12 12 2002 - SEQUESTRO MELIS: CHI PROTESSE IL “CAINO” CHE VENDETTE SILVIA AI BANDITI?

Forse non tutti conoscono quasi a memoria, come noi, gli atti dei processi sul sequestro di Silvia Melis, ma c’è un quesito che tutti potrete trovare fondato: come mai, se è vero che Silvietta, come da sue dichiarazioni, la sera del 19 febbraio 1997 fece un cambiamento di programma all’ultimo momento, essendo quindi l’ora della sua presenza in casa imprevedibile, i banditi facenti parte del “gruppo di prelievo” la poterono catturare tanto a colpo sicuro?
Negli ambienti del SISDE, si mormora una possibile risposta a questo interrogativo: una persona molto vicina a Silvia Melis, verosimilmente facente parte del gruppo di amici che quella sera dovevano cenare con lei e che furono avvertiti del suo cambiamento di programma, abbia agito da autentico caino, da basista in comunicazione in tempo reale col gruppo di prelievo, in grado di comunicare a questo l’ora pressoché esatta in cui Silvia si sarebbe trovata davanti a casa sua da sola, coincidente oltre tutto con la chiusura della Standa, dirimpettaia alla casa di Silvia, e quindi col venir meno di eccessivo movimento.

Questa tesi sembrerebbe essere suffragata dal fatto che quella stessa persona, di cui qui non facciamo il nome, è stata a lungo pesantemente sospettata da Tito Melis, che ne riferiva puntualmente al maresciallo Testoni, di aver preso parte all’ideazione e alla gestione del sequestro, tanto è vero che a un certo punto tutti i componenti la famiglia Melis, tra questi anche Gemma, ruppero ogni rapporto con costui, e che anche Silvia, una volta libera, ruppe ogni rapporto con costui, sia di amicizia che di collaborazione (non possiamo dire di quale collaborazione, diremmo già troppo); inoltre, pare che il fratello imprenditore di questo personaggio, come documentato dalla Polizia, avesse serie difficoltà economiche, e questo poteva essere un ottimo movente per un sequestro di persona.
La stranezza è che queste deduzioni, che avevano però un barlume di solidità sarebbero state recepite nel marzo 1997 in una informativa della Guardia di Finanza, a firma del Tenente Colonnello Roberto Vernesoni, ove si accusava apertamente la predetta persona vicina a Silvia Melis, debitamente inoltrata in Procura, e che non solo nessuna iniziativa risultò essere stata intrapresa dalla Procura medesima sulla base del contenuto del rapporto, ma lo stesso sparì letteralmente dagli atti del procedimento penale, ove è introvabile; eppure, al SISDE, giurano sull’esistenza dell’informativa in questione.
Altra stranezza: il Tenente Colonnello Vernesoni, firmatario dell’informativa ma soprattutto già valente dirigente del GOA di Cagliari che sgominò numerose bande di trafficanti di droga, si trova da qualche anno incriminato in uno strano procedimento penale, in cui è bersagliato dall’accusa infamante di avere, in concorso con altri finanzieri, sottratto due chilogrammi di cocaina da un quantitativo in sequestro, le cui basi sono le accuse di alcuni dei soliti “pentiti”, tra cui uno, Paolo Littera, recentemente arrestato nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Vicenza (non di quella di Cagliari, ci mancherebbe …) per traffico di stupefacenti, e che comunque sono tutti della stessa zona in cui Vernesoni operava i suoi blitz, potendosene quindi immaginare la credibilità.
Possibile che il personaggio vicino a Silvia Melis di cui si è accennato fosse talmente intoccabile da portare la Procura a fare tanto? Probabilmente si, se è vero, come pare che sia vero, che legami di natura politica e massonica lo legano a un potente PM della Procura cagliaritana, il cui ruolo parrebbe emergere nuovamente nella fase terminale del sequestro; nient’altro che uno dei tanti depistaggi che hanno tormentato le indagini sul sequestro di Silvia Melis, che sono nate e sono proseguite fondandosi sulle omissioni e sulle bugie, e cominciamo a capire perché Tito Melis non potesse fare a meno di dire quello che disse ai PM di Palermo a proposito di Lombardini.