La Corte Costituzionale, abbastanza inaspettatamente, ha dichiarato l’incostituzionalità della cosiddetta legge “Lodo Schifani” che prevedeva la sospensione dei dibattimenti penali nei confronti delle persone che rivestissero le cinque più alte cariche dello Stato, affermando che detto provvedimento avrebbe violato il principio di eguaglianza.
Sta bene, anche se, senza scandalo, in molti Paesi europei nostri dirimpettai, primo tra tutti la Francia, una disposizione simile è prevista da tempo (anche Chirac era indagato), e al di là delle ipocrisie, vi sarebbe da chiedere ai soloni che compongono la Corte, in maggioranza di nomina politica (c’è ad esempio l’ex ministro della giustizia del governo di “Mortadella” Prodi, Giovanni Maria Flick, quello che doveva far ispezionare gli uffici giudiziari di Cagliari e non lo ha fatto), se si debba continuare, sanzionando formali violazioni del principio di eguaglianza quale quella da essi ravvisata, a tollerare le continuative e sostanziali violazioni di detto sacro principio che si verificano, nella pratica, quotidianamente nell’azione della magistratura, in particolare con la consuetudine di accelerare certe indagini a seconda che l’interessato sia scomodo, politicamente o per altri motivi, e di far finta di non vedere illeciti spesso mostruosi quando siano addebitabili agli “amici”.
Il caso Parmalat parla chiaro: se è vero che la montagna di illeciti che oggi viene addebitata a Tanzi e soci ebbe inizio ben quindici anni fa, è plausibile che il “controllore” (i magistrati di Parma, ma anche quelli mitici di Milano) non si sia accorto di un bel niente in tutto questo tempo? Casualmente, Calisto Tanzi non era un bieco piduista amico del ladrone Craxi, come da accusa ricorrente nei confronti di Silvio Berlusconi, ma era un fedelissimo amico di Ciriaco De Mita che ha sempre fatto, da quando esiste, propaganda molto intensa per l’Ulivo, e quindi è sicuramente una persona perbene, non ci si occupi di lui.
O, se vogliamo tornare a casa nostra, nel 1999 la Procura di Cagliari assalì Grauso per avere smembrato giuridicamente le attività della testata del quotidiano L’UNIONE SARDA e del centro stampa di Elmas da quelle della società editrice del quotidiano cagliaritano, intravedendo in ciò chissà quali inenarrabili illeciti che, secondo i consulenti di fiducia della Procura, non cessarono ma anzi si ingigantirono quando Grauso riaccorpò tutto, ma nessun segnale circa l’adozione di provvedimenti analoghi, come quello drastico dell’azione ex art. 2409 del Codice civile, vi è finora stato quanto all’operato di Sergio Zuncheddu, nuovo editore “portato” dalla magistratura, da Emanuele Sanna ma anche da certa destra economica con la coda di paglia, per aver nuovamente effettuato lo scorporo di dette attività.
Cari soloni della Corte Costituzionale, la prima a violare il principio di eguaglianza, oggi come oggi, è proprio la magistratura, in particolare i PM che, agevolati dall’inesistenza di alcuna direttiva vincolante sull’ordine di trattazione dei procedimenti e sull’adozione di criteri uguali in tutti i casi simili, accelerano a dismisura la trattazione di quei procedimenti idonei a danneggiare nemici politici, imprenditoriali, giornalistici o quant’altro del blocco di potere in cui di volta in volta i magistrati si riconoscono, perlopiù, in sinergia con certa stampa, più per “sputtanare” le persone con l'”effetto annuncio” di una inchiesta piuttosto che per ottenere la loro condanna, e altresì, quando conviene, o semplicemente per insensibilità ed insipienza, attuano l’insabbiamento strisciante di procedimenti delicati, magari contro gli “amici” e gli “amici degli amici”, omettendo di svolgere valide attività istruttorie e comunque di svolgerle tempestivamente.
Nell’originario programma sulla giustizia della Casa delle Libertà, vi era una proposta, già presente nella “Bozza Boato” che fu insabbiata dall’opposizione dell’A.N.M. recepita in modo supino dall’allora presidente della Repubblica Scalfaro, che poteva risultare risolutiva onde evitare questo modo scandaloso di esercitare l’azione penale, ossia quella secondo cui il Parlamento, ogni anno, avrebbe dovuto deliberare sui criteri direttivi da seguirsi, appunto, nell’esercizio dell’azione penale; qualcuno aveva gridato, e sicuramente griderebbe ancor oggi, all’attentato all’indipendenza della magistratura, ma non si tratterebbe affatto di derogare alla regola dell’obbligatorietà dell’azione penale, semplicemente, dato che i procedimenti penali sono tantissimi e mezzi e tempi di Procure e Tribunali sono limitati, si tratterebbe di prendere atto, con spirito pratico, del fatto che “si fa quel che si può” e, onde evitare che le esigenze organizzative prestino il fianco ad arbitrii, affidare l’indicazione delle priorità da seguire al Parlamento, l’organo che è espressione della sovranità popolare, di quel popolo in nome del quale la giustizia è amministrata.
La verità è, quindi, che questo sistema è avversato dalla magistratura perché le toglierebbe quasi del tutto la discrezionalità nell’esercizio dell’azione penale che è di fatto la realtà, e ovviamente, poiché discrezionalità è potere, i PM vedono come il colera ogni iniziativa intesa a ridurgliela, allo stesso modo in cui vedono come la peste la separazione delle carriere perché non potrebbero più esercitare pressioni ambientali sui giudici; in realtà, la proposta della Casa delle Libertà, che si spera si voglia prima o poi attuare e non importa se a colpi di maggioranza e provocando qualche mal di pancia ai girotondini (tra le cui nuove reclute, guarda caso, vi è proprio Scalfaro) è molto più conforme, negli effetti pratici, al principio di obbligatorietà dell’azione penale che non il sistema attuale.
Berlusconi vada quindi avanti per la sua strada: se principio di eguaglianza deve essere, deve esserlo globalmente e totalmente.
Peraltro, va incidentalmente ricordato che il timore paventato da chi caldeggiò l’approvazione del “Lodo Schifani” non fu tanto lo scandalo di un Silvio Berlusconi sottoposto a processo penale nel corso del suo mandato quale Presidente del Consiglio, bensì il timore che egli, oltre che da capo del governo e leader di Forza Italia, soprattutto da presidente di turno dell’Unione Europea, si trovasse nella impossibilità pratica perfino di stendere l’agenda dei suoi impegni ed appuntamenti, con gravi ricadute a livello istituzionale, dato che un trio di giudici di Milano, ovviamente ben “pompati” da Suo Accanimento Ilda “La Rossa” Boccassini, pretendeva addirittura di sindacare la validità o meno degli impegni di Berlusconi, intuibilmente non partite a carte con gli amici, quali legittimi impedimenti a prendere parte alle udienze.
Come dire che le massime istituzioni italiane ed europee vedevano il loro condizionamento subordinato ai capricci di un Tribunale: ma siamo matti? Si può capire ora perché sia urgente porre mano seriamente ai rapporti tra potere giudiziario e potere politico?
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