Sono molti gli interrogativi che chiunque può porsi sulla vicenda che, come ha detto la stessa Gabriella Ranno, dovrebbe meglio chiamarsi “Vicenda Fideuram”, ma che nel bene e nel male è nota soprattutto col nome di questa donna, molto bella, energica e con una speciale abilità a quanto pare, a intrufolarsi negli ambienti che contano.
Quello più angosciante riguarda, allo stato, se sia vero che nel “pasticciaccio brutto” sia coinvolto un magistrato, in servizio negli uffici giudiziari di Cagliari (come le indiscrezioni sporadicamente apparse su “La Nuova Sardegna”, giornale da qualche tempo non più affiatato come una volta con la Procura cagliaritana, lascerebbero intuire), ovvero se ci si debba fidare dell’annoiata smentita della Procura, non si sa se proveniente dal PM che procede, Giangiacomo Pilia, o dal “capo”, Piana in persona, secondo cui “allo stato” non risulta il coinvolgimento di magistrati. Le indiscrezioni che pervengono a noi farebbero propendere per la prima ipotesi, anche perché il giornalista che avrebbe raccolto l’indiscrezione, per quanto da noi spesso criticato, è persona che il suo mestiere lo sa fare molto bene e che non ha dimestichezza con la censura preventiva delle notizie.
Precisamente, il coinvolgimento del magistrato nella vicenda deriverebbe dal fatto che Gabriella Ranno è stata in rapporti di amicizia col fratello di una persona di Cagliari, di una certa notorietà coniugato con un avvocato, invero non molto quotato, le cui quotazioni, però, salirono improvvisamente alle stesse, a causa dell’instaurazione di un rapporto particolarmente privilegiato col magistrato di cui si parla.
Gira e rigira, il disinvolto avvocato, dicono esperto nell’arte del salto della quaglia e del tradimento degli amici, avrebbe partecipato il suo fin troppo buono rapporto col detto magistrato all’amica del suo cognato, vale a dire Gabriella Ranno, la quale avrebbe fatto al togato infedele una di quelle proposte che non si possono rifiutare, ossia lauta compartecipazione alle sue provvigioni in cambio del procacciamento di clientela per gli investimenti mobiliari propagandati dalla stessa Ranno. Detto fatto, e il magistrato importuna praticamente tutti i suoi colleghi, in modo tale che il suo capo e i capi del suo capo non potevano non sapere, e soprattutto cercherebbe di fare in modo che il denaro e i valori sequestrati nell’ambito dei procedimenti penali, che di regola devono essere depositati in certificati del Tesoro, vengano investiti nei valori mobiliari della Ranno, applicando lo stesso meccanismo che si è constatato nel filone dell’inchiesta che riguarda l’ARST.
Sennonché, nella parte terminale dello scorso anno, la stampa divulga in modo dirompente i particolari dell’inchiesta, a dire il vero con una certa demonizzazione della figura della Ranno, e risulta essere indagato, tra gli altri, il cognato del legale di cui si è detto prima, il quale, essendo militante di un partito di centrodestra, sarebbe poi passato armi e bagagli ad un partito ostile a detto schieramento politico, nel quale si annidavano la maggioranza dei politici e degli amministratori coinvolti nella vicenda; piccolo particolare: lo schieramento politico verso il quale il suddetto personaggio, non c’era da dubitarlo, iscritto alla Massoneria, opera la tempestiva virata sarebbe lo stesso al quale è legato, mani e piedi, il magistrato di cui si è detto prima, anche lui da sempre massone, e a quanto pare tra gli incentivi promessi al cognato dell’avvocato per cambiare schieramento vi sarebbe stato anche la promessa dell’impunità giudiziaria, non così certa dato che Massimo Cellino, per reati analoghi, dovette patire il carcere.
Oggi, ufficialmente, secondo Piana (perché, per come conosciamo il funzionamento della Procura cagliaritana, è difficile che questa emetta comunicati stampa senza il placet del maddalenino), non esistono magistrati indagati ma, a parte il fatto che, se esistessero, gli atti avrebbero dovuto prendere il volo per Roma, o forse ancora per Palermo, ai sensi dell’articolo 11 del codice di procedura penale, queste smentite sono ben poco rassicuranti, perché se non è certo che le condotte ascrivibili a quel magistrato costituiscano reato, ed è invece sicuro che si tratti di condotte incredibilmente scorrette sul piano deontologico, darebbero la conferma del fatto che per anni, eliminati gli elementi di disturbo come Lombardini e come Pintus, svariati magistrati, con la tolleranza ignava dei loro capi, hanno concepito ed attuato una gestione privatistica dei propri uffici, trascurando anche la forma oltre che la sostanza e ledendo definitivamente, e irrimediabilmente, il prestigio dell’ordine giudiziario.
Un motivo di più perché CSM e ministro Castelli intervengano energicamente, anche se temiamo che alla fine il magistrato attinto da questi poco commendevoli sospetti sarà indotto a risolvere in proprio il problema abbandonando la magistratura o chiedendo il trasferimento altrove, e Piana, Corda, Porcella, Antonini e compagnia cantante potranno intonare il “tutto va ben madama la marchesa” e continuare a far finta di niente, tanto Lombardini è morto, Pintus è in pensione e lontano da Cagliari, altri più piccoli rompiscatole trasferiti altrove: non erano solo questi i problemi di Cagliari?
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