22 02 2003 - QUANDO IL GIOCO SI FA DURO, I DURI INIZIANO A GIOCARE!

Nella notte tra il 21 e il 22 febbraio (oggi mentre scriviamo) i soliti ignoti sono penetrati negli uffici cagliaritani di Nicola Grauso e hanno asportato numerosi floppy disk che, a quanto trapela dallo staff dell’ex editore, conterrebbero dati relativi alle ponderose investigazioni difensive che Grauso, d’intesa col suo legale palermitano Mario Bellavista e avvalendosi di un corposo pool di esperti con varia qualifica, sta da tempo dirigendo in prima persona per dimostrare l’estraneità non solo sua, ma anche degli altri coimputati, primo tra tutti la buonanima di Luigi Lombardini, alle infamanti accuse rivoltegli dalla Procura di Palermo nel noto Processone in corso ormai da tempi biblici nel capoluogo siciliano, sulle spoglie dell’inchiesta già diretta da Giancarlo Caselli.
Grauso, a quanto trapela, manifesterebbe un preciso convincimento circa il movente del gesto, certo non da ascriversi a comuni ladruncoli, bensì a persone mandate da chi ha buone ragioni di temere, e di temere moltissimo, per quanto viene e verrà scoperto con le suddette investigazioni difensive.
Il Processone di Palermo sta, infatti, prendendo una piega non più controllabile per gli illustri personaggi sardi che hanno combinato di tutto e di più, dai veri e propri depistaggi in danno di innocenti come Zia Grazia Marine alle indebite pressioni su Tito Melis, e che hanno perciò tutto da temere da una fuoriuscita delle risultanze dell’istruttoria dibattimentale dai binari pretracciati dall’accusa.

E’ infatti un processo ormai orfano, privo di quei PM che potevano avere un interesse a portare avanti l’accusa, benché farraginosa e viziata dai tanti depistaggi perpetrati in terra sarda, se non altro per cercare di dimostrare di aver agito senza colpa: i sostituti Ingroia, Di Leo e Sava, infatti, sono stati recentemente sostituiti dal Procuratore Generale Celesti, ben contenti di liberarsi di questa gatta da pelare, ed è stato nominato un nuovo PM d’udienza che dovrebbe essere più disincantato rispetto ai quintali di carte accumulati; e anche al vertice della Procura siede un magistrato, Piero Grasso, che non ha avuto alcun ruolo nella promozione dell’accusa e, rispetto a questo processo, si è sempre tenuto defilato.
La strada di questo processo palermitano è stata poi radicalmente segnata dalla sentenza pronunciata il 20 dicembre 2002 dalla Corte d’Appello di Cagliari, con cui è stato in pratica decretato che quattro persone sono state tenute in galera per anni da innocenti, e che tre PM che dovrebbero cambiare mestiere hanno fatto spendere allo Stato miliardi per niente, auspicandosi che siano chiamati a rifondere il danno; ma anche che, evidentemente, qualcuno ha volutamente depistato quanto all’individuazione dei rapitori di Silvia Melis, forse scesi a patti con settori dello Stato per miliardi più l’impunità in cambio del silenzio su certe scottanti circostanze inerenti al pagamento del riscatto, dato che se si trattasse solo di errori, sarebbero tanto macroscopici da far ritenere che i responsabili dovrebbero essere internati in un ospedale psichiatrico, anziché processati penalmente o disciplinarmente.
Tutti gli interrogativi conseguenti si riproporranno, fatalmente, a Palermo, ed è certo che qualcuno ha tutto da temere da accertamenti approfonditi: non facciamo nomi, perché chiunque conosca gli atti del processo o anche solo conosca, per sommi capi, la torbida vicenda Melis, può ricavarli da solo.
Sono costoro i mandanti dell’incursione negli uffici di Grauso? A noi pare sicuro, c’è gente che è convinta di essere onnipotente, che non si confronta mai con la propria coscienza perché è sporca o perché non ne ha del tutto, che è incapace di accettare una sconfitta e di trarne le dovute conseguenze, che sarebbero, quanto meno, le dimissioni immediate: e così, ora, si ricorre a questi mezzi subdoli, da spie, magari tentando di evocare i servizi segreti deviati che non c’entrano nulla (un uccellino ci sussurra che di deviazioni ce ne siano molte di più all’interno della Polizia di Stato e della stessa magistratura che all’interno del SISDE).
Il gioco si fa duro … ma quando il gioco si fa duro i duri iniziano a giocare. Sarà inesorabilmente dimostrato, se non per merito di Grauso per merito di altri – perché in Sardegna, per sfortuna dei sepolcri imbiancati, la razza dei veri uomini non si è completamente estinta sotto le intimidazioni della magistratura – che questi signori che vilipendono le parole giustizia, magistratura e forze dell’ordine ammantandosi di esserne i rappresentanti altro non sono che un’accozzaglia di malfattori, il cui posto è a Buoncammino, o quanto meno l’esilio o la pensione, e per nulla dorati.