20 08 2005 - SEQUESTRI: TRIONFA LA “DOTTRINA TITO MELIS”

Non osiamo neppure immaginare lo stato d’animo di Giampaolo Arra, il direttore di banca di Tortolì padre di Davide vittima di sequestro lampo, mentre si recava nel luogo convenuto coi banditi per il pagamento di un riscatto modesto quanto si conviene per un sequestro lampo (50.000 euro, pare) prima apprendeva che la stampa già sapeva della vicenda, essendone stata evidentemente informata da qualcuno non della famiglia di Giampaolo Arra (che non aveva avvisato neanche la moglie), quindi veniva rincorso dalla Polizia per porre in esecuzione il provvedimento di blocco dei beni tempestivamente disposto dalla magistratura cagliaritana.
Il signor Arra, intervistato dalla RAI, e con un’esternazione apparsa anche stamattina su L’UNIONE SARDA, è stato fin troppo chiaro, ed è evidente, nel superiore interesse alla salvezza della pelle dei sequestrati, che la “dottrina Tito Melis” (secondo cui i sequestri non andavano denunciati ma occorreva, invece, fare tutto “alla chetichella” per non essere ostacolati dallo Stato) ha comprensibilmente attecchito, che il pensiero manifestato da Giampaolo Arra, non certo un complice della criminalità ma solamente un padre preoccupato innanzitutto di salvare il proprio figlio, risponde appieno a una forma mentis radicata in Ogliastra, sembra quasi rispondere a un tacito patto tra potenziali banditi e potenziali vittime dei sequestri, per cui al totale riserbo da parte dei parenti delle vittime, soprattutto con lo Stato, fa da corrispettivo la richiesta di un riscatto esiguo e la promessa di rapidissima liberazione della vittima.

Questa vicenda, nel complesso, ha avuto comunque una soluzione positiva, anche se non dobbiamo certo ringraziare i soliti ignoti che hanno determinato una fuga di notizie che poteva essere funesta, né è utile per nessuno un certo déjà-vu circa le modalità del ritorno in libertà dell’ostaggio, laddove taluno ha già raccontato alla stampa di una improbabile “autoliberazione” di Davide Arra laddove altri notiziari hanno invece riferito che questi è stato “rilasciato”.
Quanto poi al blocco dei beni, nel caso di specie si è rivelato una soluzione idonea, essendo stata corretta l’intuizione dei magistrati circa il trattarsi di un tipico sequestro lampo e circa l’obbligo dei malviventi alla liberazione del sequestrato derivante dal blocco del riscatto, non essendo questi verosimilmente attrezzati per custodire l’ostaggio per lungo tempo, né presumibilmente desiderando beccarsi 30 anni di galera per volerlo sopprimere, ma è andata bene per questa volta, in altre circostanze i banditi potevano essere ben più feroci e organizzati, e magari si sarebbe ripetuto il dramma di Silvia Melis.
L’interrogativo è sempre lo stesso, e in punto di diritto lo si risolve molto facilmente: si può pretendere la tassativa applicazione della legge sul blocco dei beni, si può farne una tassativa applicazione, da parte degli stessi magistrati, quando il valore in gioco e quello della vita dell’ostaggio? Il nostro parere al riguardo ha poca importanza, conta quel che pensano e praticano i parenti delle vittime, pienamente uniformati alla “dottrina Tito Melis”.