Ingegnere libero professionista, originario di Quartu S. Elena ma da tempo residente e operante a Tortolì, massone, discreto possidente [gli si conosce il possesso di terreni per svariati miliardi e di uno yacht 17 metri], rimane persona sconosciuta alle cronache fin quando, il 20 febbraio 1997, non viene sequestrata sua figlia, Silvia Melis.
Nel corso del sequestro, mantiene un contegno di dignitoso e prudente silenzio fino al settembre 1997, quando accuserà la Criminalpol e la Procura di Cagliari di aver ostacolato la liberazione di Silvia, e minaccerà di fare rivelazioni relative al sequestro Farouk Kassam e relativo pagamento del riscatto con denaro dello Stato.
In sede di indagini, sui suoi rapporti con Luigi Lombardini, muterà più volte versione, dichiarando alfine che Lombardini, la notte tra l’8 e il 9 novembre, l’avrebbe obbligato a recarsi a un incontro a Elmas, nei pressi dell’aeroporto, e ivi l’avrebbe obbligato a far versare il miliardo in possesso dell’avvocato Piras e a preparare un altro miliardo. Queste dichiarazioni determineranno l’incriminazione per estorsione di Lombardini – oltre a Grauso e Piras e all’ex legale di Melis, avvocato Luigi Garau, per calunnia e favoreggiamento – con le conseguenze che si conoscono.
Dopo il caso Lombardini, Tito Melis è scomparso del tutto dalle cronache, e non si è neppure costituito parte civile al processo, in corso al Tribunale di Lanusei, contro i presunti custodi della figlia, al quale tuttavia è comparso come teste dell’accusa, tenendo fede al copione inaugurato da quando decise di accusare Luigi Lombardini e scagliandosi violentemente contro Nichi Grauso e, soprattutto, contro l’avvocato Antonio Piras, una delle persone che più l’ha aiutato nei tragici mesi del sequestro della figlia; analogo atteggiamento ha tenuto presso il Tribunale di Palermo, nonostante, il 24 luglio 1998, intervistato dal Televideo Rai, avesse negato categoricamente che Lombardini gli avesse estorto alcunché.
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