24 05 2004 - TORTOLI’ VOLA IN A1: SENZA SILVIA MELIS

Anche dalle cronache sportive si traggono spunti interessanti per capire meglio le vicende giudiziarie che ci hanno travagliato almeno da sette anni a questa parte.
Stavolta non si tratta del Cagliari di Massimo Cellino, ma di una piccola società di volley femminile, la “Airone Terra Sarda” di Tortolì, che con un crescendo incredibile, da società allo sbando che era pochi anni fa, ha conquistato la massima serie, la serie A1, portando in alto l’Ogliastra e tutta la Sardegna che da qualche anno a questa parte nelle massime divisioni aveva solo squadre di calcio femminile e hockey su prato (ma confidiamo che seguirà presto il Cagliari calcio).

La cosa che più colpisce, però, e che tutti ricordano, è che nel giorno del trionfo manco una parola, né nel sito ufficiale della società, né nei media al di sopra di ogni sospetto come LA NUOVA SARDEGNA, venga spesa riguardo alla persona che, indirettamente, diede all'”Airone” grande notorietà: Silvia Melis, che, lo ricorderanno tutti, quando fu sequestrata era presidentessa della società, e lo rimarrà ancora, per qualche tempo, dopo la liberazione.
All’epoca, lo staff della squadra si era impegnato in prima fila nella battaglia per la liberazione di Silvia Melis, e si ricorda il particolare attivismo di una giocatrice amica di Silvia, Liana De Mite, portavoce di numerosi appelli e, si evinse poi dalle risultanze delle intercettazioni con cui gli inquirenti controllavano ogni respiro di Tito Melis, veniva messa al corrente da Tito, dopo la sua clamorosa intervista a “Visto” del 10 settembre 1997 (in cui minacciò velatamente di parlare in modo poco commendevole per gli inquirenti di certe vicende del sequestro Kassam), della sua strategia aggressiva, intesa a rinfacciare allo Stato tutti i sequestri in cui probabilmente era stato pagato un riscatto con soldi pubblici.
La cosa, quindi, ci suona strana, non è assolutamente possibile, pur non essendo la vicenda del sequestro Melis di stretta attinenza sportiva, è strano che non la si consideri come un qualcosa afferente alla storia importante della società “Airone”. Invece, nessuna traccia.
Silvia Melis ha forse lasciato un cattivo ricordo?
Non è dato saperlo, e non è giusto fare congetture o mere illazioni, ma pensiamo non possa essere manifestamente destituito di fondamento che il comportamento della famiglia Melis nella vicenda Lombardini, stridente con ben diverse condotte e consapevolezze tenute e con tantissime circostanze provate che cospirano nel senso di indicare che fu lui, Tito Melis, a contattare Luigi Lombardini per interessarsi alla liberazione di Silvia Melis e che, forse, addirittura concertò con lui la strategia di pressione nei confronti delle istituzioni del settembre 1997 (gli intensi contatti, negli stessi giorni, tra Lombardini e il giornalista Gian Gavino Sulas, autore dello scoop su “Visto”, lo confermano) abbia nel lungo termine, e specialmente dopo l’omicidio (o se volete chiamarlo suicidio chiamatelo suicidio ..) di Lombardini, sdegnato per primi quei settori della comunità tortoliese che più erano stati vicini all’ingegnere e a Silvia, e coi quali costoro mai avrebbero potuto mentire.
Solo alcuni piccoli magistrati e piccoli inquirenti si ostinano a difendere delle pretese verità ormai assolutamente indifendibili, smentite da intercettazioni, da dati di fatto e dalla logica, inconsapevoli del fatto che la giustizia divina, e la stessa giustizia “popolare” che oggi che la giustizia è amministrata da una corporazione di mestieranti che non risponde a nessuno può farsi sentire solo nelle chiacchiere da bar, è molto più lungimirante della loro, e che nessun depistaggio delle indagini, nessuna sentenza pilotata, nessuna strategia disinvolta, nessuna difesa corporativa “a prescindere” potrà mai cancellare l’espressione di vergogna che costoro devono provare davanti allo specchio della loro anima; se ne hanno una, ovviamente.