Che abbia ragione o no, e i precedenti non depongono certo a suo favore, Saddam Hussein sa bene che l’unica soluzione adeguata per evitare una seconda guerra del Golfo, da cui, nonostante ogni buona e umanitaria volontà statunitense, deriverebbe un nuovo bagno di sangue per il suo martoriato Paese – dato che la superiorità americana è schiacciante – è abbandonare il potere e andare volontariamente in esilio, magari protetto (e verosimilmente dorato), come ha proposto Marco Pannella, e senza strascichi davanti al Tribunale Penale Internazionale, di cui, specie poiché la procuratrice è una svizzera accanita seguace degli eroici PM di Mani Pulite, con permesso ci fidiamo poco.
Che abbia ragione o no, e i precedenti non depongono certo a suo favore, Carlo Piana, procuratore di Cagliari, sa bene che l’unica soluzione alle piaghe che hanno martoriato la credibilità della giustizia cagliaritana, facendole esercitare ruoli impropri quale addirittura quello di determinare l’assetto dell’informazione, sono le sue immediate dimissioni, magari col trasferimento in una sede prestigiosa, volendo anche Milano – dopo il pensionamento di D’Ambrosio la procura del capoluogo lombardo è ancora scoperta – ma dove non abbia più nulla a che fare, né in termini di influenza né in termini di gestione diretta, con gli affari giudiziari cagliaritani.
Il parallelo tra il garbato procuratore cagliaritano e lo spregiudicato tiranno iracheno può sembrare ingeneroso, ed effettivamente si tratta solo di un paradosso, perché così come Piana, anche Saddam Hussein non ha tutte le colpe dello stato di cose che si è venuto a creare, atteso che il vero errore è stato lasciarlo al suo posto dopo la prima guerra del Golfo, e che per il resto le “prove” sbandierate da Colin Powell sul riarmo iracheno lasciano quanto meno perplessi, per non parlare poi del dossier di Tony Blair scopiazzato da una tesi di laurea.
Allo stesso modo, il dottor Piana, anche se si è reso promotore delle azioni più fuorvianti rispetto al ruolo della magistratura, come il famoso articolo 2409 contro Grauso, anche se si è ben lontani dall’aver chiarito il suo ruolo nelle vicende relative al caso Melis, e al susseguente caso Lombardini, non può essere reputato unico responsabile dell’attuale devastato stato di cose degli affari giudiziari cagliaritani; i protagonisti di errori gravi o meno gravi, dolosi o colposi sono numerosi, e non tutti commessi da soggetti sotto il diretto controllo di Piana, si pensi solo a Pisotti che, mentre si dimostra più realista del re quanto alla questione Unione Sarda, per altro verso assiste passivo al sempre più disastroso degrado della giustizia civile, settore di cui ha la responsabilità e che, per ragioni che sono note, sta diventando la vera onta del Palazzaccio.
Piana sconta, però, i propri metodi di gestione, forse non dettati da intendimenti abusivi, ma sicuramente da una smodata ambizione, alla fin fine incongrua per un magistrato che ha dimostrato capacità di gestione di un ufficio complesso, come la Procura, perfino imferiori al già poco che ci si attendeva, e che sono improntati a un accentramento tale da travalicare la stessa competenza della Procura e da estendersi sulla globalità degli uffici giudiziari, almeno del settore penale; così che, a parte gli affari bagatellari, dei quali non importa niente a nessuno, è totalmente scomparsa ogni parvenza di dialettica tra i giudici e i PM, pressoché tutti appartenenti a un’unica corrente (quella comunista di Magistratura Democratica), con conseguente pioggia di condanne sommarie e con gli avvocati a fare da spettatori, di sicuro poco incentivati a fare qualcosa, dato che a suo tempo una rumorosa sollevazione collettiva degli avvocati napoletani contro il procuratore Agostino Cordova, che pure non ha fatto disastri paragonabili a quelli cagliaritani, si concluse con l’inevitabile assoluzione del Consiglio Superiore della Magistratura.
Così come in Iraq, pur senza i metodi brutali di Saddam Hussein, si è voluta, se l’è voluta il dottor Piana, una personalizzazione assoluta del potere all’interno del Palazzaccio, giacché, come quando si perde una guerra, il problema non è tanto il popolo, che non può certo essere estirpato dalla faccia della terra come facevano gli antichi romani, bensì il leader.
La magistratura cagliaritana la sua guerra, se non l’ha già persa, si accinge a perderla, poiché l’esito del processo ai pretesi sequestratori di Silvia Melis grida allo scandalo, con quattro persone tenute in galera, verosimilmente da innocenti, per un totale complessivo di quindici anni e con miliardi e miliardi di soldi delle nostre tasse (chi paga?????) spesi in indagini vane e inconcludenti, l’andamento del Processone di Palermo, anch’esso in realtà orchestrato a Cagliari, volge sempre più evidentemente verso il nulla di fatto, e peccato che un uomo però sia morto e abbia lasciato un vuoto incolmabile, la credibilità della magistratura è sotto zero, tanto è vero che, quando abbiamo fatto un sondaggio al riguardo (assolutamente non truccato), la maggioranza dei votanti ha ritenuto addirittura che i magistrati cagliaritani debbano considerarsi “una banda di mafiosi”, andando oltre le stesse intemerate di Nicola Grauso.
Il dottor Piana, non istituzionalmente, ma per l’accentramento e la personalizzazione degli affari giudiziari che egli ha voluto a tutto campo, è responsabile di questo stato di cose, e pertanto, se avesse un minimo di discernimento, dovrebbe sbrigarsi a fare fagotto, che tanto non avrebbe difficoltà né a trovare una nuova e onorevole collocazione, né ad andare in pensione.
Siamo sicuri che all’augusto procuratore, di queste nostre sommesse considerazioni, non importerà alcunché, così come il rimorso che dovrebbe provare per il male che è stato fatto a tanti cittadini e a tanti suoi stessi colleghi non gli impedisce di andare avanti al solito modo. Ma c’è sempre tempo per prendere coscienza della realtà, anche se sgradita.
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