PRIMA RICHIESTA DI RIMESSIONE DI GRAUSO NEL PROCESSO ALIQUO’

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

Sezioni Penali
RICHIESTA DI RIMESSIONE
Il sottoscritto,
• Nicola GRAUSO, nato a Cagliari, il 23 aprile 1942, ed ivi residente alla Via Regina Elena, n. 20, difeso dall’avv. prof. Carlo Taormina con studio in Roma alla Via Federico Cesi, n. 21, qui nominato suo difensore di fiducia ed incaricato di depositare il presente atto, imputato nel processo penale n. 2317/98 RG NR – 60/99 RG GIP pendente dinanzi al Tribunale di Cagliari, nel quale è coimputato anche:
• Antonangelo LIORI, nato a Desulo, il 1 aprile 1964 e domiciliato presso L’Unione Sarda in Cagliari alla Via Regina Elena, n. 14, e nel quale è persona offesa il:
• dott. Vittorio ALIQUÒ, residente in Palermo alla Via U.Giordano n. 234 ed el. dom. c/o avv. Francesco CRESCIMANNO con studio in Palermo alla Via Dante 69,
propone la seguente richiesta di rimessione.
1. Lo scrivente è da alcuni anni fatto oggetto di una morbosa attenzione da parte della magistratura cagliaritana che ha recentemente su di lui scaricato una pioggia di iniziative giudiziarie la cui inusitata severità sembra essere il segno di quella mancanza di libertà di determinazione che il legislatore pone a fondamento della rimessione del processo per legittima suspicione.
Le ragioni di tale atteggiamento non sono immediatamente individuabili ed il sottoscritto, a tale riguardo, non può far altro che limitarsi a formulare alcune ipotesi ricostruttive che, comunque, appaiono le più verosimili sulla base dei fatti obiettivi che verranno qui spiegati e che comunque, al di là della eziologia, sono dimostrativi del fatto che la “giustizia” nei di lui confronti non sia la stessa che si applica per i comuni cittadini. Il sottoscritto, infatti, si vede destinatario di provvedimenti esemplari che hanno coinciso con l’esercizio, da parte sua, dei diritti di libertà politica e di manifestazione del pensiero questi ultimi esercitati attraverso l’attività editoriale, soprattutto quale socio di riferimento del quotidiano L’Unione Sarda.

Il sottoscritto, in particolare, può qui dimostrare che l’atteggiamento in parola sia la conseguenza della posizione che lo stesso ha pubblicamente assunto con riferimento alle note vicende relative al sequestro MELIS ed al suicidio del giudice LOMBARDINI con riferimento alle quali egli ha apertamente criticato la magistratura cagliaritana, difendendo l’operato del povero magistrato suicidatosi in circostanze misteriose. A tal riguardo il sottoscritto crede di aver assunto un atteggiamento assolutamente corretto: certamente non sono mancate le pubbliche prese di posizione, le denunzie per l’inefficienza manifestata da qualche parte dalla magistratura cagliaritana con riferimento al sequestro di Silvia MELIS. Tuttavia, il sottoscritto è anche fermamente convinto del fatto che il suo atteggiamento debba essere inquadrato nella libertà di stampa e, segnatamente, nell’ambito della normale attività di cronaca e di critica, costituzionalmente tutelato in quanto necessaria garanzia della vita democratica. Il sottoscritto, in particolare, ha sempre inteso perseguire lo scopo di contribuire alla formazione delle opinioni pubbliche ed alla indispensabile vigilanza sull’esercizio dei poteri pubblici mettendole in condizioni di ottenere il rispetto di quei principi giuridici ed etici che stanno alla base della vita democratica.
La severità della posizione è stata però male interpretata, strumentalizzata e piegata contro il sottoscritto il quale è stato fatto oggetto di particolari attenzioni avuto riguardo ai suoi interessi patrimoniali, e segnatamente all’attività editoriale praticamente indagata a 360° quasi che si sia cercato di espropriarlo dello “strumento” attraverso il quale egli ha esercitato i suoi diritti di libertà e di costringerlo al silenzio.
2. Non si è in grado di escludere che alla base dell’atteggiamento di prevenzione vi siano anche le iniziative in campo politico assunte dal sottoscritto il quale nel luglio 1997 fondò una formazione politica denominata Nuovo Movimento.
Si tratta qui di una chiave di lettura che assolutamente non esclude l’altra ma che con la prima si integra e che vede sempre la magistratura cagliaritana nel ruolo di protagonista con iniziative che sono singolarmente coincidenti con quelle invocate, a gran voce, da uomini politici locali dell’area di sinistra.
In effetti, l’attenzione giudiziaria nei confronti dello scrivente si è levata di livello a seguito della sua partecipazione al pubblico dibattito contro l’allora Giunta Regionale sostenuta dai partiti del centro-sinistra.
L’iniziativa nacque dalla constatazione del comportamento degli organi regionali i quali erano stati dal sottoscritto pubblicamente denunziati di aver contribuito, con la loro inerzia ed i loro comportamenti equivoci, a
boicottare l’operazione di salvataggio della cartiera di ARBATAX, alla cui acquisizione era interessato il sottoscritto.
In effetti la NUOVA CARTIERA DI ARBATAX è una cartiera che ha alle spalle una storia importante per l’economia della Regione, e ad essa era collegata la MARSILVA società di forestazione che possiede 3.097.000 metri steri di massa legnosa da impiegare nella produzione della carta. Entrambe tali società erano in una crisi profonda a cagione di una serie di operazioni nelle quali sono state coinvolte, tanto che, mentre la cartiera era da lungo tempo di amministrazione Prodi, la MARSILVA era stata dichiarata fallita.
Anche per effetto dell’iniziativa del sottoscritto, la Regione cominciò a porsi il problema di un possibile rilancio dell’attività economica della cartiera che venne data in affitto, dopo una gara, alla ARBATAX 2000, società costituita ad hoc dall’Unione Sarda. Il bando di gara prevedeva, altresì che l’affittuario avrebbe potuto acquistare il complesso aziendale dall’Amministrazione Straordinaria. Dal canto suo, la Regione Sardegna per consentire la sopravvivenza della società e favorirne la ripresa, si impegnò non solo a concedere una serie di agevolazioni finanziarie ma altresì ad attuare una serie di condizioni, contenute in una bozza di programma determinato attraverso un gruppo di lavoro, che avrebbero dovuto fungere da garanzia per far conseguire alla ARBATAX 2000 l’effettiva titolarità dei compendi aziendali in discorso (vicenda ARBATAX 2000 all. n. 1). La presenza della Regione, infatti, aveva una funzione di garanzia che avrebbe, in un certo qual senso, bloccato o, se si preferisce, guidato, l’operato dell’Amministrazione Straordinaria, atteso che questa, sulla base delle garanzie prestate dalla Regione non avrebbe avuto motivi per negare alla ARBATAX 2000 le cessioni già programmate. Ed in effetti, in aderenza al piano regionale approvato contestualmente alla decisione di dare inizio all’operazione di rilancio della cartiera, la ARBATAX 2000 pose in essere i primi atti diretti ad acquisire la MARSILVA proponendo un’operazione di concordato fallimentare.
A questo punto, a seguito di un’insistente campagna stampa provocata da La Nuova Sardegna, con toni scandalistici denunziava la pretesa consumazione di una turbativa d’asta tesa a favorire il sottoscritto la cui criminalizzazione determinò la Regione a mutare atteggiamento revocando, nella sostanza, i promessi finanziamenti. In effetti, la Giunta aveva già acquistato un accordo di programma con il Gruppo del sottoscritto; accordo che, però, la Giunta in una seduta successiva alla pubblicazione degli articoli in questione, trasformò in documenti di intenti a beneficio di chiunque si fosse reso cessionario della società. Di fatto tale decisione stravolse tutti gli accordi, perché per riavviare l’azienda occorreva effettuare lavori di manutenzione di svariati miliardi che, con la sola locazione a tempo, giammai avrebbero potuto essere remunerati. La logica dell’affitto dell’azienda in vista della sua cessione, aveva dunque, lo scopo di rendere possibile un
riavvio progressivo sotto il controllo degli organi della procedura concorsuale.
L’iniziativa portata avanti dall’assessore dell’Industria, Mario PINNA, ex segretario del PDS, dunque, aveva stravolto completamente gli accordi ed aveva tutte le caratteristiche dell’attacco ad personam.
Ed in effetti, a giugno dello stesso anno, nel momento in cui, sempre in omaggio a citati accordi, si doveva approvare il concordato MARSILVA, la Regione fece mancare il suo voto provocandone la risoluzione.
Il sottoscritto, il quale aveva partecipato ad una gara e dunque si riteneva (e si ritiene) leso dalle arbitrarie iniziative della Regione, aveva pubblicamente denunziato che l’atteggiamento assunto dall’allora Giunta era ispirata ad una logica di tipo clientelare, contestando pubblicamente l’allora Presidente della Giuna, l’on.le PALOMBA esponente del P.D.S. ed ex magistrato, dallo scrivente espressamente accusato di uccidere ogni prospettiva di sviluppo dell’Isola.
In effetti, il sottoscritto può dire che da quel momento la Giunta di allora aveva emarginato le sue aziende dagli aiuti alle imprese locali, per la sua posizione politica non collimante con quella della maggioranza pidiessina.
Anche in questo caso, la reazione fu durissima e dai toni minatori e, comunque, indirizzata a colpire il legittimo esercizio di fondamentali diritti civili del sottoscritto facendo catalizzare, vari e disparati interessi, politici ed economici, il cui unico scopo è stato quello di togliere di mezzo lo scrivente che, per tali suoi atteggiamenti, era divenuto un personaggio scomodo.
Va da sé, comunque, e questo è il dato che interessa nella presente sede, a partire dal settembre 1997, il sottoscritto ha dovuto constatare una singolare convergenza nei suoi confronti di iniziative varie, dapprima sotto forma di denunzie pubbliche, tutte di matrice pidiessina, prevalentemente diffuse attraverso il quotidiano La Nuova Sardegna, che compete con L’Unione Sarda per il primato delle pubblicazioni locali e notoriamente di ispirazione pidiessina e, poi, raccolte dalla magistratura cagliaritana che si è profusa in uno straordinario sforzo teso a dare concretezza a quelle denunzie.
Nel settembre 1997, infatti, l’assessore all’Industria della Regione Sardegna, On.le Mario PINNA, esponente del P.D.S., certamente uno dei principali destinatari dell’accusa di clientelismo genericamente indirizzata dal sottoscritto alla Giunta, replicò duramente facendo divulgare una pesante e minatoria dichiarazione, raccolta da varie agenzie stampa del seguente tenore: “libero, ovviamente, il dott. GRAUSO di creare tutti i movimenti che crede […]. È un partito il [n.d.r.: il PDS] temprato da una dura esperienza e tenace più di quanto si creda: chi pensa di poterlo azzannare spensieratamente, per ben che gli vada, ci rimette i denti” (all. n. 2).
In effetti nei mesi seguenti il sottoscritto è stato fatto oggetto di una insistente campagna stampa sul quotidiano La Nuova Sardegna la cui estrazione politica è certamente vicina ai colori della maggioranza che
aveva governato, sino a qualche giorno fa, il massimo organo amministrativo dell’isola.
Ma — ed è il punto che più interessa in questa sede — quelle iniziative si sono coordinate, con una singolare puntualità, con quelle adottate alla magistratura, a mo’ di movimento circolare che unisce la divulgazione delle notizie e l’apertura delle inchieste, di tal ché ciò che viene pubblicato sotto forma di denunzie anticipa attività giudiziarie che puntualmente vengono poste in essere nei confronti dello scrivente (rassegna stampa – all. n. 3).
3. Come si è detto, al sottoscritto fanno capo, attraverso una serie di società, alcune attività editoriali tra loro coordinate per la pubblicazione del quotidiano L’Unione Sarda. Con la società editoriale, il sottoscritto, salvo ad un contratto di collaborazione, non ha alcun rapporto; direttore della testata è il sig. ANTONANGELO LIORI il quale, individuato come alter ego dal sottoscritto per effetto della sua posizione di responsabilità nell’ambito del quotidiano, è stato la prima e più diretta “vittima”, a livello giudiziario, della situazione locale che qui si denunzia.
Il sig. LIORI, da quando ha assunto l’incarico predetto, è chiamato a rispondere del ragguardevole numero di ben 114 processi per diffamazione a mezzo stampa (all. n. 4).
Il che potrebbe essere anche interpretato come una fisiologica conseguenza dell’attuale assetto normativo il quale, per effetto dell’art. 56 cod. pen., finisce per costruire quella del direttore responsabile del giornale come una sorta di responsabilità oggettiva, anche se viene spontaneo chiedersi se anche gli altri direttori di quotidiani subiscano l’identico trattamento che viene riservato al sig. LIORI il quale, in poco più di quattro anni di direzione al giornale, tra udienze, interrogatori e deposizioni, ha ricevuto 800 convocazioni presso il palazzo di Giustizia di Cagliari. E la domanda è particolarmente significativa perché, prima di assumere l’incarico, egli non aveva avuto problemi di nessun genere con la giustizia.
4. A tale proposito, si debbono svolgere talune considerazioni perché il sottoscritto ritiene che proprio nell’andamento delle vicende giudiziarie che lo riguardano direttamente o che riguardano i suoi collaboratori si possa percepire il segno di quella mancanza di libertà di determinazione che è alla base della rimessione del processo.
Anzitutto, meritano di essere qui richiamate le modalità attraverso le quali si è sviluppato il procedimento nel quale la presente richiesta viene proposta, sorto a seguito della denunzia sporta dal dott. ALIQUÒ, Sostituto Procuratore presso il Tribunale di Palermo (Vicenda ALIQUÒ – all. n. 5).
Deve essere qui premesso che nei confronti di un comune cittadino, presso la Procura di Cagliari un processo per diffamazione giunge a
dibattimento dopo circa 5 anni dal giorno in cui il reato viene iscritto nell’apposito registro. La Corte, avvalendosi dei poteri ex art. 48, comma 1, cod. proc. pen., potrà verificare tale circostanza. Ed in effetti, anche lo stesso LIORI ha potuto constatare personalmente che 110 dei 112 processi per diffamazione hanno impiegato questo tempo per giungere alla fase processuale (come si potrà notare dagli avvisi contenuti in allegato 4).
Orbene, nei confronti del P.M. ALIQUÒ sono state bruciate tutte le tappe: 48 giorni! (cfr. decreti che dispongono il giudizio immediato depositati al GIP il 15 gennaio 1999, ove si indica nel 27 novembre 1999 la data di iscrizione nel registro notizie di reato).
Ma quale la ragione di tale atteggiamento?
Il dott. ALIQUÒ, come noto, è il magistrato della Procura di Palermo che condusse l’interrogatorio all’esito del quale il giudice LOMBARDINI si tolse la vita esplodendosi un colpo d’arma da fuoco alla tempia ed è anche il magistrato che, nel corso del sequestro MELIS, fu dal LIORI accusato pubblicamente di aver costantemente violato il segreto istruttorio.
Dunque, la corsia preferenziale accordata all’iniziativa del dott. ALIQUÒ è tutt’altro che casuale e si inquadra nell’atteggiamento di autodifesa che la magistratura cagliaritana sta ponendo in essere per far scontare al sottoscritto l’esercizio del diritto di critica che dovrebbe essere assolutamente legittimo in un paese democratico ma tuttavia è scomodo avendo avuto riguardo ai metodi impiegati per combattere i sequestri di persona.
In effetti, che tale iniziativa si iscriva in tale logica è dimostrato anche dalla circostanza per la quale tra i 116 procedimenti a carico, LIORI ne annovera uno per favoreggiamento in relazione a non si sa bene quali comportamenti serbati durante il sequestro MELIS (all. n. 6).
Pur non conoscendo la consistenza della notizia di reato e la sua fonte (certamente autorevolissima), sembra di poter dire che la “colpa” del LIORI in questo caso sia stata quella di essere stato vicino al sottoscritto e di aver pubblicamente difeso, sulle colonne de L’Unione Sarda, l’operato dello scrivente nella sua battaglia morale a favore di SILVIA MELIS ed indirettamente contro la magistratura cagliaritana (all. n. 7).
Si tratta di fenomeni gravi che a cagione di quel moto circolare che unisce una certa stampa agli ambienti giudiziari, sono in grado di far cedere fortemente la presunzione di innocenza che dovrebbe assistere ogni imputato che si avvicina agli organi giudiziari. Ciò perché, tale valanga di attività giudiziaria concentrata sul sottoscritto e sulle persone ritenute a lui vicine, alimentano i pregiudizi e le criminalizzazioni capaci di riflettersi anche sulla funzione giurisdizionale in quanto tale.
In proposito, il sottoscritto individua il segno di tali situazioni che si traducono in una obliterazione della serenità di giudizio e, dunque, in pregiudizio per la libertà di determinazione, proprio nell’esito dei processi nei quali si tratta di argomenti che sono più o meno legati alla vicenda MELIS-LOMBARDINI.
Basti pensare, che il 23 giugno 1999, il Tribunale di Cagliari infliggeva allo scrivente ed al direttore de L’Unione Sarda una condanna, rispettivamente, ad un anno e otto mesi e ad un anno e sette mesi, senza condizionale, per diffamazione in relazione ad un’intervista rilasciata dal sottoscritto e non è forse inopportuno segnalare che il LIORI, nel corso del processo aveva dimostrato che nei giorni in cui veniva pubblicato l’articolo incriminato, egli era in Austria con la figlia e che la stessa intervista era stata pubblicata anche su altri quotidiani senza che a nessun altro direttore sia toccata la stessa sorte (all. n. 8).
Si tornerà sulla vicenda per chiarire gli intrecci sussistenti tra autorità giudiziarie e per spiegare perché, secondo il sottoscritto, la magistratura cagliaritana non può giudicare il sottoscritto per i reati di diffamazione rispetto ai quali si deve accertare la verità o la veridicità dei fatti posti a fondamento di quella critica e che coinvolge, appunto, quegli stessi magistrati.
A proposito della mancata libertà di determinazione, mette invece conto osservare come LIORI, in precedenza, sia stato condannato a pene che sono certamente esemplari e costituiscono il segno di quella situazione ambientale che viene qui denunziata.
Si trattava della pubblicazione di un articolo di giornale che riguardava il servizio scorta del PALOMBA, presidente pidiessino della Regione Sardegna (all. n. 9).
LIORI aveva commentato sulla prima pagina del giornale da lui diretto, la decisione della Giunta di affidare il servizio di scorta del suo Presidente ad agenti del corpo di vigilanza ambientale e forestale. Egli segnalò la singolare situazione chiedendosi: ma le guardie forestali non hanno compiti di lotta contro gli incendi?

Orbene, anche in questo caso LIORI è stato rinviato a giudizio, e sebbene sia noto che codesta Corte non possa entrare nel merito dei fatti sottoposti a giudizio da parte dei giudici di merito, per giunta in altro procedimento, non può sfuggire come non possa essere censurata in alcun modo una simile critica, perché, in un paese democratico, sono proprio le scelte della pubblica amministrazione a dover essere valutate criticamente dall’opinione pubblica la quale deve essere messa in condizioni di conoscere e serenamente giudicare il modo attraverso il quale gli amministratori gestiscono le cose pubbliche.
È significativa la motivazione per la quale tale critica sarebbe diffamatoria: essa andrebbe ravvisata, secondo i magistrati di Cagliari, nel “senso comune” (ma quale senso comune? quello del magistrato?).
Orbene, come si diceva, anche in questo caso la condanna è stata esemplare perché LIORI, per aver dubitato della opportunità di una scorta, è stato condannato alla pena di anni uno e mesi due anche questa volta senza sospensione condizionale. Eppure vi sono noti direttori di quotidiani che hanno collezionato anche centinaia di condanne per diffamazione, con pene pecuniarie! Eppure, proprio sulla base del senso comune, non pare che dubitare delle scelte politiche di una Giunta sia diffamatorio, soprattutto quando, come nella specie, non pare siano stati violati continente e correttezza espositiva!
Insomma, si tratta di un attacco grave ed ingiustificato alla libertà di stampa, di un tentativo di imbavagliare un organo di stampa scomodo, praticato dall’autorità giudiziaria attraverso l’esemplarità delle pene irrogate.
In effetti, in un “pezzo” pubblicato su L’Unione Sarda del 24 giugno 1999, Antonangelo LIORI sottolineava come fosse il caso di tralasciare che “chi ammazza un bambino sulle strisce pedonali viene condannato a sei mesi di reclusione, naturalmente con la condizionale; […] che un pedofilo se la cavi con un anno di reclusione; […] che per detenzione di armi si eroghino in Sardegna pene decisamente inferiori” (cfr. all. n. 7, rassegna stampa).
5. È utile andare alla ricerca delle ragioni per le quali si sia verificato tale irrigidimento nei confronti del direttore del giornale del sottoscritto perché si ricava il segno tangibile che la magistratura cagliaritana si sente talmente “tradita” da certi accadimenti, che non sa discernere serenamente le singole posizioni giungendo a ritenere criminosi momenti di autentico esercizio di diritti di libertà.
Anche il LIORI “paga”, probabilmente, un suo personale atteggiamento di ostilità nei confronti del PDS perché anche nei suoi confronti si può ricostruire quella singolare coincidenza di accadimenti, sicuramente accidentale ma altrettanto innegabile, tra interessi politico-economici ed iniziative della magistratura.
La fidanzata di un magistrato, che il LIORI ha indicato essere come persona legata mani e piedi al PDS, ha svolto indagini nei suoi confronti riuscendo ad inventare una notizia di reato, ovviamente raccolta dalla Procura, per un’incredibile ipotesi di truffa alla CEE (si è ben lungi dal voler fare, in questa sede, il processo al processo, tuttavia non può non essere evidenziato come il LIORI non abbia mai preso una lira dalla CEE (cfr. articolo 21 aprile 1999 – in all. n. 7).
LIORI, dunque, paga lo scotto di aver pubblicamente manifestato le sue idee politiche, per contribuire democraticamente alla loro affermazione criticando una certa parte politica fino a qualche tempo fa al Governo della Regione ed evidenziando possibili collegamenti con la magistratura.
Ma LIORI paga anche la sua personale amicizia nei confronti del sottoscritto e la sua libertà di pensiero gelosamente difesa sulle
colonne del quotidiano ove non ha mai mancato di intervenire, sovente anche in maniera dura, a tutela dei diritti civili di tutti anche a costo di assumere posizioni di contrasto con la Magistratura di Cagliari. Ed è qui che si può toccare con mano quella mancanza di serenità di cui si è detto.
Ad esempio, intervenendo sulle vicende giudiziarie che hanno interessato il sottoscritto, sul fondo dello stesso giornale, Antonangelo LIORI scriveva: “Con questi metodi la magistratura cagliaritana ha distribuito decine di anni di prigione a uomini senza che nessuno potesse aprire bocca”, soggiungendo: “Io sono a rischio e lo so. Perché questi possono fare ciò che vogliono. Manovrando intercettazioni telefoniche […] e periti incapaci possono dire che io ho rubato il drago di San Giorgio e mandarmi in gabbia”.
6. Sempre da un punto di vista della libertà di determinazione delle persone che partecipano al processo, occorre affrontare anche un altro aspetto che certamente è in grado di pregiudicare quella serenità di giudizio che è alla base delle garanzie del giusto processo.
Come si è anticipato, l’atteggiamento della Procura di Cagliari nei confronti del sottoscritto, trova una sorta di cassa di risonanza attraverso il quotidiano La Nuova Sardegna le cui prese di posizione e la cui tempestività in ordine alla divulgazione di determinate notizie, lo ha fatto assurgere ad una sorta di ufficio stampa (di fatto) della Procura. Eppure, da tempo, si parla dei rapporti tra media e magistratura e dei criteri ai quali i magistrati (quelli del pubblico ministero, soprattutto) si dovrebbero attenere. L’ex Ministro Flick a tal riguardo emanò una circolare con la quale si raccomandava a tutti i magistrati segretezza e riservatezza, e consta che qualche illustre pubblico ministero abbia “pagato” la violazione di tali elementari canoni comportamentali. E non meno recente è anche la presa di posizione del Garante sulla privacy a proposito della riservatezza che deve essere assicurata alle notizie giudiziarie.
La Procura di Cagliari, però, il problema sembra averlo risolto a modo suo ed in effetti La Nuova Sardegna opera, quanto alla cronaca giudiziaria dei fatti che riguardano il sottoscritto, con una tempestività che rasenta veramente l’incredibile.
Si badi che non si tratta di constatare che La Nuova Sardegna sia più abile a reperire notizie di cronaca giudiziaria (un fatto del genere, infatti, potrebbe essere addebitato alla bravura degli inviati) quanto di osservare che quel quotidiano è praticamente in grado di anticipare le iniziative giudiziarie adottate dalla Procura di Cagliari nei confronti del Gruppo del sottoscritto.
Le querele del dott. Aliquò, tanto per cominciare, furono pubblicate su La Nuova Sardegna prima ancora che qualsiasi iniziativa fosse stata assunta dalla magistratura cagliaritana (cfr. articolo dell’8 gennaio 1999 in all. n. 3).
A meno di non voler ritenere che La Nuova Sardegna annoveri tra i suoi redattori persone dotate di facoltà paranormali, non si vede come in
data 2 novembre 1998 il LISSIA Mauro abbia potuto divulgare sulle colonne del quotidiano con ben 20 giorni di anticipo la notizia che il sottoscritto ed un redattore de L’Unione Sarda, erano stati iscritti nel registro degli indagati per intercettazioni abusive.
A quanto consta, ma la Corte ecc. ma potrà a tal riguardo svolgere tutti gli accertamenti del caso avvalendosi dei poteri richiamati dall’art. 48 cod. proc. pen., in effetti tale iscrizione avvenne solo il 25 novembre 1998 ed a tal proposito il LIORI, sull’editoriale pubblicato il 21 aprile 1999, scrisse, polemicamente: “I casi sono due: o il signor LISSIA è dotato di poteri divinatori, oppure il p.m. che conduce l’inchiesta gli ha raccontato ciò che aveva certamente di fare di lì a tre settimane”.
Purtroppo, poiché i “poteri divinatori” e cose similari, sono privi di credibilità scientifica, allo stato la seconda opinione sembra l’unica dotata di fondamento anche se, tuttavia, ciò dimostra chiaramente quel singolare collegamento tra magistratura cagliaritana ed una certa stampa.
Tra l’altro, tale inchiesta ha una sinistra matrice, perché ha tutta l’aria di essere una montatura orchestrata per l’ennesima strumentalizzazione.
La Procura di Cagliari, secondo quanto divulgato da La Nuova Sardegna, come detto, fonte assolutamente attendibile, starebbe indagando sulla pretesa e presunta gestione di una centrale clandestina per la intercettazione telefonica ed ambientale attraverso la quale sarebbe stata registrata una conversazione tra il pubblico ministero ed un dipendente de L’Unione Sarda.
La scaturigine di tale originale accusa va individuata nel fatto che il pubblico ministero è venuto a conoscenza del fatto che il sottoscritto aveva appreso il contenuto di un atto di indagine riguardante un redattore de L’Unione Sarda il quale era stato assunto a verbale dal pubblico ministero.
A meno di non voler ipotizzare altri e calunniosi veicoli di trasmissione della notizia di reato, si deve ipotizzare che l’acune investigativo del magistrato, di fronte a tale consapevolezza, lo abbia portato a ritenere che il sottoscritto fosse venuto a conoscenza dell’evento perché aveva orchestrato una centrale di ascolto clandestina evidentemente senza neppure prendere in considerazione altre ed assai più plausibili ipotesi ricostruttive come ad esempio il fatto che il dipendente potesse aver riferito l’accadimento al suo datore di lavoro.
Simili pensieri, purtroppo, appartengono ad una normalità che, per quanto riguarda il sottoscritto, non può essere adottata perché nei di lui confronti sembra che si debba necessariamente ricercare prima lo scoop giornalistico e, poi, la notizia di reato.
Ed infatti, puntuali come sempre quando si tratti di inquisire il sottoscritto, i magistrati di Cagliari hanno invitato il sottoscritto a comparire in Procura per rendere interrogatorio per aver “installato alcuni
apparati e strumenti (di tipo e caratteristiche in parte non amcora precisamente individuati) al fine di intercettare comunicazioni telefoniche tra altre persone. In particolare, un apparecchio di grosse dimensioni (verosimilmente marca ICOM, tipo IC-R9000), collegato ad un’antenna unidirezionale, INTEK MK5 che veniva montata presso l’immobile in uso al GRAUSO sito in Cagliari, nel viale Regina Elena ed almeno un’altra portatile” (all. n. 10).
Per conoscere la realtà, poi, si può ricordare come sia accaduto che il pubblico ministero avesse chiesto all’impiegato delucidazioni su una serie di operazioni a suo dire non chiare commentando, infine, con il dipendente che la situazione complessiva dimostrava l’intendimento del sottoscritto di ordire un fallimento programmato.
I fatti successivi sono facilmente immaginabili: il dipendente, tornato al lavoro, si è confrontato con i colleghi diffondendo un inquietante allarmismo che è giunto all’orecchio del sottoscritto nei cui confronti, pende un procedimento per l’intercettazione abusiva di conversazioni protette.
7. Tornando al livello di commistione tra mass media e magistratura deve essere evidenziato che ciò che è accaduto con riferimento alla vicenda che ha portato all’apertura di un procedimento ex art. 2409 cod. civ. nei confronti della società che ha la titolarità de L’Unione Sarda. Anche in questo caso, la vicenda è costellata da una serie di circostanze che dimostrano la strumentalizzazione che tale inchiesta ha subito soprattutto ad opera di certa parte della stampa che anche in questo caso ha operato in stretto contatto con la Procura di Cagliari. L’iniziativa della Procura, infatti, fu immediatamente accompagnata da una serie di articoli nei quali si rappresentano fatti e circostanze ai diretti interessati del tutto sconosciuti, come, ad esempio, la pendenza del procedimento penale per il fallimento della ARBATAX 2000 ed il coinvolgimento, in questo, della persona del sottoscritto (cfr. rassegna stampa La Nuova Sardegna).
Anche in questo caso, è da sottolineare il collegamento (del tutto casuale?) di tale iniziativa giudiziaria con l’altra, assunta dal sottoscritto, di dura censura all’operato della giunta regionale della Regione Sardegna che provocò, come detto, la reazione dell’allora on.le PINNA, perché anche in quel caso la materia del contendere aveva ad oggetto proprio la mancata concessione dei contributi alla ARBATAX 2000 e l’accusa, rivolta dal sottoscritto agli amministratori locali, di voler “uccidere” l’imprenditoria locale politicamente non allineata. L’inchiesta, dunque, è la risposta del sistema che non vuole sentirsi dire che la crisi della società è da ricercarsi nelle responsabilità dei pubblici amministratori di estrazione pidiessina.
Ovviamente ne è subito scaturita una campagna stampa condotta in maniera unilaterale con la quale si erano già dati per scontati fatti penalmente rilevanti e ciò sulla base delle conoscenze di atti coperti da
segreto di ufficio e che, tuttavia, erano sistematicamente conosciuti dai redattori de La Nuova Sardegna (cfr. Rassegna stampa).

Il 14 ottobre 1998 su La Nuova Sardegna veniva pubblicato un articolo, dal titolo di Mauro LISSIA nel quale si anticipavano nuovi guai giudiziari per il Gruppo Editoriale facente capo al sottoscritto, dandoli come già accertati e come già avvenuta la notifica di un’informazione di garanzia per il reato di false comunicazioni sociali (cfr. sempre in Rassegna stampa).

In effetti, emerge dagli atti in possesso dello scrivente, che solo in data 9 febbraio 1999 veniva emesso un decreto di sequestro, con l’indicazione della sua equipollenza come informazione di garanzia ex art. 369 cod. proc. pen., dal dott. Guido PANI, il quale conduce un’inchiesta contro il sottoscritto per i reati di cui all’art. 4 L. 516/1982 e 2621 cod. civ. contestando una serie di fatture emesse dal medesimo nei confronti delle società VIDEOLINA s.p.a.L’UNIONE SARDA s.p.a. ed EXOL s.p.a. aventi ad oggetto prestazioni di consulenza, collaborazione e studi (all. n. 11).
Ancora una volta, dunque, La Nuova Sardegna dimostra un significativo collegamento con la Procura cagliaritana anche perché alla data sotto la quale era stata divulgata tale notizia, una notitia criminis oggettivamente e soggettivamente qualificata non esisteva.
Non solo, infatti, il sottoscritto dal tempo dell’acquisizione de L’Unione Sarda ha costantemente prestato attività di consulenza a favore della società editrice quale esperto di iniziative editoriali e di nuove tecnologie facendo acquisire all’azienda contratti pubblicitari a condizioni particolarmente vantaggiose (si cfr. a tal riguardo le allegate relazioni tecniche redatte da esperti di fama indiscussa – all. n. 12), ma solamente il 19 ottobre 1998, dunque, 5 giorni dopo il famigerato articolo, il dott. Guido PANI, richiedeva alla Guardia di Finanza di consegnargli copia della documentazione fiscale inerente alla già eseguita verifica fiscale a carico della Videolina s.p.a. (all. n. 13).
Se non si erra, peraltro, con tale atto il Sostituto Procuratore non agiva per le finalità di cui all’art. 326 cod. proc. pen., avendo egli espressamente fatto riferimento ad un colloquio con il sig. Comandante del Nucleo Regionale di P.T. della Guardia di Finanza concernente i risultati di una verifica fiscale e chiedendo esplicitamente la trasmissione di copia del verbale di verifica, del processo verbale di constatazione e di altri atti compiuti in occasione di tutti i controlli incrociati (che — si deve arguire — non erano stati trasmessi in precedenza come segnalazione di notizie di reato) in quanto “i fatti accertati nel corso della stessa procedura potrebbero avere rilevanza ai fini della procedura ex art. 2409 cod. civ.” e dunque non si vede a quale titolo il dott. PANI avesse richiesto la copia degli atti in questione.
Tra l’altro, in data 17 novembre 1998, la Guardia di Finanza rispondeva al dott. Guido PANI, concludendo che “i dati obiettivi ed i rapporti descritti non sembrano configurare situazioni di irregolarità e quanto meno devono essere definiti
formalmente corretti” definendosi, per la verità in maniera un po’ anomala ma significativa della volontà di ricercare a tutti i costi un qualcosa su cui indagare nei confronti del sottoscritto, “spunti investigativi” le operazioni societarie di natura straordinaria, la posizione creditoria del sottoscritto nei confronti delle società e, infine, la sua posizione con riferimento alle provvidenze concesse all’editoria dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri (all. n. 14).
Ed in effetti è quasi inutile dire che ovviamente il dott. PANI, senza che avesse acquisito una notizia di reato procedeva ugualmente alla sua iscrizione nel registro ex art. 335 cpp e, successivamente, al sequestro penale presso le società, di chiaro contenuto esplorativo.
Tornando al profilo giornalistico della vicenda, viene il sospetto, dunque, che il giornalista avesse avuto notizie riguardanti il programma delle indagini da condurre, perché non si comprende come egli potesse anticipare gli esiti di un’inchiesta successivamente aperta.
Ed al riguardo, il LIORI, con un articolo datato il 31 ottobre 1998, aveva stigmatizzato con la consueta sagacia, l’accadimento, in un editoriale intitolato: PANI E DINTORNI. AVVISI DI GARANZIA NOTIFICATI A MEZZO STAMPA (Pani, ovviamente, sta per il cognome del pubblico ministero) nell’Ambito del quale si sottolineava che “oggi ho preso un “buco”, come si dice in gergo giornalistico. Il giornaletto della provincia di Sassari ha infatti dato notizia che L’Unione Sarda non aveva: la mia incriminazione per vilipendio al presidente della Repubblica. Notizia che non avevo anche perché il sostituto procuratore Guido PANI ha preferito che l’avviso di garanzia mi venisse notificato dalla stampa concorrente; io nulla ho mai ricevuto”. Il LIORI ha soggiunto, altresì: “Io non so chi questa notizia abbia dato. So soltanto che l’avviso di garanzia è stato firmato, secondo dice la stampa di regime, dal sostituto procuratore della Repubblica Guido PANI. […] E, caso strano, tutte le indagini che questo pubblico ministero avvia sono note alla stampa di regime prima che agli aventi diritto”.
LIORI elenca i casi nei quali tale violazione del segreto di indagine si è verificato: “La notizia del 2409 su L’Unione Sarda è stata pubblicata da La Nuova Sardegna prima che gli amministratori del nostro giornale ne fossero a conoscenza. L’avviso di garanzia all’amministratore de L’Unione è stato notificato sempre a mezzo stampa. La relazione dei curatori di ARBATAX, consegnata a mano dal dott. DESSALVI al pm PANI, è stata pubblicata da La Nuova e gli amministratori di ARBATAX non ne hanno mai ricevuto copia. L’avviso di garanzia contro un mio collega è stato pubblicato dalla stampa di regime addirittura prima che venisse emesso. Adesso l’ultima: sono indagato per vilipendio e apprendo la notizia dal giornale rivale. A me viene il sospetto che il giornalista sgrammaticato e il pm PANI decidano le inchieste giudiziarie insieme, mangiando polenta e baccalà” (cfr. in Rassegna Stampa, all. n. 7).
8. La vicenda da ultimo indicata si segnala anzitutto per il modo con il quale si è verificata la commistione tra mass – media e magistratura perché tale modo di esercitare il diritto di cronaca, incessante,
unilaterale tendente a criminalizzare una persona, genera pregiudizi che sono difficilmente eliminabili.
A proposito della vicenda relativa all’ispezione giudiziaria, v’è da notare che la stessa ha assunto cadenze temporali inconsuete che dimostrano un’anomalia di fondo che non può essere considerata rientrante nella fisiologia delle cose che caratterizzano l’amministrazione della giustizia.
Anche in questo caso, infatti, si possono trarre i segnali di una iniziativa che si inserisce in un contesto che fa pensare che le finalità della procedura di amministrazione giudiziale siano state piegate per realizzare altri scopi, vale a dire per svolgere controlli sul merito dell’attività imprenditoriale.
Nonostante che l’istituto appaia poco praticato, che, di fatto, recentemente se ne sia tentata un’applicazione per le società di BERLUSCONI (ma come è noto a Milano l’iniziativa, proposta dalla Procura, non fu accolta) e che, anche a Cagliari, a memoria d’uomo, non si ricordino casi di ricorso a tale procedura, attraverso di esso si è praticato un sindacato sulle scelte imprenditoriali dello scrivente, sugli assetti societari che lo stesso ha inteso attribuire alla sua attività con un’inammissibile sostituzione delle scelte dell’imprenditore con quelle imposte dagli amministratori giudiziali sulla base di criteri di valutazione assolutamente opinabili e comunque al di fuori di quelle che sono le finalità della procedura in discorso (all. n. 15).
In effetti, gli amministratori giudiziari hanno chiesto al sottoscritto di procurarsi la provvista finanziaria necessaria per estinguere i mutui de L’Unione Sarda senza che, però, alcun creditore lo avesse mai richiesto e soprattutto senza che le rate degli stessi fossero venute a scadenza. Si tratta di una decisione assolutamente illegittima, nell’ottica imprenditoriale, perché l’indebitamento è una situazione fisiologica dell’impresa, mentre semmai altri sono gli indici che, al limite, potrebbero essere valutati nell’ambito della procedura ex art. 2409 cod. civ. (come quella dell’equilibrio tra i termini di liquidità dei debiti e crediti) sicché l’esistenza dei debiti non potrebbe di per sé essere significativa di alcunché. Anche perché se le banche hanno concesso i crediti vuol dire che erano sicure dell’affidabilità della società! E se, nonostante l’assurdità della richiesta in questione, il mercato finanziario ha sovvenzionato il sottoscritto con 42 miliardi per far fronte alle richieste degli amministratori, vuol dire che il suo Gruppo imprenditoriale è solido.
Non solo, ma a proposito dell’ingerenza dell’A.G. appare veramente inconsueto che gli Amministratori nominati dal Tribunale si siano addirittura sostituiti in scelte economiche che, tipicamente, sono la più elementare espressione della libertà economica. In breve, secondo i magistrati, un imprenditore non può disporre un assetto dei propri beni aziendali secondo le scelte economiche che egli ritenga più vantaggiose dimenticando che, mai come in questo caso, è la legge di mercato a
selezionare gli operatori e che, piaccia o meno ai giudici cagliaritani, il sottoscritto è sulla scena da vari anni e che, anche rispetto alle operazioni contestate, il mercato (quello che conta e, cioè, quello bancario) ha sostenuto le strategie aziendali dello scrivente.
La procedura ex art. 2409 cod. civ., dunque, è il segno di quella obliterata libertà di determinazione, la conseguenza dell’intendimento di piegare la scomoda resistenza del sottoscritto e la voce del quotidiano a lui facente capo.
In un articolo apparso su L’Unione Sarda in data 27 aprile 1999 (cfr. rassegna relativa) LIORI ha collegato iniziativa, anomala, singolare e dalle finalità assolutamente eccentriche, all’iniziativa del sottoscritto di candidarsi alle elezioni regionali che si sono tenute nel giugno di quest’anno, che si sono preannunziate da subito arroventate e che hanno visto le coalizioni di sinistra perdenti concludendo: “E come si può stare zitti davanti alle strane coincidenze tra magistratura e PDS? E per quale motivo gli stessi giudici che hanno attuato questa vendetta spietata contro L’Unione Sarda non indagano altre aziende?”.
In un editoriale pubblicato in tempi non sospetti, in particolare, il LIORI ha equiparato la procedura ex art. 2409 cod. civ. ad un vero e proprio “sequestro di persone a scopo di estorsione”.
La ragione di tale duro giudizio, sta nel modo in cui, ancora una volta, la vicenda giudiziaria si è svolta. Essa, infatti, è stata contrassegnata da una serie di “trattative” che a più riprese gli amministratori giudiziari hanno intentato con il collegio difensivo del sottoscritto per far chiudere la procedura. Tanto la situazione debitoria non era affatto preoccupante, che piuttosto che chiarire in maniera definitiva l’ammontare dei debiti di cui il sottoscritto avrebbe dovuto garantire il rientro, gli amministratori hanno fatto un gioco al rialzo del “prezzo della liberazione del quotidiano”. All’inizio fu chiesta la restituzione dei soli beni ceduti dalla società; quindi il versamento di alcune decine di miliardi che si sono definitivamente quantificati, dopo successivi aggiustamenti verso l’alto con riferimento ai quali il sottoscritto si è sempre manifestato intenzionato a far fronte, in 42 miliardi e 900 milioni di lire. Il vero è che sin da dicembre 1998, e cioè 4/5 mesi prima del deposito della relazione, gli amministratori giudiziali, prima ancora di aver visto i documenti contabili, avevano anticipato che l’ammontare della ricapitalizzazione non era inferiore a 40 miliardi.
9. Tale vicenda è poi stata costellata da altre anomalie e singolari coincidenze che dimostrano anche per altra via la mancanza di serenità dei magistrati cagliaritani.
A seguito del deposito della relazione da parte degli amministratori giudiziali de L’Unione Sarda, si è scoperto che nel breve volgere di tempo, oltre alla Procura della Repubblica e giudici del Tribunale, ne avevano ottenuto la copia giornalisti della RAI (che aveva divulgato la
notizia in modo dettagliato) e de La Nuova Sardegna mentre il cronista del quotidiano L’Unione Sarda che si era affacciato in cancelleria si era visto negare qualsiasi informazione perché, giustamente, le copie degli atti spettano solo alle parti!
Viene il sospetto però che La Nuova Sardegna non abbia dovuto fare alcuna trafila burocratica per le cancellerie, visto che la notizia della relazione degli amministratori (datata 26 aprile 1999), verosimilmente depositata il 27 aprile 1999, era stata pubblicata già il giorno 27 aprile 1999 e dunque sicuramente in possesso quantomeno dal giorno precedente (cfr. articolo in all. n. 15).
La vicenda merita di essere approfondita, perché nel mentre gli amministratori giudiziari contestano, sul piano della c.d. logica economica, talune scelte imprenditoriali, evidenziandone l’asserita dannosità per le sorti della società, grazie alle divulgazioni di cui si tratta, si è iniziata una grave campagna stampa a carico del sottoscritto e delle sue aziende.
Su L’Espresso del 15 aprile 1999, veniva data notizia di quella che sarebbe stata la conclusione della procedura e, segnatamente, l’ingiunzione ad abbattere la ricostituzione del capitale sociale con conseguente ricapitalizzazione della società (all. n. 16). Ed anche alla Nuova Sardegna, ma questo è più scontato, non è sembrato vero di pubblicare anticipazioni sulle conclusioni delle relazioni degli amministratori ovviamente enfatizzando le relative conclusioni (cfr. nella rassegna stampa relativa).
E tutto questo, nell’ambito di una procedura la quale, se non dichiaratamente, di fatto è stata condotta per stigmatizzare i pericoli che determinate operazioni societarie poste in essere dal sottoscritto (sul merito delle quali non si entra, anche se esse rispondono alla logica di separazione delle attività industriali seguite da tutte le società impegnate nel settore dell’editoria) avrebbero potuto arrecare all’esistenza della società, non può non essere valutato come episodio grave perché la violazione della riservatezza, in una materia così delicata, avrebbe potuto, dall’oggi al domani, creare l’irrigidimento del sistema bancario, portare alla revoca dei fidi bancari e, così, al fallimento della società.
Il contrasto, con riferimento alla procedura ex art. 2409 cod. civ., ha assunto toni accesi dal momento in cui con un articolo a firma del direttore, e nel quale l’operato dei magistrati è stato duramente criticato in uno con l’ispirazione pidiessina dell’iniziativa, la vicenda è stata così stigmatizzata: “I giudici […] hanno chiesto a GRAUSO di estinguere tutti i mutui de L’Unione Sarda senza che nessuno lo chiedesse, naturalmente. Si è trattato di un colpo di genio della magistratura che, quando ne ha voglia, indossa i panni dell’esperta in economia aziendale. Fatto questo per un’azienda sana, su un giornale, domani verranno a casa vostra e diranno: caro sig. PUDDU, lei guadagna due milioni al

mese e ogni mese deve pagarne 600 mila per il mutuo di 70 milioni contratto per comprare la casa in cooperativa. Per noi i debiti sono troppi e quindi povero impiegato deve estinguere nel giro di quindici giorni il mutuo perché altrimenti gli pignoriamo la casa“. Conclude, a tal riguardo, il direttore: “Con questi metodi, la magistratura cagliaritana ha distribuito decine di anni di prigione a uomini innocenti senza che nessuno potesse neppure aprire bocca” ed ancora: “A GRAUSO faccio una proposta […]: poiché il problema principale sono io e ciò che scrivo, mi licenzi oggi stesso, regalandomi magari il 10% della somma che dovrebbe spendere per ricapitalizzare L’Unione Sarda. Il cdr de L’Unione Sarda sarebbe felice e accetterebbe anche una decurtazione dello stipendio, il PDS imporrebbe ai magistrati di rimangiarsi la richiesta di ricapitalizzazione e io, con i 4 mliardi e 200 milioni, fuggirei alle Bahamas con mia figlia stando pancia all’aria tutto il giorno. Lasci perdere tutto il resto, non combatta, non faccia inutili battaglie: è inutile fare guerre contro questo regime mafioso imposto dal PDS e magistratura perché chi tocca i fili muore“.

10. In data 27 aprile 1999, su L’Unione Sarda veniva pubblicata una lettera aperta a firma della Fondazione Il Gremio riconducibile al sottoscritto, con la quale era stata pubblicata una vibrata protesta contro l’operato degli amministratori e della magistratura i quali avevano, con il loro operato, procurato ingenti danni agli interessi della società. In data 28 aprile 1999, sempre sullo stesso quotidiano il sottoscritto chiedeva, retoricamente, “che gli amministratori giudiziali incaricati di ispezionare L’Unione Sarda non siano — come il rag. Luigi FARRIS e il dott. Giancarlo DESSÌ — notoriamente organici al PDS, partito contro i cui errori io mi sto battendo” ed ancora “quali siano le ragioni dell’inerzia del Tribunale rispetto a situazioni di aziende realmente malgestite e non come L’Unione Sarda che gode di ottima salute. Mi pare, cioè, che si stia uscendo dalla sfera del diritto per entrare in campi di confronto inquietanti nei quali sono restio a farmi coinvolgere” concludendo di voler “essere giudicato da un tribunale indipendente, le mie sorti non devono essere legate a soggetti politici. È per esempio evidente la connessione di PISOTTI con l’area diessina e con altri soggetti che hanno originato attacchi alla direzione del giornale, come la dottoressa STANGONI e l’onorevole GHIRRA, suoi intensi ed abituali commensali. Il dottor PISOTTI è uomo troppo esperto di diritto per non comprendere la mia amarezza legata alla profonda ingiustizia che sto subendo”.
Ed in effetti, L’Unione Sarda ha effettuato varie inchieste giornalistiche stigmatizzando il comportamento così rigoroso e discutibile nei confronti del predetto quotidiano, mentre altre realtà imprenditoriali, come quelle facenti capo all’EMSA, che presentano bilanci in rosso e forti indebitamenti, non sono neppure mai state attinte da alcuna forma di controllo ed anche al riguardo, si può segnalare una singolare coincidenza costituita dall’appartenenza dei loro dirigenti all’area pidiessina.
Tale vicenda è istruttiva.

L’Unione Sarda nelle edizioni del 12 e 13 novembre 1998 aveva riassunto gli accadimenti di tale ente, sorto nel 1968 e divenuto, nel corso degli anni, un carrozzone politico che ha dilapidato centinaia e
centinaia di miliardi erogati dalle varie Giunte di sinistra che si sono succedute nella regione. Con articoli a firma di Lucio SALIS vengono elencate l’inquietante numero di società facenti capo all’EMSA tenute in vita con soldi pubblici.
Nonostante la situazione patrimoniale dell’EMSA al 13 giugno 1997 evidenziasse perdite complessive per 93 miliardi, mai a nessuno è venuto in mente di fare anche un solo accertamento. Eppure si tratta di soldi dello Stato!
Spontaneo chiedersi, come fa il giornalista: Ma la legge è uguale per tutti?: “La Procura della Repubblica di Cagliari ha notificato qualche tempo fa l’avvio di una nuova procedura ex art. 2409 a L’Unione Sarda per un’operazione di ingegneria societaria. Nessuno aveva chiesto nulla: né creditori, né soci, né amministratori. La pubblica accusa ha agito per proprio conto. Se la legge è uguale per tutti, vogliamo sapere per quale motivo non ha iniziato ancora la stessa procedura nei confronti delle aziende regionali. Veri e propri carrozzoni mangiamiliardi, utili solo per assunzione consulenze clientelari. Noi abbiamo iniziato questa inchiesta: il popolo valuterà”.
Si trattava, più che di una provocazione, di una denunzia mai raccolta dalla Procura (all. n. 17).
11. Purtroppo tali episodi sono il segnale della mancanza di serenità da parte di chi amministra la giustizia mentre l’ordinamento deve necessariamente garantire l’imputato affinché non abbia o non tema di avere un giudice nemico o comunque non imparziale. È dovere del giudice di sapersi conquistare la fiducia delle persone che egli deve giudicare, manifestando equilibrio nelle scelte, mentre ciò, presso il Tribunale di Cagliari, non accade, sembrando la giustizia avere come unico interesse quello di indagare e, poi, condannare il sottoscritto.
E purtroppo l’interpretazione dei fatti nel senso proposto, che cioè tale situazione sia la reazione all’atteggiamento dello scrivente, è stata pubblicamente avanzata dal LIORI, in un articolo apparso su L’Unione Sarda, l’indomani della prima sonora condanna senza condizionale per diffamazione a mezzo stampa, nel rivendicare la sua libertà di manifestare il pensiero, magari anche dal carcere, nonostante la diversa intenzione dei giudici aveva scritto: “Lo aveva d’altronde sperato il PSD: spezzeremo i denti a GRAUSO. E organizzarono, grazie all’aiuto dei loro amici magistrati un vero e proprio complotto teso a delegittimarci, a insultarci, ad arrestarci portandoci via il giornale e, perché no, la nostra stessa libertà personale“, così esplicitando quel collegamento tra magistratura, interessi economici e politici del PDS.
Sempre LIORI, su un articolo del 27 aprile 1999 scriveva che “GRAUSO (e L’Unione Sarda) paga il dazio a una magistratura che ha indagato, deriso, aggredito e umiliato davanti all’Italia intera. E la vendetta è arrivata immediatamente“.
E quanto a mancanza di serenità, in altro articolo, il LIORI aveva scritto che “…
la magistratura in Sardegna ha un potere assoluto col quale può disporre come meglio le pare, tanto in primo grado come in appello. Con questi metodi, la magistratura cagliaritana ha distribuito decine di anni di prigione a uomini

innocenti senza che nessuno potesse aprire bocca. Io sono a rischio e lo so. Perché questi possono fare ciò che vogliono. Manovrando intercettazioni telefoniche (lo hanno già fatto recentemente, contro un povero di Mamoiada regalandogli 30 anni di prigione) e periti incapaci possono dire che ho rubato il drago di San Giorgio e mandarmi in gabbia“.

Si dirà: LIORI è la bocca di GRAUSO e quello che egli dice non conta niente.
Simili considerazioni farebbero un grande torto all’onestà intellettuale ed alla libertà ed indipendenza spirituale di Antonangelo LIORI. Chi segue con costanza le cronache locali, peraltro, potrebbe certamente confermare in quante occasioni il sottoscritto lo ha invitato a moderare lo stile aggressivo degli articoli (cfr. in rassegna stampa); ma esse, soprattutto, non terrebbero in considerazione obiettivi elementi di fatto che contraddistinguono la realtà nella quale il sottoscritto si trova a dover affrontare i suoi processi.
Ancora una volta, la profonda conoscenza della situazione locale consente di ricostruire stretti legami tra avvocati, magistrati e politici che conducono sempre alla stessa conclusione.
A proposito della condanna del LIORI per diffamazione al presidente della Regione, va sottolineato che presso lo studio legale che difende PALOMBA e la gran parte dei personaggi legati al PDS lavora quale avvocato, il fratello del pubblico ministero che ha chiesto la condanna in gran parte dei processi contro il sottoscritto ed il LIORI e, cioè, il dott. Paolo DE ANGELIS. E, come se non bastasse, si tratta dello stesso magistrato che fu aperto nemico del giudice LOMBARDINI con il quale vennero scambiate plurime denunzie.
Ora, si vuole credere che il sottoscritto, il quale ha difeso ripetutamente quel magistrato, possa essere trattato equamente?
Ancora, va detto che il figlio del capo di gabinetto di PALOMBA (quest’ultimo, come detto, dirigente del PDS), Carlo CIOTTI, è il consulente di fiducia della Procura cagliaritana in tutti i processi per reati societari.
È possibile pensare che tali collegamenti siano estranei all’attuale situazione di tensione che si è manifestata nei confronti del sottoscritto?
E non è un caso che l’asserita diffamazione per la quale il sottoscritto ha riportato condanna, riguarda un’intervista nella quale venivano mosse critiche all’operato della Procura di Palermo che stava indagando proprio sul conto del giudice LOMBARDINI, intervista nella quale poteva vedersi un “attacco” anche alla persona del dott. CASELLI la cui vicinanza, quanto ad idee politiche, al PDS non è certamente un mistero (ed al riguardo, sempre il LIORI, ha scritto: “Il dott. CASELLI, come è noto, è il pupillo del presidente della Camera Luciano VIOLANTE, naturalmente pidiessino”).
Liberissimo il dott. CASELLI di esprimere le sue idee politiche come e con chi vuole. Ma anche LIORI, in paese democratico, dovrebbe essere libero di scrivere che il Procuratore della Repubblica di Palermo sia legato all’On.le Violante. Tuttavia, non può essere sottolineata l’anomalia nella quale versano i giudici cagliaritani i quali si trovano oggi a giudicare i colleghi palermitani titolari delle inchieste su di loro. I magistrati cagliaritani, cioè, sono chiamati a giudicare su coloro che saranno loro giudici per i noti fatti sul sequestro MELIS e sul suicidio LOMBARDINI.
In occasione della tragica fine del dott. LOMBARDINI, il sottoscritto si espresse duramente nei confronti dei magistrati dicendo loro: “Sì, complimenti veramente a questi… al dott. CASELLI, al dott. DI LEO, soprattutto, straordinaria persona. Complimenti anche al dott. MURA ed al dott. PIANA, a questi assassini che sono riusciti nell’intento che avevano, dopo nove mesi…”.
E non solo, i giudici cagliaritani sono chiamati a decidere su fatti che li coinvolgono direttamente, perché, naturalmente, come avviene in tutti i processi di diffamazione, nei quali la prova della verità (o veridicità) del fatto è il primo tassello per l’affermazione della scriminante del diritto di cronaca, essi sono chiamati a decidere se il sottoscritto, accusato di aver criticato i giudici palermitani per il modo di conduzione dell’inchiesta sul dott. LOMBARDINI, abbia o meno legittimamente esercitato il diritto di critica, se cioè sia lecito o meno dubitare dell’inchiesta condotta dalla Procura siciliana e, in definitiva, se sia lecito o meno dubitare sull’operato degli stessi magistrati cagliaritani.
Deve essere ben chiaro che per una singolarissima circostanza si stanno verificando le stesse esigenze che sono sottese all’art. 11 cod. proc. pen., perché la magistratura cagliaritana attraverso i processi per diffamazione si trova a dover legittimare l’operato dell’intero ufficio.
Al riguardo, sono note le posizioni dei protagonisti della vicenda che ha portato alla liberazione di Silvia MELIS. Con un’intervista rilasciata a Il Corriere della Sera il sottoscritto rivelava di aver consegnato personalmente un miliardo e 400 milioni a due banditi incappucciati nelle campagne di Esterzili e di aver pertanto liberato la prigioniera anche se subito secondo i giornali, il Giudice LOMBARDINI avrebbe partecipato alle trattative con i sequestratori.
I nominativi dello scrivente e del magistrato furono iscritti sul registro delle notizie di reato per il delitto di favoreggiamento successivamente modificato in quello di estorsione sulla base dell’incredibile ipotesi che il sottoscritto, insieme al giudice Lombardini, avrebbe costretto il padre di Silvia MELIS, Tito, a sborsare una somma superiore al miliardo. L’11 agosto 1998, dopo un lungo ed estenuante interrogatorio condotto dalla Procura di Palermo, che nel frattempo aveva ereditato l’inchiesta sul sottoscritto dopo il coinvolgimento del magistrato, e dopo la notifica di un provvedimento di perquisizione, LOMBARDINI si suicidò.
Il sottoscritto reputa le ipotesi di reato formulate dalla Procura cagliaritana e, poi, da quella palermitana totalmente assurde ed a tal punto infamanti da essere l’unico motivo che ha indotto il magistrato a maturare la tragica decisione. Da qui la sua critica al dott. ALIQUÒ e le difese al dott. LOMBARDINI nei confronti del quale il sottoscritto si espresse sottolineando che “era uomo che dava fastidio a questa manica di incapaci, di uomini sulla cui tomba probabilmente piangerà. Sono riusciti nel loro risultato e l’obiettivo della mia vita sarà d’ora in poi quello, in ogni circostanza in cui mi sarà possibile, di metterli di fronte alle loro responsabilità e presentargli il conto del gesto che hanno provocato solamente loro”.
Insomma, il sottoscritto, sull’onda emozionale della vicenda LOMBARDINI si scagliò contro i magistrati del pool di Palermo e contro i vertici della Procura cagliaritana.
E non si tratta di una sua opinione. A questo proposito, è noto un altro scontro istituzionale che, pure, è balzato agli onori della cronaca e, segnatamente, il diverbio, ovviamente finito in Procura, tra il giudice Alberto RILLA ed il dirigente della Squadra Mobile di Cagliari, Maria Rosaria MAIORINO, a proposito di alcuni episodi legati dalla morte del giudice LOMBARDINI ed anche a tal proposito si invita la Corte ad indagare avvalendosi dei poteri previsti dall’art. 48 comma 1, cod. proc. pen.
L’idea da cui muove l’indagine è che LOMBARDINI avrebbe ingiunto al MELIS, minacciandolo anche direttamente di mali alla sua persona, ma soprattutto prospettandogli gravi pericoli per la figlia di portare un miliardo ai rapitori e consegnare una lettera nella quale si faceva capire che il MELIS agiva con il consenso ottenuto dal dott. PIANA e dal dott. MURA, rispettivamente procuratore e sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari, al pagamento del riscatto.
Ovviamente, la procura del capoluogo siciliano muove dal presupposto che la circostanza non corrisponda a verità ciò deducendolo dal fatto che ciò sarebbe stato in contrasto con quanto disposto dal comma 1 dell’art. 7 del d. legge 15 gennaio 1991, n. e del fatto che in tal caso sarebbe derivata una responsabilità dei due magistrati. Anche se in questa sede non serve stabilire se la circostanza sia vera o meno, non può non essere apprezzato l’apriorismo interpretativo che muove l’assunto accusatorio, vale a dire che i magistrati cagliaritani sono alieni da qualsivoglia responsabilità nella gestione del sequestro MELIS e che LOMBARDINI ed il sottoscritto si sarebbero sicuramente resi responsabili dei fatti che sono alla base dell’inchiesta che ha portato al suicidio di LOMBARDINI.
Insomma, si verifica un intreccio di indagini e di competenze dei due uffici giudiziari che non può non influire sulla serenità ed obiettività di giudizio dei giudici cagliaritani.
Il sottoscritto ha di recente sollecitato i processi a suo carico affinché egli possa finalmente dimostrare, attraverso un pubblico processo, la
inesistenza di quelle vicende torbide sulle quali i magistrati di Palermo stanno indagando.
Anche sul punto LIORI ha commentato la singolare situazione: “GRAUSO dice: i giudici di Palermo sono assassini. Gli stessi giudici di Palermo che indagano su metà palazzo di giustizia cagliaritano denunciano LIORI e GRAUSO davanti ai giudici di Cagliari chiedendo anche tre miliardi di danni: secondo voi come va a finire? Va a finire che io, per il semplice fatto di dirigere L’Unione Sarda, vengo condannato a un pena superiore del triplo rispetto a chi ammazza un bambino sulle strisce pedonali”. In precedenza (cfr. articolo del 25 ottobre 1998), LIORI aveva scritto: “credo che sia impossibile che la giustizia in Italia funzioni, quando la gestione dell’apparato giudiziario è così saldamente nella mani della politica. È bene, infatti, ricordare che la Procura della Repubblica di Palermo è competente ad indagare sui magistrati cagliaritani. Ed è bene ricordare che mezza Procura di Cagliari è sotto inchiesta a Palermo. In parole povere, Caselli può decidere se incriminare un magistrato sardo e quindi rovinargli la carriera oppure se metter tutto sotto silenzio. Come ben si sa, il referente politico del compagno Caselli è Luciano Violante. Credete davvero che la Procura di Cagliari possa agire con serenità avendo sopra la testa questa spada di damocle? E credete davvero che il PDS non tenti tutte le strade per far sì che il nostro giornale venga distrutto?”.
Ecco perché, si ribadisce, il Tribunale di Cagliari non può giudicare il sottoscritto, perché quei magistrati stanno indagando su fatti rispetto ai quali versano in una situazione di oggettiva incompatibilità perché i fatti su cui devono esprimere un giudizio di veridicità implicano un giudizio sull’operato dei loro colleghi.
Anzi, la violazione dell’art. 11 cod. proc. pen. è qui ancor più smaccata perché non c’è dubbio che nel momento in cui il sottoscritto ha criticato l’operato dei magistrati palermitani, additandoli di aver provocato il suicidio di LOMBARDINI attraverso l’elevazione di accuse infondate, ha anche, e prima ancora, criticato i magistrati cagliaritani i quali, prima ancora, avevano partorito simile castello accusatorio. Se non si erra, i magistrati di Cagliari sono persone danneggiate, al pari del dott. Aliquò, del reato di diffamazione che è stato contestato allo scrivente determinando un sicuro caso di incompetenza funzionale sicuramente rilevabile ex officio perché costoro sono gli autori della drammatica macchina che ha fatto esplodere il caso LOMBARDINI.
Fa specie che il Tribunale di Cagliari, sempre così attento, non si sia avveduto di ciò anche se anche questa situazione può essere frutto di quella mancanza di serenità che qui si intende rappresentare.
12. A proposito di rapporti tra il sottoscritto ed il Tribunale di Cagliari, va segnalato come la situazione sia, se possibile, ancor più compromessa. Occorre tornare a quel tragico 12 agosto 1998 allorquando il sottoscritto e l’avv. Luigi CONCAS convocarono una conferenza stampa all’Hotel Mediterraneo di Cagliari per presentare un dossier del dott. LOMBARDINI nel quale si racconta di una guerra per il controllo della Procura di Palermo, di una trama ordita da Luciano VIOLANTE che aveva come obiettivo la costruzione di un processo
politico alla Democrazia Cristiana e del boicottaggio per motivi politici della sua candidatura per diventare Procuratore a Palermo (all. n. 18).
E che ci fossero rapporti non proprio idilliaci tra LOMBARDINI e i suoi colleghi, non è un’invenzione dell’ultima ora. A tal fine è utile ricodare cosa scriveva il 19 maggio 1999 il GIP presso il Tribunale di Palermo nell’ordinanza con la quale rigettava la richiesta di applicazione della misura cautelare nei riguardi dello scrivente: “è qui necessario mettere in evidenza […] che tra LOMBARDINI e molti suoi colleghi in generale del Tribunale di CAGLIARI non correva simpatia, anche nei confronti di taluno l’atteggiamento del LOMBARDINI era improntato a disistima, certamente ricambiata e addirittura disprezzo” (all. n. 19).
Ecco, ancora una volta, perché questi stessi magistrati, che sono stati disprezzati da LOMBARDINI e che lo hanno ricambiato dello stesso sentimento, non possono oggi essere chiamati a giudicare il sottoscritto che ha criticato la magistratura di Palermo per la conduzione delle indagini sul giudice LOMBARDINI ritenendoli responsabili del suo suicidio, perché costoro, devono giudicare l’amico della persona nei confronti c’era disprezzo.
12. A proposito di situazioni obiettive e di situazioni pregiudizievoli per la libertà di determinazione delle persone che partecipano al processo, è il caso di sottolineare anche il fatto che il caso de L’Unione Sarda è approdato in Parlamento innalzando così ulteriormente il livello dello scontro.
Con una durissima interrogazione, sottoscritta dall’ex sottosegretario alla Giustizia e deputato di Cagliari, On.le Gianfranco ANEDDA, e recepita da tutto il Gruppo parlamentare di Forza Italia (primi firmatari, Filippo MANCUSO, Marco TARADASH e Beppe PISANU), presentata al Ministro della Giustizia, Oliviero DILIBERTO, con la quale è stata smontata pezzo a pezzo l’ordinanza del Tribunale di Cagliari che aveva disposto la nomina degli amministratori giudiziali, fu denunziata la natura politica dell’iniziativa con la quale si tende ad “imbavagliare la stampa” facente capo ad un editore politicamente non allineato con la maggioranza che governa la Regione concludendo che la decisione del Tribunale con la quale era stata disposta la procedura ex art. 2409 cod. civ., “pare inquadrarsi nella condizione d’irrequietezza che agita gli uffici giudiziari cagliaritani” e, di conseguenza, sull’opportunità di procedere ad una completa indagine sulla condizione degli uffici giudiziari di Cagliari.
Insomma, il sospetto che il comportamento della Procura sia fortemente condizionato da una finalità politica, come il sottoscritto ha pubblicamente denunziato, ovviamente assumendosene le responsabilità, in occasione della vicenda da ultimo ricordata allorquando ebbe a dire, nel corso di un’intervista pubblicata il 16 dicembre 1998 su L’Unione Sarda che “il comportamento della Procura suscita il dubbio che il caso non sia affrontato in una prospettiva giuridica ma politica”, non è solo frutto di un delirio persecutorio.
Ma il contrasto ha raggiunto livelli e toni irreversibili annullando completamente la libertà di determinazione della sede cagliaritana dopo che sulla vicenda è addirittura intervenuto il CSM.
Su La Nuova Sardegna del 25 luglio 1999, infatti, è stata data notizia di un accadimento, definito, unico nella storia, e cioè che il plenum del CSM sarebbe sceso in campo nella diatriba tra il sottoscritto, L’Unione Sarda e la magistratura cagliaritana, approvando all’unanimità una delibera di pieno sostegno all’attività di magistrati e giudici della Sardegna “vittime ogni giorno di attacchi indiscriminati e generalizzati, colorati da toni di violenza estrema e grande volgarità, de L’Unione Sarda“. Si legge nel corpo dell’articolo che il CSM avrebbe preso posizione proprio con riferimento a quella vicenda che ha dato luogo all’intervista del sottoscritto e dalla quale è scaturito il processo per diffazione a suo carico. Ed infatti, secondo quanto riportato da La Nuova Sardegna la prima commissione si sarebbe occupata del suicidio di Luigi LOMBARDINI ed avrebbe così preso posizione su una nota dell’Unione Magistrati Sardi con la quale si sarebbe denunziata la faziosità politica e la mancanza di laboriosità e dell’accusa di essere ricattatori del Parlamento e far parte della peggior mafia. Il CSM avrebbe ribadito che, pur non essendo messo in discussione il diritto di critica dei giornalisti, “dev’essere posto un freno alle “accuse gratuite, violente, indiscriminate e volgari ai magistrati”. Nella delibera, il CSM annuncia che tutelerà i colleghi del distretto sardi dopo aver confermato che “la magistratura sarda è immune da logiche di schieramenti e fortemente impegnata, pur operando in condizioni difficili e con organici insufficienti””.
Come si vede, vi è un invito ai magistrati di Caglieri ad essere severi perché essi devono porre freno ad accuse gratuite e rispetto a simili prese di posizioni, corrispondenti a condanne anticipate, al sottoscritto sembra addirittura inutile esercitare i suoi diritti di difesa.
E sarà bene che la Corte Ecc.ma, sempre avvalendosi dei suoi poteri instruttori, accerti se e come il CSM sia pervenuto a tale determinazione, se ciò abbia fatto spontaneamente ovvero su sollecitazione degli stessi magistrati cagliaritani che dimostrerebbero così di volersi preparare a sferrare un nuovo attacco al sottoscritto dietro la copertura del massimo organo istituzionale di autogoverno della magistratura. Ed alla Corte non sfuggirà certamente l’anomalia e la gravità di tale accadimento, da un lato perché ciò costituisce la legittimazione dei magistrati cagliaritani a portare a termine con l’esemplarità che si è fino ad ora manifestata, i processi a carico dello scrivente e, dall’altro, perché a tale decisione il Consiglio è praticamente pervenuto sentendo solo le ragioni dei magistrati, pervenendo cioè ad una “condanna” senza che nessuno abbia potuto esercitare un minimo di diritto di contraddittorio.
Si tratta in sostanza di una criminalizzazione davvero inopportuna di chi si deve difendere ed una sollecitazione ad andare avanti con la stessa determinazione nei confronti di chi, nel difendersi, dovrebbe avere dinanzi a sé l’immagine di una magistratura serena.
E quanto valgano, sul piano psicologico, tali operazioni, è dimostrato da una recentissima vicenda. Il LIORI, infatti, è stato radiato dal Consiglio dell’Ordine dei giornalisti con una decisione storica che si caratterizza per la sua inaudita gravità e per le modalità, singolarmente celeri, con le quali la stessa è stata adottata.
13. A proposito, poi, del requisito della località della situazione e della inevitabilità altrimenti della grave situazione di pregiudizio, occorre tenere conto della realtà locale, interna all’ufficio giudiziario, in cui i processi a carico del sottoscritto devono essere celebrati. Talora vi sono state autentiche acrobazie per celare le possibili situazioni di commistione esistenti nei confronti del sottoscritto e del LIORI, sebbene, come in quella storia di buchi e ciambelle, non sempre si riesca nell’intento.
Nella vicenda relativa alla diffamazione al Presidente pidiessino della Regione, il PALOMBA, ex magistrato, noto per la scorta delle guardie forestali, la richiesta di rinvio a giudizio fu sottoscritta dal collega vicino di stanza del dott. Paolo DE ANGELIS, il dott. Guido PANI. Ma per fare ciò il decreto che dispone il giudizio fu firmato dallo zio dello stesso dott. PANI.
Si può soggiungere, che gli effetti conseguenti alla posizione assunta dal sottoscritto con questo o con quel magistrato ed alla grave situazione locale nella quale egli si è venuto a trovare per aver legittimamente esercitato il suo diritto costituzionalmente protetto di manifestazione del pensiero riguardano il rapporto con l’intero ufficio giudiziario cagliaritano. La sua posizione di critica in relazione alla vicenda LOMBARDINI ha acceso inquietanti luci su tutti i magistrati del capoluogo, creando spaccature e prese di posizione anche da parte di intranei allo stesso ufficio (ancora una volta la vicenda del Giudice RILLA è significativa). Anche la coincidenza dell’inizio delle iniziative giudiziarie con la decisione di fondare un nuovo movimento politico, sono il segno di una situazione di pregiudizio.
Non è interesse dello scrivente, almeno in questa sede, conoscere se, poi, la magistratura cagliaritana abbia funto da cassa di risonanza per effetto di una deliberata decisione di alcuni suoi esponenti ovvero se ciò sia accaduto per un casuale convergere di vari interessi che hanno finito per trovare l’elemento catalizzatore nella persona del sottoscritto.
Certo che la situazione nella quale il sottoscritto deve esercitare i suoi diritti civili, e non solo la libertà di espressione del pensiero ma soprattutto il diritto di difendersi, sono oggi gravemente compromessi
per gli atteggiamenti, derivanti certamente da un’obliterazione della serenità di giudizio, che taluni magistrati hanno manifestato con sicure ripercussioni sull’intero ufficio giudiziario.
Oltre, infatti, ai fisiologici meccanismi di difesa che scattano in tutti gli ambienti corporativi, v’è poi da fare i conti con una realtà tipicamente locale che vede legami tra vari magistrati appartenenti all’ufficio (all. n. 22).
Ed invero:
– Maria Cristina ORNANO, giudice del Tribunale Civile di Cagliari, risulta coniugata con l’avv. Carlo Augusto MELIS;
– Simona LAI, giudice della Pretura Penale di Cagliari, sorella dell’avv. Stefania LAI, risulta sposata con l’avv. Franco TULUI;- Grazia CORRADINI, già giudice di Corte di Appello di Cagliari ed oggi presidente del Tribunale per i Minorenni, risulta essere coniugata con l’avv. Giuseppe PISANO;
– Fernando BOVA, Sostituto Procuratore della Repubblica, è padre di Francesca BOVA, già praticante avvocato;
– Paolo DE ANGELIS, Sostituto Procuratore della Repubblica, è fratello dell’avv. Luca DE ANGELIS, collega di studio dell’avv. SCHIRÒ, legale del Presidente della Giunta Sardegna, PALOMBA, nonché marito della dott.ssa Maria Teresa SPANU, Pretore Penale a Cagliari;
– Alessandro PILI, Sostituto Procuratore della Repubblica, è coniugato con Maria SECHI, giudice del Tribunale Civile di Cagliari;
– Mauro MURA, Sostituto Procuratore della Repubblica, è coniugato con Anna CAO, giudice del Tribunale Penale di Cagliari;
– Cristina LAMPIS, giudice della Pretura di Cagliari, è coniugata con l’avv. Carlo CASTELLI;
– Carlo PIANA, Procuratore della Repubblica è il padre di Paolo PIANA, Sostituto Procuratore della Repubblica;
– Rosanna ALLIERI, Sostituto Procuratore della Repubblica, è sorella dell’avv. Luisa ALLIERI;
– Paolo MASSIDDA, Giudice della Corte di Appello di Cagliari, è padre di Giovanni MASSIDDA, giudice del Tribunale di Cagliari e zio di Andrea MASSIDDA, Sostituto Procuratore della Repubblica;
– Angelo PORCU, Presidente dei Tribunale di Sorveglianza, è padre di Gaetano PORCU, Sostituto Procuratore della Repubblica;
– Vincenzo AMATO, giudice del Tribunale di Cagliari, è fratello di Daniela AMATO, giudice del Tribunale Penale di Cagliari;- Leonardo BONSIGNORE, Giudice per le Indagini Preliminari di Cagliari, è coniugato con Lucia LA CORTE, giudice della Corte di Appello;
– Marinella POLO, giudice del Tribunale per i Minorenni, è sposata con l’avv. dell’INAIL, Enrico PLAISANT;
– Massimo DEPLANO, giudice della Pretura, è coniugato con Rossella ATZENI, giudice della Pretura;
– Antonio ONNI, giudice della Corte di Appello di Cagliari, è coniugato con Barbara PERASSO, giudice onorario;
– Sergio DE NICOLA, giudice del tribunale dei Minorenni, è sposato con Anna Rita FRAU, vice procuratore onorario.
Si tratta di una complessa situazione che rende i magistrati tra loro legati da vincoli di vario genere che sebbene possano non rilevare sul piano della incompatibilità prevista dall’ordinamento giudiziario, indubbiamente creano vincoli di solidarietà che nuocciono alla serenità della funzione.
Ed a ciò va aggiunto che ancora una volta L’Unione Sarda ha fatto scoppiare il caso pubblicando l’elenco dei magistrati e dei vincoli di parentela con avvocati e magistrati, creando, come facile immaginare, non pochi disagi.
15. Le vicende che si sono descritte, costituiscono una grave situazione locale in grado di pregiudicare la libertà di determinazione delle persone che partecipano al processo, siano essi magistrati del pubblico ministero, giudici e parti private.
L’intreccio di indagini che si è venuto a creare per effetto delle inchieste aperte dai magistrati palermitani a seguito dei noti fatti relativi al sequestro di Silvia MELIS sono sicuramente in grado di arrecare pregiudizio.
Le inchieste sulle toghe cagliaritane e sui rapporti di parentela con magistrati ed avvocati dello stesso distretto; le dure critiche di parzialità nelle iniziative e strategie; le ripetute affermazioni di legame dei magistrati con il PDS, sono situazioni che nuocciono gravemente alla immagine della magistratura.
Non si potrà qui credere alla facile obiezione che le situazioni locali non siano reali, ma solo ipotizzate perché il lungo botta e risposta tra iniziative giudiziarie, sempre più numerose, eccentriche e di inaudita esemplarità, ed interventi giornalistici su L’Unione Sarda sono di quelle che scolpiscono il disagio che si avverte in chi deve essere giudicato senza che possa qui rilevare il criterio del “chi ha scagliato per primo la pietra”.
Il sottoscritto è fermamente convinto di essere vittima di una situazione giudiziaria abnorme per produzione di iniziative e, soprattutto, per la ingiustificata convergenza di esse solo nei di suoi confronti.
Si pensi che, dopo le elezioni politiche dei giugno 1999, il sottoscritto si è visto recapitare un invito a comparire firmato dal Sostituto Procuratore Giangiacomo PILIA per rendere interrogatorio per pretesi reati di oltraggio e di minaccia a pubblico ufficiale (all. n. 23).
La circostanza davvero significativa, segno di quell’atteggiamento di prevenzione che il sottoscritto riscontra nella conduzione degli uffici
giudiziari cagliaritani, non è dato tanto dal fatto che — come noto — l’oltraggio è stato depenalizzato; quanto dalla data della convocazione, il 20 luglio, coincidente con la prima seduta del nuovo Consiglio regionale al quale il sottoscritto doveva partecipare.
Ma tutto questo, in fondo, di fronte alla gravità della situazione che attualmente si respira nell’ambiente giudiziario cagliaritano, potrebbe essere il meno. Il vero è che, oggi, la magistratura, nel suo complesso, sia per i collegamenti tra colleghi ed avvocatura, sia per i possibili collegamenti di natura politica ha dimostrato di non saper più essere impermeabile alla critica democratica, al confronto dialettico ed alle influenze che i mass media esercitano.

Il sottoscritto non è l’unico a pensare che egli stia pagando il dazio per un atteggiamento di intransigenza nei confronti della magistratura cagliaritana e nei confronti del PDS: autorevoli rappresentanti del Parlamento italiano hanno ritenuto di dover prendere le sue difese indirizzando al Ministro interrogazioni per denunziare tale grave situazione locale e tutto ciò nuoce gravemente all’immagine di trasparenza e terzietà che i giudici devono dare.
Ed in effetti, pur non potendo la Corte Ecc.ma prendere cognizione dei fatti, è doveroso tuttavia considerare come le condanne esemplari senza condizionale per diffamazione recentemente inflitte al sottoscritto ed al direttore LIORI, costituiscano una situazione insostenibile significativa di una pregiudicata libertà di determinazione dei giudici che partecipano al processo che può essere solo rimossa attraverso lo spostamento dello stesso presso altra sede.
PER QUANTO PRECEDEIl sottoscritto come sopra generalizzato, propone richiesta di rimessione del processo penale n. 206/99 pendente dinanzi al Tribunale di Cagliari chiedendo, previa acquisizione, ai sensi dell’art. 48, comma 1 cod. proc. pen., delle seguenti informazioni:
1. richiesta audizione del sig. Antonangelo LIORI sul numero delle sue convocazioni in tribunale e sui tempi medi dei processi per diffamazione a suo carico celebrati;
2. audizione del sottoscritto, sulle sue consapevolezze con riferimento al sequestro MELIS;
3. accertamento della data di iscrizione della notizia di reato relativamente alla asserita attività di intercettazione abusiva posta in essere dal sottoscritto;
4. accertamento della data di iscrizione della notizia di reato relativamente ai reati di falso in bilancio e fatture per operazioni inesistenti;
5. acquisizione degli atti relativi al procedimento disciplinare a carico del giudice RILLA;
6. acquisizione della delibera del plenum del CSM di cui dà notizia La Nuova Sardegna nell’articolo del 24 luglio 1994;
7. acquisizione degli atti relativi al procedimento aperto dinanzi al CSM relativi all’indagine sul caso LOMBARDINI;
8. acquisizione degli atti del procedimento penale contro il sottoscritto;
9. acquisizione della dichiarazione dei legali della procedura ex 2409 cod. civ. per conoscere tempi e modalità per la definizione della stessa;
10. acquisizione di informazioni per conoscere tempi e modalità della delibera adottata dal CSM in data 22 luglio 1999.
La trasmissione degli atti all’Autorità Giudiziaria di Palermo affinché quest’ultima, ai sensi dell’art. 11 cod. proc. pen., disponga la trasmissione degli atti al Tribunale di Caltanissetta.
Con osservanza
Nicola Grauso
Si allegano:1. Fascicolo vicenda ARBATAX 2000.2. Articolo riportante la dichiarazione dell’On.le PINNA.
3. Rassegna Stampa articoli de La Nuova Sardegna.

4. Procedimenti penali a carico di LIORI.
5. Fascicolo vicenda processo ALIQUÒ.
6. Fascicolo procedimento per favoreggiamento a carico di LIORI.
7. Rassegna stampa de L’Unione Sarda.
8. Sentenza 23 giugno 1999.
9. Fascicolo PALOMBA.10. Invito a comparire per intercettazioni abusive.
11. Decreto sequestro ed informazione garanzia per art. 2621 cod. civ. ed art. 4 L. 516/82.
12. Relazione tecnica su attività di GRAUSO.
13. Lettera PM a Guardia di Finanza.14. Relazione Guardia di Finanza.15. Fascicolo relativo alla procedura ex 2409 c.c.16. Articolo de L’Espresso su relazione degli Amm.ri Giudiziali.
17. Articoli su EMSA.
18. Conferenza stampa del 12 agosto 1988.
19. Ordinanza rigetto custodia cautelare.
20. Interrogazione Parlamentare.
21. Delibera CSM 22 luglio 1999.
22. Incompatibilità magistrati cagliaritani.
23. Convocazione 20 luglio 1999.