La sentenza del GUP Demuro di Sassari sui fatti di San Sebastiano, che infligge condanne lievi a quelli che furono reputati i massimi responsabili del maxipestaggio di detenuti (Giuseppe Della Vecchia, Cristina Di Marzio, Ettore Tomassi), condanne assai miti ad altri imputati, e assolve o proscioglie la gran massa degli agenti di polizia penitenziaria, ben lungi dal chiudere la fosca vicenda, suscita nuovi e inquietanti interrogativi.
Un avvocato di parte lesa, conversando con un cronista de L’UNIONE SARDA, si è chiesto ironicamente che attenderà la motivazione per capire come 24 persone possano aver malmenato un centinaio di detenuti, e l’interrogativo ci pare quanto mai pertinente.
Fermo che solo in 24 non potevano gestire quel pestaggio di stampo nazista, chi altri ha concorso a malmenare i detenuti di San Sebastiano, carcere dove i rapporti interni da sempre erano difficili non solo per le ordinarie tensioni che è fisiologico si creino tra carcerati e polizia penitenziaria, ma anche per fattori di altro genere, quale ad esempio la pratica di infiltrare nel carcere “pentiti”, confidenti e provocatori vari delle forze dell’ordine e della D.D.A., estesa ad altri istituti quale ad esempio quello di Macomer, altro carcere durissimo dove vengono spediti i detenuti più riottosi di San Sebastiano, dicono con un bel “biglietto da visita” agli agenti penitenziari da parte dei colleghi sassaresi?
A suo tempo si era parlato dei GOM, i Gruppi Operativi Mobili della polizia penitenziaria fortemente voluti da Giancarlo Caselli all’epoca in cui questi dirigeva il DAP, ma non si è mai ottenuta prova certa di una loro presenza presso il carcere di San Sebastiano al momento dei fatti, né siamo disposti a credere, pur con tutte le critiche che gli abbiamo sempre rivolto, che Caselli, che da dirigente dell’amministrazione penitenziaria si è sempre espresso per la rigorosa salvaguardia dei diritti dei detenuti, possa essersi reso mandante o complice di azioni tanto vergognose; e poi, il maxipestaggio di San Sebastiano non pare avesse particolari motivazioni di ordine strategico, scaturì all’esito di un’energica protesta non violenta dei detenuti sassaresi nel contesto delle ricorrenti manifestazioni per l’amnistia e l’indulto che allora, epoca di Giubileo, si organizzavano, fu del tutto coerente col modo brutale di certa polizia penitenziaria di concepire l'”ordine” in un carcere.
Non può poi certo sfuggire una circostanza da molti ignorata, ossia l’esistenza di un solito e trasversale legame diretto, che travalica le gerarchie dell’amministrazione penitenziaria, tra gli uomini forti della polizia penitenziaria e il SISDE dell’epoca Ulivo, quello diretto dal prefetto Vittorio Stelo e filocomunista; i servizi segreti hanno sempre infiltrato notevolmente l’amministrazione penitenziaria, per carpire informazioni tra i detenuti, magari in cambio di benefici, ma anche per tenere a bada taluni detenuti scomodi, che abbondavano a San Sebastiano come a Buoncammino (e qualcuno, come Paolo Santona, ci ha rimesso le penne in circostanze tuttora misteriose).
Se ci pensiamo bene, in fondo, un pestaggio di massa, magari coperto dalla solità omertà e da una compiacenza della magistratura che a Sassari non c’è stata, può essere un ottima maniera per confondere le acque e celare il vero obiettivo dell’operazione, che ben potrebbe essere l’intimidazione di specifici detenuti, in possesso di conoscenze scomode per qualcuno, magari anche allo scopo di creare nel carcere un clima di ostilità intorno ai “reprobi”, visti come calamita di tutti i guai e pertanto “severamente” incoraggiati a star zitti.
E non è un caso che il carcere di San Sebastiano e non solo, come è noto agli addetti ai lavori, brulichino di confidenti e agenti provocatori vari, pronti a rapportare fedelmente a certi magistrati e a certo personale di polizia i pericoli che di volta in volta si vengono a creare.
La pronuncia del giudice Demuro, nel ritenere, a quanto pare, che il maxipestaggio fu il frutto di un’azione improvvisa, con l’improbabile scenario di tante persone trasformatesi in poco tempo in belluini aggressori, lascia aperti tutti questi interrogativi, ai quali prima o poi dovrà darsi risposta.
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