Era all’incirca la fine del luglio 1998, quando Luigi Lombardini, preavvertendo che in ogni caso dopo il suo previsto interrogatorio da parte dei magistrati di Palermo niente sarebbe stato come prima, decise che doveva “chiedere perdono” relativamente a un grosso peccato della propria “rete”, legata mani e piedi a Gladio, che, pur essendo stata un’organizzazione che sostanzialmente perseguiva finalità di giustizia, peccati sulla coscienza ne aveva eccome.
Non poteva, Lombardini, chiedere perdono allo Stato, che nella vicenda era coinvolto fino al collo, e allora pensò di chiederlo a Dio, recandosi faticosamente, in compagnia di una persona a lui cara, sulla cima del monte Arcuentu, da padre Lorenzo, un eremita di cui poteva fidarsi.
Al contempo, documenti molto scottanti che documentavano appieno cos’era accaduto furono depositati, su disposizioni di Lombardini, in un sito molto segreto, la cui ubicazione è oggi conosciuta solamente da tre persone, tra le quali un magistrato e un agente del SISDE; un altro magistrato, che sicuramente sapeva, è recentemente deceduto.
La vicenda, si è compreso, non era altro che quella di “Volpe 132”, dell’abbattimento nella notte del 2 marzo 1994 dell’elicottero della Guardia di Finanza con a bordo gli elicotteristi Gianfranco Deriu e Maurizio Sedda.
Giorno per giorno, come stiamo scrivendo abbondantemente su questo sito, la vicenda suddetta, lontana anni luce da una qualsiasi conclusione giudiziaria soddisfacente, ha assunto contorni sempre più inquietanti, con legami coi traffici internazionali di armi e rifiuti radioattivi, con l’attivismo militare dei cinesi in Africa, con la tragedia di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, coi mille interessi criminali della ‘ndrangheta calabrese.
Lombardini sapeva che un altissimo ufficiale della Guardia di Finanza, suo amico personale – e peraltro legato all’avvocato Taormina, tanto che potrebbe avergli dato le “dritte” per collegare la vicenda Volpe 132 col caso Ilaria Alpi – si era mosso, su ordine della lobby massonica deviata commista con la ‘ndrangheta calabrese che governava i traffici di armi e rifiuti radioattivi, per effettuare una serie di depistaggi, per far sparire i tracciati radar relativi all’ultimo volo di “Volpe 132”, per far credere che l’elicottero era scomparso in un luogo diverso da quello reale, Capo Carbonara anziché Capo Ferrato.
Lombardini sapeva poi che un magistrato oristanese massone era totalmente nelle mani della ‘ndrangheta, ricattato per debiti di gioco, e che questi, anch’egli peraltro buon amico di Lombardini, praticamente organizzò in prima persona, con l’aiuto, forse, di altro magistrato oristanese organico alla lobby massonico-criminale e in sinergia col SISMI, il depistaggio legato al furto presso l’eliporto di Fenosu dell’elicottero Agusta A 109 identico a “Volpe 132”, trovato a Quartu Sant’Elena con alcuni pezzi smontati, allo scopo di calarli a mare a Capo Carbonara per rafforzare i depistaggi.
Lombardini sapeva bene perché la Procura oristanese non si impegnò affatto a fare piena luce su questo misterioso episodio, che scivolò verso la derubricazione in un reato pretorile, appropriazione indebita, presto avviatosi a prescrivere.
Lombardini sapeva che il PM Guido Pani, nelle fasi cruciali dell’indagine su “Volpe 132”, si trovò affiancato da un personaggio molto legato al magistrato oristanese che aveva organizzato i depistaggi, nonché a certi settori della DIGOS cagliaritana, quale riferiva in “tempo reale” a chi doveva sapere dello stato delle indagini, onde studiare nuovi espedienti per neutralizzarle.
Lombardini sapeva che quel magistrato nelle mani della ‘ndrangheta aveva orchestrato, a Oristano, le attività calunniose nei confronti dell’ex “gladiatore” Stefano Antonino Arconte, che troppo sapeva sulle vicende della motonave “Lucina” e in particolare sul ruolo del suo “collega” di Gladio Gaetano Giacomina, scampato miracolosamente al massacro di Algeri del luglio 1994; la tecnica era stata identica a quella poi ricondotta dalle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia a Lombardini, adoperata nei confronti di un personaggio che rischiava di mettere a nudo i segreti finanziari della “rete”, alcuni dei cui appartenenti pensarono bene, a un certo punto, di darsi alle truffe e all’usura.
Vi era l’ordine di ridurre Arconte al silenzio, e quest’ordine era partito direttamente dalla ‘ndrangheta calabrese, e prontamente veicolato al magistrato oristanese che non poteva dire di no all’organizzazione criminale; Lombardini sapeva, ma tacque.
Vi erano poi quegli stessi settori della DIGOS ai quali era legato il personaggio che affiancò il PM Guido Pani col ruolo, non sospettato da nessuno, di spia, prodromici all’inchiesta, poi presa in mano dalla Guardia di Finanza, che, circa due mesi dopo l’abbattimento di “Volpe 132” e i timori che si scoprissero i legami della vicenda con certi strani viaggi della motonave “Lucina”, cagionò l’arresto di Massimo Cellino e della sorella Lucina con l’accusa di truffa all’AIMA, sul presupposto dell’asserita denuncia da parte dei Cellino dell’invio in Algeria di inesistenti partite di granaglie e semolino.
La “Lucina”, a quanto pare, in realtà quando svolgeva trasporti alquanto clandestini quali quelli di armi e materiali radioattivi, per nascondere ogni traccia faceva figurare i carichi sui registri di carico e scarico come riferiti alle ordinarie attività della SEM Molini Sardi, ma i dati della nave non coincidevano con quelli di magazzino.
Massimo Cellino era del tutto ignaro di questa storia, anche perché l’equipaggio del “Lucina” rispondeva in questo a Gladio, o a quel che ne rimaneva, piuttosto che a lui, e si trovò tuttavia incriminato, forse perché l’ipotizzare una truffa era un modo plausibile per giustificare i trasporti “in eccedenza” svolti dalla Lucina senza rischiare che indagini più approfondite ne disvelassero la reale natura; l’inchiesta su poi grandemente gestita da personaggi vicini al magistrato oristanese colluso con la ‘ndrangheta, e un ruolo essenziale nelle indagini fu svolto da persona, appartenente alla massoneria, molto vicina a un magistrato, anch’egli vicino a Lombardini e forse aderente alla “rete”, sicuramente massone e organico agli ambienti più retrivi della borghesia cagliaritana, legato al magistrato ‘ndranghetista che organizzò le calunnie in danno di Stefano Antonino Arconte.
Lombardini sapeva tutte queste cose, e infatti nel suo “memoriale” espresse velate critiche riguardo all’inchiesta nei confronti di Cellino, ma privatamente era molto più loquace, affermando apertamente di sapere con certezza che Cellino era innocente.
Tutte queste potrebbero sembrare chiacchiere al vento, e penalizza al momento il non poter fare apertamente nomi, ma vi è un gioco di incastro e di coincidenze micidiali, che magari investigatori della tenacia e della statura di un Carlo Palermo o di un Felice Casson potrebbero opportunamente approfondire; purtroppo, a Cagliari, ciò non è avvenuto e non può avvenire, e si capisce perché, perché la “pressione atmosferica”, come diceva Borrelli, è veramente troppo forte.
Comunque, Lombardini di tutte queste circostanze possedeva il riscontro per iscritto, egli non avrebbe mai fatto piena luce sulla “rete”, per non danneggiare molti dei suoi appartenenti “di base” che intendeva proteggere fino all’ultimo, ma intendeva rivelare ciò che sapeva sulla vicenda Volpe 132 e annessi e connessi, e intendeva farlo proprio in occasione dell’interrogatorio con Caselli, sapendo che avrebbe trovato, da parte del magistrato torinese, molta attenzione a queste problematiche.
Era la sua vendetta per essere stato bellamente lasciato solo, e Lombardini da tempo aveva esternato in giro l’intendimento di attuarla, sapendo pure che la sua vita era in pericolo, e cominciando ad andare in giro armato fino ai denti.
Sperava così, Lombardini, in un soccorso da parte di quegli ambienti di destra, legati mani e piedi a Gladio, alla P2 e alla massoneria deviata, dai quali si era sentito abbandonato, e nei quali sguazzavano molto a loro agio tanti suoi colleghi che gli dovevano tutto quanto a carriera e prestigio.
Ma la risposta fu brutale: fecero sapere a Lombardini che, se non si fosse stato zitto, avrebbero eliminato fisicamente una persona a lui molto cara, e Lombardini non poteva fuggire a questo ricatto, anche se sapeva bene che “vuotare il sacco” era forse l’unico modo, in quel momento, per fornire a Caselli un “osso” ben più succulento delle ipotesi d’accusa che erano state formulate contro di lui, per lasciar scivolare nella melma il procedimento e indirizzare Caselli a occuparsi della Gladio sarda e dei suoi legami con la criminalità organizzata e la massoneria deviata.
E invero, le disposizioni intese a inquinare le prove del procedimento di Palermo, tanto da costruire sulla pelle di Lombardini l’accusa di estorsione, vennero sicuramente dalla massoneria, e lo stesso Tito Melis, forse, era sotto ricatto, non in relazione alle vicende del rapimento di Silvia, ma ad altre circostanze che erano ben note, presso la Procura di Cagliari, ad un magistrato estraneo all’inchiesta Melis, ma legato organicamente a Gladio e al SISMI, e che per via di incarichi professionali aveva avuto modo di conoscere certe vicende relative all’ingegnere di Tortolì.
Dalla stessa fonte venne l’ordine di “lasciar perdere” quanto a dire tutto a Caselli.
Fu allora che Lombardini intese che la sua fine era prossima, che se avesse parlato avrebbero ucciso la persona a lui tanto cara, mentre se avesse taciuto l’avrebbero arrestato; sapeva che i magistrati di Palermo sarebbero giunti a Cagliari col decreto di fermo già pronto, pronto però anche ad essere strappato se il colloquio si fosse rivelato proficuo. Decise quindi per l’occultamento dei documenti, intimò alla persona a lui cara, che era a conoscenza del nascondiglio, di scappare in Continente, cosa che fece involandosi con un’amica che era legata a un magistrato cagliaritano, e andò incontro al suo destino. Tragico.
Dopo la morte di Lombardini, si seppe poi che infidi emissari del SISMI avevano cercato per ogni dove la persona cara a Lombardini stesso, convinti che essa recasse con sé i documenti di Volpe 132, e altrettanto fecero nei confronti del magistrato legato all’amica di questa persona, convinti che anche lui sapesse e avesse le “carte”; da questa attività si desistette quando, preoccupato dalle allarmanti cose che aveva appreso circa la situazione sarda, il presidente della Repubblica Scalfaro in persona ordinò ai servizi segreti di “farla finita”.
I servizi segreti non hanno mai cessato di cercare quei documenti, e non si sa se oggi essi si trovino ancora dove furono riposti nel 1998, o se siano finiti nelle mani di quei personaggi del SISDE che erano legati a Lombardini e che, dopo la sua morte, hanno pazientemente avviato un’inchiesta parallela sulle vicende del caso Melis che è ancora in corso.
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