23 08 2003 - QUEL FILO ROSSO TRA LA CARTIERA E SILVIA

Non ci sembra una mera coincidenza il fatto che, da quanto si sa informalmente e forse non emergerà mai (chissà perché) dalle indagini della DDA cagliaritana, emerga un significativo, primario ruolo di elementi di origine calabrese nel prelievo e, probabilmente, anche nella custodia di Silvia Melis nella prima fase del rapimento, e al contempo, nella stessa epoca, un certo attivismo di personaggi parimenti calabresi, in parte gli stessi, nel dispiegare ogni sforzo affinché fallisse il tentativo di Nicola Grauso, al quale da ultimo si era associato Giorgio Mazzella, di rilanciare ad un tempo la Cartiera di Arbatax e il comparto forestazione in Ogliastra.
Non ci sembra affatto casuale che si sia tentato a tutti i costi, riuscendoci, di spingere al fallimento, alla decozione, la società di gestione della Cartiera (Arbatax 2000) laddove si sa che una delle tecniche preferite dalla ‘ndrangheta calabrese per il riciclaggio di denaro sporco è quella di rilevare imprese in decozione e ricapitalizzarle ponendo alla loro guida persone compiacenti, né che i calabresi abbiano inteso stroncare la concorrenza, rispetto al quasi monopolio che essi hanno sulla forestazione in quest’area del Tirreno, impedendo che nascesse una forestazione sarda; non pare per nulla casuale neppure che col rapimento della figlia di uno stretto conoscente di Mazzella, vale a dire Tito Melis, si sia inteso bersagliare in modo intimidatorio l’imprenditore ogliastrino, il cui contributo al rilancio di Arbatax 2000 e Marsilva poteva essere decisivo.

Altra cosa poco casuale: accurate indagini della Guardia di Finanza comprovano che almeno due dei personaggi probabilmente coinvolti nella fase iniziale del sequestro Melis, un calabrese e un sardo, avevano i bilanci delle loro imprese pesantemente in rosso, sicché c’è da chiedersi cosa ci fosse di meglio di un rapimento per ricapitalizzarsi rapidamente, come facevano certi personaggi di Orgosolo che improvvisamente diventavano titolari di aziende di discreto respiro in coincidenza con la risoluzione di un sequestro di persona.
Ed infine: come mai l’originariamente pianificata risoluzione del sequestro, col rilascio di Silvia Melis dietro pagamento della somma di 1 miliardo e 400 milioni di vecchie lire, era prevista per il mese di luglio 1997, in singolare coincidenza con l’agognato, da certi loschi figuri implicati nel sequestro, fallimento di Arbatax 2000 e Marsilva, e come mai le esose pretese iniziali dei banditi erano calate così di botto, a chiedere meno della metà della somma originariamente domandata di 3 miliardi di lire?
Sono tutte domande indiscrete che la magistratura cagliaritana non si è mai posta, o che forse si è posta evitando di darvi, e di darsi, una risposta in quanto “compromettente” dato il reticolo di amicizie dei suddetti calabresi; sta di fatto che, contrariamente a quanto si crede, la notte dell’11 luglio 1997 non vi fu alcuna offensiva della Polizia intesa ad impedire a Giagheddu e Sgarella, emissari di Tito Melis, di pagare il riscatto, e che questo fu sequestrato per puro caso ad opera di una pattuglia isolata, il tutto coerentemente con disposizioni date dall’alto, molto dall’alto. Poi, il sequestro prese una piega differente e rischiosa, ma questa è tutta un’altra storia.