Non è una nostra opinione, sebbene lo sospettiamo da sempre, bensì è il ritrattino di sé stesso che ha dipinto quando, ormai mesi fa, rese la sua testimonianza avanti al Tribunale di Palermo in occasione del “Processone” per il “Caso Lombardini”: Tito Melis è solo un gran bugiardo.
Rispondendo a una domanda dell’avvocato Bellavista, difensore di Nicola Grauso, che gli chiedeva conto di sue affermazioni, fatte in una conversazione intercettata con padre Pinuccio Solinas nel mese di lugio 1997, secondo cui il dottor Carlo Piana gli avrebbe dato assicurazioni che “non ci romperanno le scatole”, in pratica l’autorizzazione a pagare il riscatto, l’ingegner Melis ha detto infatti che si era trattato di “una sua bugia per incoraggiare padre Solinas”, il che fa ridere, poiché tutti sanno che un uomo come il francescano di Bonorva, che non esitò a consegnarsi come ostaggio al posto di Piera Demurtas, di tutto ha bisogno meno che di essere incoraggiato, poiché, a differenza dei tanti Don Abbondio, il coraggio, chi ce l’ha, se lo può dare.
E’ buffo del resto, sempre a proposito di padre Solinas, il fatto che costui, trionfalmente assolto dall’accusa di favoreggiamento – ditelo a Peppino Patteri, che sta scontando 5 anni di reclusione per favoreggiamento nel sequestro Vinci – non sia stato neppure citato come teste dalla Procura …. malignamente ci chiediamo: che si volesse evitare che il coraggioso francescano ripetesse in dibattimento che si, è vero, l’amico Tito gli aveva detto che Piana in pratica gli aveva detto “pagate pure”? Comunque, grazie a Dio esiste il giusto processo, e padre Pinuccio Solinas è stato citato dalle difese; e, conoscendolo, crediamo che se la sua assoluzione dall’accusa di favoreggiamento intendeva essere un do ut des a favore di qualche illustre personaggio, chi ha fatto questo calcolo si sbaglia di grosso.
Ancora, Tito Melis, che naturalmente non ha saputo dare una spiegazione convincente del perché accusò Lombardini di minacce a scoppio ritardato, afferma che ciò che lo spinse a “vuotare il sacco” fu proprio quella “lettera calunniosa”, ossia la famosa “lettera liberatoria” che, secondo l’accosa e le asserzioni del Melis, costui avrebbe redatto sotto dettatura di Lombardini attestando che i PM Piana e Mura lo avevano autorizzato al pagamento del riscatto … insomma, Tito non ci dormiva la notte, dal rimorso per aver accusato Piana e Mura (quest’ultimo sempre cordialmente detestato) di un fatto che a seconda dei casi poteva costituire favoreggiamento, abuso d’ufficio o semplice illecito disciplinare, o niente del tutto, ma non era proprio lui che, preso a verbale da Piana e Mura, proprio loro, i “calunniati”, quasi subito dopo la liberazione (lui dice “la fuga”) di Silvia, aveva detto di aver scritto la lettera perché in quel momento “la vita di Silvia valeva più della procura”, il che è ben diverso da una calunnia, bensì significa aver scritto, sotto stato di necessità, una cosa che non si sarebbe voluto scrivere, ma che non necessariamente era falsa, che poteva anche essere vera?
E vi è da dire che Piana e Mura avevano a quel punto il dovere di spogliarsi del procedimento (anzi, farlo fare da Mario Marchetti, il PM più anziano, poiché loro gli atti non dovevano neanche più toccarli) e inviare gli atti a Palermo, sia riguardo alla posizione di Tito Melis, per l’eventuale calunnia nei loro confronti, sia riguardo a quella di loro stessi; non lo fecero, ma non pensiamo che Tito Melis avesse da dormire sonni tranquilli, poiché, a seconda di come girava, rischiava in potenza l’incriminazione per calunnia, che poteva essere evitata solamente con la costruzione giuridica dell’estorsione, poiché, attribuendosi la redazione della “lettera liberatoria” alle minacce di Lombardini, rimaneva esclusa la responsabilità dell’autore materiale, ossia lo stesso Tito Melis.
Non vogliamo proprio essere maligni, o paranoici, ma non si è sul terreno della fantascienza se si immagina che a un certo punto possa essere avvenuto, come si usa dire quando si baruffa tra nemici, un “franco e cordiale” colloquo tra Tito Melis e qualcuno interessato a neutralizzare gli effetti della “lettera liberatoria”, e ovviamente forte di una notevole sapienza giuridica, laddove costui, o costoro, suggerirono a Tito che doveva modificare quella che fino allora era stata la descrizione di esortazioni magari troppo energiche di Lombardini a pagare per salvare la vita di Silvia in uno scenario di gravi ed efferate minacce, che lo stesso Tito, finemente, afferma però, lasciando aperto uno spiraglio, di avere ritenuto “non credibili” quando vennero profferite; Lombardini a suo tempo parlò di incontri irrituali tra Tito Melis e “qualcuno”, ma nessuno alla Procura di Palermo, sebbene detta circostanza sia stata rivelata in un dettagliato esposto, si è mai occupato di questo.
Abbiamo piena fiducia nei giudici del Tribunale del Palermo, ma ci chiediamo ancora una volta se, invece, i PM del Processone, che peraltro sono dei sopravvissuti alla tramontatissima era Caselli che difficilmente potranno ancora riciclarsi sotto Piero Grasso, abbiano a cuore l’accertamento della verità o, invece, l’applicazione ferrea del vecchio adagio per cui “cane non mangia cane”; ci auguriamo di no, perché il principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge vale anche nei confronti dei magistrati, protetti o meno dal PDS.
Va ricordato, per completezza e perché nessuno ci accusi di parlare per allusioni, che la persona che rese note le confidenze di Lombardini circa il fatto che due autorevoli personaggi avrebbero persuaso Tito Melis, con metodi poco ortodossi, a “dire qualcosa”, fu l’ex Magistrato di Sorveglianza Alberto Rilla, il quale dapprima redasse una bozza di esposto-denuncia che non doveva essere inoltrato, ma che fu chissà come pubblicato dal TG1, per mano di Pino Scaccia (un cronista di cui da tempo si sospetta la contiguità al Sisde) e dal quotidiano “Il Giornale” tra il 22 e il 23 agosto 1998, quindi fece formale esposto per una presunta violazione del proprio computer d’ufficio ove citava tale contenuto dell’esposto; il tutto finì sicuramente alla Procura di Palermo, anche se una certa Rossana Allieri, PM presso la “Procurina” che in quei giorni faceva funzioni del defunto Lombardini, pensò bene di inviare pretestuosamente al Consiglio Superiore della Magistratura.
E va rammentato, come riferito con ampiezza nel nostro sito, che il giudice Rilla, a seguito di tali attività, subì dure ritorsioni, attuate per mano del Consiglio Superiore della Magistratura (ove si distinsero per accanimento nei suoi confronti i consiglieri Viazzi, Rossi e Di Casola di Magistratura Indipendente, nonché Spataro dei Verdi) all’esito di una vera e propria attività di dossieraggio a quanto pare coordinata e diretta dal giudice Enrico Dessì, capo di Magistratura Democratica, e alla quale avrebbe partecipato anche il PM Mario Marchetti.
Sarà molto interessante sentire cosa dirà il giudice Rilla a Palermo, sempre che egli non sia tra i testi ai quali le difese rinunceranno, per sfoltire le loro lunghissime liste.
Va altresì precisato, in relazione alla notizia che abbiamo riferito a margine della nostra ultima “ultimora” sul terrorismo, che quando fu perpetrata la squallida azione di intonacare i muri dell’ex ufficio di Lombardini lasciandoci incastrato il pezzo di cranio di quest’ultimo, ossia certamente entro il 1998, il dottor Carlo Piana non aveva alcuna giuridica responsabilità sugli uffici della “Procurina”, poiché non era ancora divenuta operante la famigerata legge squassagiustizia del “Giudice Unico”; responsabile di quegli uffici fu invece non la dottoressa Rita Boi, sostituto procuratore più anziano allora in servizio, che non volle, o alla quale fu impedito di esercitare dette funzioni (noi propendiamo per questa ultima ipotesi, perché la dottoressa Boi è stata anch’essa, come il dottor Rilla e come altri, fatta oggetto di vere e proprie persecuzioni, tra cui la sollecitazione, da parte dei soliti comunisti di MD, di un giudizio di “inidoneità” ad essere trasferita ad ufficio giudicante perché, udite udite, “troppo cattolica” … si, non state sognando!!!, anche se i veri motivi riguardavano forse la sua eccessiva vicinanza a Lombardini e i suoi pessimi rapporti con Piana), bensì la dottoressa Rossana Allieri, funzioni giudiziarie dal 1993, a Cagliari dal 1997, amicissima della dottoressa Francesca Loy, di cui abbiamo già parlato come di quel giovane magistrato (legato alla cordata del potentissimo procuratore aggiunto, guarda caso di Palermo, Sergio Lari, tra l’altro ex componente del Consiglio Superiore della Magistratura, e, in Sardegna, a quella del defunto ex Procuratore di Oristano Walter Basilone, secondo alcuni legato ai Servizi Segreti) che fu spostato alla segreteria del Consiglio Superiore della Magistratura su “raccomandazione” di Armando Spataro, quel signore che non voleva il dottor Bova alla Procura di Nuoro, probabilmente anche per fungere da cinghia di trasmissione tra l’agguerrita A.N.M. sarda e gli ascari del C.S.M. pronti a farsi portavoce delle istanze meno equilibrate e più guerrafondaie.
Sia ben chiaro: non stiamo dicendo che la Allieri sia stata responsabile di questa squallida iniziativa, forse non ne ha saputo niente ed è stato qualche zelante commesso a disporre e predisporre. Tuttavia, sta di fatto che dopo la morte di Lombardini c’è stata una fretta del diavolo di cancellarne la memoria, adibendo quella che era la sua stanza a ufficio di un non meglio individuabile “Pool”, forse di Polizia Giudiziaria, e forse alla fretta di coloro che portarono via il cadavere di Lombardini, nella concitazione di quei momenti (a proposito: il servizio d’ordine per l’accesso degli estranei al Palazzo fu coordinato dalla nota Maria Rosaria Maiorino) si è aggiunta la fretta di chi doveva imbiancare quei muri di non perdere tempo con quel frammento osseo, che avrebbe comportato il dover stendere noiosi verbali e, magari, chiamare il medico legale.
Anche se …. anche se sarebbe lecito pensare che, da parte di quei sostituti procuratori della morente “Procurina” destinati a confluire nell’unica Procura, quella diretta da Piana, ci sia stata una certa ansia di mettersi al vento … ma non osiamo pensare questo, anche perché sappiamo per certo che Piana, pur nella contrapposizione a Lombardini, ne ha sempre avuto un qualche rispetto … almeno crediamo …
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