E’ alquanto stucchevole vedere oggi l’ottantacinquenne Oscar Luigi Scalfaro riciclarsi come girotondino, elevare le solite invettive contro Berlusconi e inneggiare al pacifismo di chi lo è solo in odio all’America, su palchi di personaggi che vedono perfino i DS come pericolosi destrorsi, dopo essere transitato per un passato di campione della destra cattolica e di manganellate fatte dare dai celerini, quando era ministro dell’Interno, ai pacifisti che manifestavano a Comiso contro l’installazione dei cosiddetti “euromissili”.
Certo, ne è passata di acqua sotto i ponti, e il curiale Oscar è passato pure per il famoso “non ci sto” gridato, già da presidente della Repubblica, a chi gli chiedeva conto delle illazioni su certi soldini, pare cento milioni al mese, che il SISDE girava al ministro dell’Interno di turno, in ciò difeso a spada tratta dalla sinistra e da una procura di Roma molto politicizzata in quella direzione, e per il ribaltone di fine 1994 che pose fine dopo pochi mesi al primo governo Berlusconi, e nel 1996, alfine, ebbe la gioia di veder insediato al soglio di Pietro, pardon, a Palazzo Chigi (non si sa mai che i comunisti intendano mettere le mani anche sull’incarico di Sommo Pontefice) un governo cattocomunista, il che è garanzia di doppia falsità, capeggiato da un certo professor Prodi Romano, quello che su quanto aveva combinato da presidente dell’IRI non l’aveva mai contata giusta, quello che fu sottoposto a un terrificante interrogatorio da Antonio Di Pietro (guarda caso, un suo ministro come il suo avvocato di sempre, Giovanni Maria Flick), insomma un ricattabile che avrebbe sempre fatto quello che Scalfaro e i comunisti, tutti benedetti dalla magistratura faziosa di Milano e di Palermo, gli avrebbero ordinato.
Poi, lo sappiamo bene, il vero padrone di casa, Massimo D’Alema, pensò bene di sfrattare l’inquilino cattocomunista e di instaurare, da padrone di casa, una stramba gestione esclusivamente comunista, pur con apporti come quello di tale Francesco Cossiga, ex nume tutelare di Luigi Lombardini, che per due giorni riuscì a “piazzare” come sottosegretario (dopo aver già sistemato come ministro della Difesa l’ex presidente del Senato Forzista, Carlo Scognamiglio), addirittura un ex fascista, tale Romano Misserville.
Tuttavia, fu durante gli ultimi respiri del governo di “Mortadella” Prodi che il pio Oscar pensò bene di fare una delle sue mitiche intemerate, precisamente il 19 agosto 1998, quando invitò tutti a “fare silenzio” con riferimento alle polemiche senza fine susseguitesi al tragico suicidio, appena otto giorni prima, di Luigi Lombardini.
Guarda caso, quello stesso 19 agosto si era verificato un oscuro episodio sempre correlato al “caso Lombardini” che coinvolse il giudice Alberto Rilla, quello che aveva fatto indesiderati accertamenti sull’esistenza di mediazioni di Stato per la risoluzione del sequestro Melis e che si tentò poi di far passare per pazzo, il quale fu vittima di non meglio precisate attività intimidatorie riconducibili a personaggi appartenenti alla Polizia, per far cessare le quali si mosse addirittura il ministero dell’Interno, interpellato dall’avvocato Carlo Taormina e forse, non si è mai saputo con precisione, anche dall’allora Procuratore generale, Francesco Pintus.
Oscar pensò bene di intimare il silenzio, manco fosse la maestrina dalla penna rossa, in contemporanea con la vicenda che coinvolse il giudice Rilla che, evidentemente si sottointendeva, aveva già parlato troppo, ma il pio Scalfaro non riuscì nell’intento, se questo era l’intento, poiché nel frattempo oscure mani, forse del SISDE, si erano appropriate di notizie riservate che l’ex magistrato di sorveglianza conservava divulgandole alla stampa, riaprendo brutalmente la polemica sulla mediazione “di Stato”.
Ma gliene fregava qualcosa al pio Oscar di intervenire? Forse si, dato che, se vi è stata mediazione di Stato per risolvere il sequestro di Silvia Melis, e troppi elementi cospirano a confermare che c’è stata, la catena di comando al riguardo non poteva fermarsi certo a un semplice vice capo della Polizia come De Gennaro, chiamato in causa da Luigi Lombardini come preteso artefice delle trattative parallele, bensì, specie se in ballo c’era non solo l’utilizzazione di fondi riservati dello Stato ma addirittura la negoziazione di benefici di altra sorta per i rapitori, come quello dell’impunità, è assolutamente impensabile che della cosa, ammesso che non ne siano stati i mandanti, non siano stati informati il ministro comunista dell’Interno Giorgio Napolitano, il presidente del Consiglio cattocomunista Romano Prodi, lo stesso presidente della Repubblica dell’epoca.
In fondo Francesco Cossiga, quando si serviva – per sua ammissione – di Luigi Lombardini, che operava senza averne titolo, per la risoluzione di taluni rapimenti imbarazzanti per le istituzioni, come lo è diventato quello di Silvia Melis dopo un certo tempo, lo faceva direttamente, è vero non senza che ne fossero informati i ministri dell’Interno di turno, in particolare Enzo Scotti, ma occupandosi direttamente della cosa (pare sia successo almeno per due sequestri “pesanti” quali quelli di Esteranne Ricca e Farouk Kassam), come escludere quindi che un presidente della Repubblica in realtà molto più interventista di Cossiga, come il pio Oscar, che disponeva di un presidente del Consiglio succube e al limite aveva bisogno del “via libera” di D’Alema (sul quale i “compagni” sardi, magistrati e avvocati, sicuramente hanno esercitato adeguate pressioni), possa aver fatto lo stesso?
Sono poi arcinoti, in fondo, i legami trasversali di Scalfaro con certi esponenti della Polizia, che passavano un tempo per il defunto prefetto Parisi e forse oggi, con la mediazione di Giancarlo Caselli, si sono trasferiti su Gianni De Gennaro, e come spiegare d’altronde che Caselli si sia fatto ricevere, tre giorni prima del suicidio di Lombardini, proprio da Scalfaro, ed abbia avallato, da quel grande investigatore che è, le tesi raccogliticce che portarono a configurare nei confronti di Lombardini l’allucinante accusa di estorsione?
Non potevano sopportare di certo, dei signori tanto potenti, che un piccolo giudice di provincia andasse ad infrangere una così bella costruzione, quella della “vittoria dello Stato” rappresentata dalla “autoliberazione” di Silvia Melis, da una tenda corredata di catene nuove di zecca e coperte militari che nessuno aveva mai visto prima dell’11 novembre 1997, senza il pagamento di alcun riscatto, e pazienza se sull’altare di questa zoppicante verità di Stato è stato immolato Luigi Lombardini, un altro magistrato di gran valore, Francesco Pintus, è stato delegittimato, e quel giudice che parlava troppo, Rilla, è stato nell’ordine fatto passare per pazzo e quindi sbattuto a Reggio Calabria; oggi il pio Oscar parla e straparla di pace, in un modo che ci fa apparire soave il rombo dei B52, dallo squallido palco dei girotondini, ma farebbe forse meglio, per una volta nella vita, a dire la verità, ma non lo farà mai, forse perché così si conoscerebbe nella sua vera luce anche il personaggio Romano Prodi, e agli italiani passerebbe per altri mille anni almeno ogni voglia di liberarsi di Silvio Berlusconi per quanti errori possa commettere.
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