27 01 2003 - UN SUICIDIO CHE SI POTEVA EVITARE

Stiamo entrando ormai nel quinto anno da quel tremendo 1998 che vide la tragica fine di Luigi Lombardini, sparatosi con un colpo di pistola in bocca dopo l’interrogatorio subito dai mastini della Procura di Palermo, il Procuratore “girotondino” Caselli in testa, e mentre doveva svolgersi una perquisizione, che probabilmente doveva essere seguita da un fermo di cui, dopo il fattaccio, i nostri eroi di Palermo, a quanto pare, pensarono bene di distruggere le tracce stracciando il decreto.
Il decorso del tempo, lungi dall’invocare comodi oblii della memoria o prescrizioni, impone quanto mai l’obbligo morale che sia finalmente fatta piena luce, che sia fatta piena chiarezza, sui motivi che realmente determinarono Lombardini a farla finita, perché è troppo semplice affermare, come in molti hanno fatto, che era depresso da tempo, che prendeva psicofarmaci, e altre simili amenità.

A chi lo conosceva bene, e non gli aveva fatto vigliaccamente il vuoto attorno, Lombardini, almeno fino a quattro-cinque giorni prima di quel terribile interrogatorio, era apparso pieno di voglia di combattere, e determinato a “dire tutto”, a dire tutto ciò che sapeva non solo sul caso Melis, ma forse anche su altre cosette ben più scottanti, non certo a osservare, davanti ai PM di Palermo, la linea di totale “non so, non ricordo” che si può constatare dalla trascrizione integrale dell’interrogatorio; in particolare, durante l’ultima trasferta a Roma, circa una settimana prima della tragedia, Lombardini si incontrerà, a quanto pare, con Giulio Andreotti, e forse anche con Pierluigi Vigna.
La finalità degli incontri era evidente: ad Andreotti Lombardini intendeva consegnare il dossier da lui redatto su Giancarlo Caselli, sul come divenne Procuratore di Palermo grazie soprattutto alle pressioni politiche di Luciano Violante, per attuare il piano politico-giudiziario di un “processo alla DC” colpendo la persona dello stesso Andreotti; a Vigna, con cui aveva o aveva avuto buoni rapporti, Lombardini intendeva forse rammentare certe cosette da lui fatte nel corso delle trattative per la liberazione di Silvia Melis.
Lombardini si sentiva tradito, in primo luogo, da quelli che riteneva gli amici: da Vigna, che aveva fatto scelte di potere (benché politicamente di destra come lui) e che qualche mese dopo il suicidio, nel corso di uno speciale di Rai Tre, elogerà inopinatamente Piana e Mura difendendoli dalle peraltro blande asserzioni contenute nel memoriale del magistrato suicida; ma anche da Caselli, col quale quando si occupava delle BR e in Sardegna imperversavano le varie Barbagie Rosse, aveva avuto più di un rapporto di collaborazione, sicché, Lombardini, pensava che mai e poi mai quel magistrato torinese, comunista è vero, ma si sperava obiettivo, l’avrebbe potuto scambiare per un volgare delinquente.
Era pressapoco il 4 agosto 1998, e forse fu quel 5 agosto successivo che, in ambienti giudiziari in cui i segreti d’ufficio vengono tempestivamente depositati in edicola, dalla Procura di Palermo si seppe che intendevano sbatterlo in galera: era il segnale del definitivo abbandono, che Vigna aveva le spalle coperte, o riteneva di averle, e se ne fregava di ogni possibile coinvolgimento (ma c’è chi potrebbe testimoniare sul suo conto), e che Caselli forse ci si tormentò un poco, sul destino di Lombardini, ma alla fine si disse mentalmente “devo farlo”, pensando alle pressioni sempre meno resistibili di certi ambienti della Polizia, paventando complotti per via della poca simpatia con cui il SISDE lo vedeva.
Non si sa, poi, quale fu lo strumento tecnico-giuridico ideato per sbattere in galera Lombardini, decreto di fermo o richiesta di custodia cautelare recepita nella prescritta ordinanza dal GIP, ma ci pare ardua la seconda ipotesi, visto che il GIP Puglisi, che aveva in carico il procedimento e non andava tanto d’accordo con la Procura, rifiuterà poi di applicare misure cautelari a Grauso, Liori e Garau, e sia il Tribunale della Libertà che la Cassazione avalleranno la sua decisione; quindi, probabilmente fu emesso un decreto di fermo ipotizzando il pericolo di fuga di Lombardini, strumentalizzando forse il fatto che solesse spesso recarsi all’estero, in particolare in Canada, a trovare i fratelli e a trascorrere delle vacanze (pare che vi dovesse andare anche a settembre di quell’anno).
Quel drammatico 11 agosto 1998, la prima tragica avvisaglia fu una frase obliqua del sostituto Giovanni Di Leo, il quale, durante una pausa dell’interrogatorio, stranamente si informò sulle condizioni di salute di Lombardini, quasi ad anticipare “sapete, dato che lo dobbiamo arrestare, vorremmo che in galera ci arrivasse nelle migliori condizioni”, e quindi, dopo l’interrogatorio, quando Lombardini dovette guidare il corteo di magistrati e agenti di scorta venuto dalla Sicilia verso la perquisizione del suo ufficio, uno dei PM (dicono sempre Di Leo, ma non sappiamo chi) si scompose pronunciando parole che credeva dovessero volare, ma che invece furono carpite, a quanto pare, da microspie che solerti agenti del SISDE avevano disseminato nei corridoi.
Fu così che quel magistrato, quando Lombardini osservò che il decreto di perquisizione era datato 5 agosto 1998, rispose che anche l’ordine di arresto era del 5 agosto 1998 per cui niente tardività … e ancora, a quanto pare, disse volgarmente a Lombardini: “adesso ti facciamo la perquisizione, poi ti mettiamo le manette”.
Di Leo, poi, disse di essere rimasto sconvolto dall’episodio, di non dormirci la notte, e l’intero pool di Palermo, quasi a volersi autoassolvere, richiese un tossicologo di propria fiducia per accertare se Lombardini avesse assunto sostanze particolari … insomma quasi a voler certificare che quel Lombardini si era suicidato perché era matto, perché prendeva psicofarmaci, non per la brutalità dei loro metodi, oltre tutto sulla base di indizi inventati o basati su pure deduzioni paranoiche, che però qualcuno aveva voluto fossero valorizzati all’ennesima potenza.
Dovrà prima o poi essere accertata la verità, se i PM di Palermo potessero procedere diversamente, se soprattutto le misure cautelari potessero essere evitate, se è vero che subito dopo il suicidio stracciarono il decreto di fermo facendone sparire ogni traccia, anche dai registri della Procura, se lo stesso Caselli, Vigna, De Gennaro, Piana e altri conoscessero delle verità che avrebbero potuto scagionare Luigi Lombardini, o quanto meno parificarne la posizione a quella di sé stessi e di altri – tanto che, per andare avanti su quella linea, la Procura di Palermo avrebbe dovuto processare un intero Stato, e forse anche sé stessa – e abbiano taciuto, per salvare sé stessi od altri.
Speriamo, ma non ne dubitiamo, che questi interrogativi trovino spesso risposta, e non auguriamo a tutte queste illustri persone di fare la fine del procuratore Roberto Riva della fiction televisiva “Sospetti 2”, il quale, ben sapendo di averne fatte di ogni colore per non impedire che il suo ex sostituto procuratore Luca Bartoli, accusato da innocente di omicidio in base a un odioso complotto, non riuscendo più, a un certo punto, a combattere con la propria coscienza, ed essendo un brav’uomo che sente di essere andato troppo oltre, si spara un colpo di pistola alla tempia. Proprio come Lombardini, il magistrato palermitano Mario Signorino, il maresciallo Lombardo.