Viene da ridere a sentire Ilda “la rossa” Boccassini che, nel tentativo di motivare le pesanti richieste di condanna contro Cesare Previti, Renato Squillante e altri nel processo IMI-SIR, dopo aver letto una lunga e tediosa perizia contabile sui flussi di denaro ricollegabili agli imputati senza però trovare un solo straccio di prova che fossero riconducibili al prezzo di corruzione, si è scagliata contro l’intera Corte di Cassazione, asserendo che sulla stessa vi era un vero e proprio “controllo militare”, ovviamente in funzione corruttiva, ad opera degli imputati, scatenando la giusta indignazione dell’ex presidente dell’A.N.M., Antonio Martone, a suo tempo silurato perché, tra le toghe, pare non sia tempo di buon senso e moderazione.
La Boccassini, tanto omogenea alla linea politico-imprenditoriale-editoriale del famigerato gruppo L’ESPRESSO che il settimanale omonimo, all’epoca dell’arresto del giudice Squillante (marzo 1996) sparò una copertina col suo faccione e con lo slogan da stadio “FORZA ILDA”, nella foga di stigmatizzare questo apparato militare che avrebbe presidiato l’intera Cassazione, si dimentica dell’apparato politico-militare di cui ella è parte integrante e che, da ormai un decennio, occupa, appunto manu militari, la magistratura italiana, deviandone le funzioni a fini di distruzione di singoli politici e imprenditori o di forze politiche e imprenditoriali, di protezione oltre ogni decenza di altre forze politiche e imprenditoriali (i DS e De Benedetti, ma anche il gruppo Fiat, su tutti) e opprimendo i tanti magistrati seri, onesti, indipendenti e imparziali che ancora ci sono, obbligandoli spesso alla drammatica scelta tra l’adeguarsi all’andazzo generale o il venire estromessi, emarginati, addirittura incriminati.
Si ricorderà che, con una Mani Pulite ancora in pieno corso, anzi con le varie inchieste IMI-SIR, SME e Lodo Mondadori in pieno sviluppo, ovviamente contro Berlusconi e dintorni e con tanti riguardi verso De Benedetti e dintorni, si fece strada, proprio intorno al 1996, l’ipotesi che un magistrato di grandi esperienza e preparazione come Francesco Pintus, all’epoca Procuratore Generale a Cagliari, divenisse, al posto di Giulio Catelani (procuratore generale “sfiduciato” da Borrelli per non aver omesso di doverosamente inoltrare al Consiglio Superiore della Magistratura le decine di esposti contro il Pool che gli pervenivano), PG nel capoluogo lombardo, verosimilmente più per riavvicinarsi alla propria famiglia, residente a Varese, che per desiderio di cambiare la politica giudiziaria ambrosiana; ma non ci si poteva fidare, perché quel Pintus era uno che era stato alla famosa Prima sezione della Cassazione con Corrado Carnevale, l’aveva difeso a spada tratta quando tutti l’accusavano di essere un mafioso (i veri uomini si vedono in queste circostanze), ed era soprattutto un coerente garantista, aderente a Magistratura Democratica fin dalla sua fondazione ed ex senatore indipendente del PCI, che rimaneva ancorato al suo retaggio culturale, non accettando di svenderlo come invece i magistrati “rossi” d’Italia, dopo avere per anni inteso difendere le “libertà” contro i governi “reazionari” a guida DC o contro i vari servizi segreti deviati, hanno fatto sull’altare dell’antimafia e di Mani Pulite.
I Borrelli, i D’Ambrosio, i Colombo, i Greco, le Boccassini, non potevano permettere, no che non potevano permetterlo, che il fortino milanese, questo si militarmente controllato, fosse espugnato da un personaggio pericoloso come Pintus, e così, grazie alle fruttuose sinergie instauratesi con la Procura di Cagliari tramite rapporti di indagini collegate (come quelli tra Davigo e Cicalò in tema di denaro sporco del generale Cerciello, o tra Marchetti e Spataro in tema di droga viaggiante sull’asse Milano-Cagliari) o di altra natura (Paolo Piana, il giovane magistrato figlio del procuratore Carlo Piana, prestò servizio a Milano per quattro anni), i PM della Città del Sole, non certo dissuasi e anzi istigati dal loro capo dell’epoca, Franco Melis (un fascista che più fascista non si può, ma a volte gli opposti estremismi si toccano), furono persuasi a fare le bucce agli atti del procuratore generale per potergli poi addebitare di tutto di più, tra cui molte falsità, che furono riversate in chilometrici esposti al Consiglio Superiore della Magistratura adeguatamente caldeggiati in quella sede dai soliti immancabili esponenti di Magistratura Democratica, con corollario di articoli di stampa denigratori nei confronti di Pintus.
Gli esiti di quella che fu definita la “Guerra tra Procure”, e che vedeva i sostituti della Procura presso il Tribunale, alcuni dei quali si ricattavano reciprocamente (come quando un PM scoprì che un suo collega usufruiva gratis di una lussuosa villa al mare di un noto faccendiere, e quest’ultimo minacciò il primo che avrebbe divulgato il fosco passato della sua compagna se si fosse avvalso di quelle informazioni), agitarsi e scomporsi per improvvisare ogni giorno riunioni estemporanee per elaborare nuovi piani di guerra contro Pintus, sono noti: a Pintus fu negata la nomina a Procuratore Generale di Milano, a favore di un certo Umberto Loi che non aveva mai svolto funzioni requirenti in vita sua e che ovviamente non contò mai niente, facendo dormire a Borrelli e la sua banda sonni tranquilli.
Certi debiti di riconoscenza si devono pagare, i cagliaritani avevano fatto alla magistratura militante milanese il grande favore di mettere Francesco Pintus fuori gioco, e un po’ più tardi, quando furono molti PM cagliaritani a trovarsi nei guai per tutto ciò che era venuto fuori a seguito del suicidio di Luigi Lombardini e per le minacce di ispezioni straordinarie dell’allora Ministro della Giustizia, Giovanni Maria Flick, le falangi armate milanesi sicuramente scesero in campo, schierarono le loro truppe al C.S.M. (Armando Spataro, dei Verdi, legato a Mario Marchetti; Emanuele Smirne, di Unicost, vicino a Carlo Piana; Gianfranco Gilardi, di Magistratura Democratica, sicuramente collegato a Enrico Dessì), ricordarono all’allora Presidente del Consiglio Romano Prodi, e al suo ex avvocato Flick, il drammatico interrogatorio che Prodi subì anni prima ad opera di Antonio Di Pietro; così non vi furono ispezioni nel Palazzaccio di Cagliari, che non furono attuate certo da Flick, né dal suo successore Oliviero Diliberto, un cui compagno cagliaritano, dirigente di una Cooperativa rossa, era un po’ nei guai per qualche procedimento penale, e presso il C.S.M. non furono avviati, o furono presto insabbiati, procedimenti disciplinari o di trasferimento d’ufficio nei confronti dei “signori della guerra” cagliaritani responsabili morali del suicidio di Lombardini, mentre fu accelerato l’iter dei procedimento che riguardavano gli avversari di costoro, come ancora una volta Francesco Pintus.
Si capisce come mai un autorevole parlamentare sardo del Partito dei Comunisti Italiani, quello di Oliviero Diliberto, richiesto da alcuni militanti se non si potesse proprio prendere qualche iniziativa per vederci chiaro nelle cose del Palazzaccio cagliaritano, rispose, laconicamente, che “non si poteva fare niente”; certo, perché a volere l’impunità della magistratura cagliaritana, per debito di riconoscenza, era l’onnipotente Procura milanese, alla quale non si poteva dire di no per motivi che D’Alema e soci sanno bene.
Che taccia, quindi, la Boccassini. Lei e i suoi colleghi della Procura milanese sono i massimi esperti di come si costruisca un controllo “militare” intorno agli uffici giudiziari, ponendoli al riparo da malaugurate intrusioni di persone che, come sicuramente avrebbe fatto Francesco Pintus, non avrebbero tollerato un certo deteriore andazzo; e il guaio è che ne è scaturita anche la protezione militare del fortino giudiziario di Cagliari, l’impunità di tanti magistrati che ne hanno combinata una più di Bertoldo, il tutto nel nome di Mani Pulite, una lunga vicenda politico-giudiziaria che non ha apportato alcun vantaggio alla Sardegna e che all’Italia intera, alla fin fine, ha forse arrecato più danni che vantaggi.
Ma tant’è, i vari procedimenti a carico di Silvio Berlusconi hanno di volta in volta mostrato tutta la loro inconsistenza, il processo IMI-SIR è una tragicommedia, prima o poi quasi tutti i reati, compresi quelli potenzialmente riguardanti il gruppo De Benedetti e le Cooperative rosse, cadono in prescrizione; allora, forse, cadrà finalmente il fortino milanese, non più in grado di ricattare alcuno, e cadrà conseguentemente quello cagliaritano, di cui già si intravedono segni di scricchiolio.
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