24 01 2003 - QUANDO IL PENTITO LA SPARA GROSSA: LITTERA, VERNESONI E IL SEQUESTRO MELIS

La sua credibilitàè a rotoli, la Procura di Vicenza ne ha tempo addietro chiesto e ottenuto l’arresto per coinvolgimento in traffici di droga, e pare che altri dichiaranti si siano tirati indietro rispetto a dichiarazioni precedentemente rese forse solo per ottenere benefici e protezione da alcuni carabinieri “anomali”, dicono obbedienti a Luigi Lombardini, che stavano scoprendo i loro altarini.

Ma Paolo Littera insiste, e con lui insiste il PM Mario Marchetti, che continua a gestire davanti al Tribunale di Cagliari (non sappiamo quanti magistrati incompatibili compongano il collegio) il processo contro l’ex comandante del GOA di Cagliari, tenente colonnello Roberto Vernesoni, e altri due appartenenti alla Guardia di Finanza, accusati, grazie soprattutto alle parole del “pentito”, di essersi intascati 35 milioni di lire dalla rivendita di un quantitativo di droga distratta da quanto sequestrato in occasione di una brillante operazione.

Poco importa che in tutti gli ambienti malavitosi si dica apertamente, senza trincerarsi dietro le consuete diffidenze, ma purtroppo senza che alcuno sia neppure disposto a ripetere quello che sa in tribunale, che Vernesoni e i suoi graduati non si sono rubati proprio nulla, che quella droga era destinata a un agente provocatore, forse il detenuto già collaboratore di giustizia Ottavio Nonnis di Guspini (il cui trattamento giudiziario provocò uno scontro tra la Procura di Cagliari e quella di Milano), forse qualcun altro.

Il signor Littera, per supportare la sua cadente credibilitì la spara veramente grossa, e tira in ballo nuovamente, in affari di droga, nientemeno che Graziano Mesina, che per quanto ci riguarda siamo arcisicuri che con la droga non abbia mai avuto a che fare, e che infatti, anni e anni fa, fu assolto da una simile accusa infamante abilmente mestata da quegli stessi ambienti che, forse, gli cagionarono il misterioso “incidente” delle armi, stranamente contemporaneo a certe sue non gradite esternazioni sul denaro di Stato utilizzato per pagare il riscatto della liberazione di Farouk Kassam; addirittura, asserisce il collegamento di Mesina, per affari simili, con un clan, tali Tringali, della ‘ndrangheta calabrese. Il tutto nel sottofondo di asseriti rapporti dello stesso Littera con Raimondo Crissantu, nipote di Grazianeddu, nel tentativo di ottenere notizie da girare agli inquirenti sul sequestro di Giuseppe Vinci, in cui fu implicato il fratello di Raimondo, il noto Tonino Crissantu, poi assolto dal Tribunale di Oristano.

A noi pare, semplicemente e a parte queste sparate, che magari giudici poco sereni e in “Zona Cirami” potranno anche reputare credibili, che un “pentito” il quale, dopo il “pentimento”, sia ricaduto nel delitto non meriti una credibilità superiore a quella di una banconota da cinquanta centesimi di euro falsa, e non si può dimenticare che il tenente colonnello Vernesoni, forse nel doppio ruolo di ufficiale della GdF e di collaboratore del SISDE (questo non è stato mai chiarito), raccolse informazioni, poste a base di conseguenti relazioni di servizio (una delle quali, del marzo 1997, fatta sparire non si sa da chi dal fascicolo processuale), che avrebbero consentito, opportunamente approfondite dagli inquirenti, sia di fare piena luce su basisti e mandanti del sequestro di Silvia Melis, sia di individuare, forse, la pista giusta per la ricerca dei custodi di Silvia nell’ultima fase del sequestro, anziché quella palesemente falsa e depistante che ha portato a Grazia Marine e altri, clamorosamente sconfessata dalla Corte d’Appello di Cagliari con la sentenza del 20 dicembre scorso.

Non può certo escludersi che queste attività del tenente colonnello Vernesoni siano state considerate solo sgradite interferenze, in particolare la segnalazione del marzo 1997, riferita a un amico di Silvia Melis che l’avrebbe tradita, poiché toccava persona legata a un potente raggruppamento politico vicino al centrosinistra di cui peraltro non possono escludersi legami trasversali con lo stesso PM Marchetti, e quella successiva, relativa ai contatti di Tito Melis con due latitanti, uno di Oliena e l’altro di Dorgali, perché forse rischiavano di “sputtanare” alcuni dei veri rapitori di Silvia coi quali tuttavia è molto probabile che esponenti dello Stato immeritevoli della loro qualifica avessero sottoscritto lo stesso patto a suo tempo siglato con Matteo Boe per il sequestro Kassam, ossia soldi e impunità(Matteo Boe, peraltro, si fece in pratica arrestare spontaneamente poiché aveva il fiato sul collo dello SDECE, il temibile servizio segreto francese).

C’è del torbido, quindi, e occorrerebbe che prima o poi tornasse, per dirla col compianto Lucio Battisti, “Acqua azzurra acqua chiara”. Questi processi non aiutano, e se è vero, come si dice, che il tenente colonnello Vernesoni abbia in serbo molte scomode veritàe intenda parlarne al processo, ci auguriamo che ciò avvenga quanto prima.