della truffa, e per il magistrato la veste della ricettazione.

Pare poi, manco a dirlo, che un avvocato, che aveva per conto di un proprio cliente degli interessi in gioco nella vicenda, sia andato a esprimere dubbi sulla situazione con un giudice, piuttosto noto alle cronache giudiziarie, appartenente a Magistratura Democratica, il quale pare abbia risposto stizzito che non si poteva mettere in dubbio l’operato di quel giovane professionista rampante, in special modo proprio per il rapporto di consanguineità che lo lega allo stesso magistrato a vantaggio del quale le svendite sono state fatte.
Business as usual, si potrebbe dire, una delle tante grandi o piccole disonestà in cui si lasciano coinvolgere magistrati e persone a loro legate, e non a Cagliari ma in tutta Italia, come dimostrano vicende ben più gravi, e però cadute sotto il monitoraggio di Procure vigili, come quelle dei giudici fallimentari arrestati a Roma e a Messina; ma fino a che punto si può tollerare da parte di magistrati, fino a che punto si può consentire che quella stessa corporazione a cui la Costituzione attribuisce l’alta funzione di scoprire i delitti e irrogare i castighi, si ritagli, al proprio interno, piccole zone grigie (che paiono però interessare poco quelli che demonizzavano Luigi Lombardini) in cui ogni illegalità e consentita, al di fuori di ogni controllo?
Nomi? Per il momento non li facciamo, quando avremo completato l’acquisizione di tutti gli elementi necessari, e ci andiamo molto vicini, li metteremo ovviamente nero su bianco in una formale denuncia che sarà presentata alla Procura di Roma, competente ai sensi dell’articolo 11 del codice di procedura penale, e al Consiglio Superiore della Magistratura per doverosa conoscenza.
E’ ovvio che si attendono con ansia querele per diffamazione circa il contenuto di queste poche righe, giacché queste querele rappresenterebbero delle autentiche autodenunce e quindi, come la confessione secondo la Santa Inquisizione, la prova principe a carico.