09 01 2004 - PERCHE’ TANTA OMERTA’ SULLA “RETE PARALLELA”?

Nella parte terminale del 1998, dopo il tragico suicidio di Luigi Lombardini nel suo ufficio al palazzo di Giustizia di Cagliari, divenne pubblico che la Procura di Palermo stava conducendo un’inchiesta su una struttura parallela (definita una “Rete” dallo stesso Giancarlo Caselli) che sarebbe stata diretta dallo stesso Lombardini, e che, composta da poliziotti, carabinieri, appartenenti alla Guardia di Finanza, ai servizi segreti, e addirittura da taluni latitanti o personaggi comunque contigui alle bande dei sequestratori, avrebbe stabilmente operato per prevenire i sequestri di persona in Sardegna, specialmente nella città di Cagliari, e per conseguire nel modo più rapido, una volta che un sequestro fosse stato comunque perpetrato, la liberazione dell’ostaggio, perlopiù dietro pagamento del riscatto o dietro ricompensa a dei malviventi per favorire comunque tale esito.
Al riguardo, secondo la Procura di Palermo, numerosi elementi militavano a sostegno dell’esistenza di una simile struttura:

– il ruolo anomalo di alcuni stretti amici e “confidenti” di Lombardini come Salvatore Carboni, il quale era stato accusato (e per tale fatto è tuttora sotto processo a Palermo) di fare da tramite tra Lombardini e un non meglio identificato agente del SISDE di stanza a Palermo nel rivelargli le mosse della Procura, e che altresì più volte aveva funto da informatore per Lombardini, oppure come Raoul Gelli, il quale, ultimamente in lite con Lombardini ma comunque stretto collaboratore di un ufficiale della Guardia di Finanza in odor di servizi segreti come il tenente colonnello Roberto Vernesoni, avrebbe disposto in passato di un “lasciapassare” firmato da Lombardini che gli consentiva di girare liberamente per la Sardegna, per raccogliere informazioni sui sequestri, evitando posti di blocco e controlli;
– la vicenda di Cuccuru e Boi, personaggi condannati per il sequestro dell’imprenditore di Dolianova Giovanni Murgia, i quali, meravigliati per l’arresto, avrebbero dichiarato di essere informatori di Lombardini;
– le rivelazioni a L’UNIONE SARDA, poi ritrattate, del presidente del Cagliari Calcio e della SEM Molini Sardi Massimo Cellino, il quale ricordò che Lombardini, in una circostanza, lo avvisò dell’imminenza di un sequestro di persona nei suoi confronti inducendolo a prendere precauzioni;
– le dichiarazioni rese sempre a L’UNIONE SARDa dall’ex procuratore della Repubblica di Cagliari, Franco Melis, il quale affermò che un politico gli aveva rivelato che Lombardini richiedeva denaro agli imprenditori cagliaritani, a guisa di una sorta di “polizza antisequestri”, per prevenire sequestri di persona; sentito come parte offesa in un susseguente processo, avanti al Tribunale di Cagliari, contro l’ex direttore de L’UNIONE SARDA Antonangelo Liori, accusato di diffamazione nei suoi confronti, Melis fece poi il nome di quel politico, affermando che si sarebbe trattato dell’attuale sindaco di Cagliari Emilio Floris, che gli avrebbe confidato che “Lombardini era sensibile al denaro” (Floris ha smentito);
– le dichiarazioni alla Procura di Palermo del defunto imprenditore Giovanni Salatiello, già titolare della KELLER con stabilimento a Villacidro, il quale ricordò che, su consiglio di imprenditori locali, venne a contatto con Luigi Lombardini, il quale, come da consuetudine corrente, prese a richiedergli denaro, ammontante a qualche centinaio di milioni, per alimentare una sorta di “fondo di garanzia” per la prevenzione dei sequestri di persona nel Cagliaritano, laddove Salatiello ha tuttavia precisato che il denaro gli fu prontamente restituito da Lombardini quando questi non se ne doveva o non se ne poteva avvalere per gli scopi per cui veniva richiesto;
. l’intervista, rilasciata all’autorevole giornalista de LA NUOVA SARDEGNA Fiorentino Pironti, da un anonimo, qualificatosi agente del SISDE, il quale rivelò che effettivamente Lombardini era a capo di una struttura preposta a prevenire e a risolvere i rapimenti, composta di sessanta unità tra cui magistrati, appartenenti alle forze dell’ordine e ai servizi segreti e personaggi contigui, talora intranei, alle bande dei sequestratori, evidenziando che Lombardini si sarebbe suicidato per impedire che lo costringessero a rivelare dell’esistenza della struttura e dell’identità dei suoi appartenenti.
La Procura di Palermo, alla fine, ha archiviato l’inchiesta, verosimilmente in quanto non erano neppure configurabili reati specifici, quanto meno in modo fondato (si sarebbe potuta ipotizzare, al limite, l’associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento nei sequestri di persona, sicuramente non la truffa e tanto meno l’estorsione), e tuttavia è singolare come intorno all’esistenza o meno di questa struttura sia calata una cortina di silenzio e minimizzazione non tanto da parte degli ambienti vicini a Lombardini, che hanno sempre escluso solo l’esistenza di una struttura formalizzata non negando comunque quella di una ragnatela di rapporti “informali” tra Lombardini e vari personaggi delle forze dell’ordine, quanto da parte di quegli ambienti che dalla pretesa “Rete” sarebbero stati beneficati, ossia in primis gli ambienti imprenditoriali e comunque benestanti del Cagliaritano.
Infatti, Emilio Floris, pur essendo un personaggio che non amava, notoriamente, Lombardini, ha seccamente smentito le propalazioni del procuratore Melis, Cellino ha addirittura minacciato querele contro L’UNIONE SARDA, Salatiello è morto e non può più precisare, smentire o approfondire, mentre nessun altro personaggio della Cagliari bene, di quelli forse salvati dal rapimento da Lombardini, ha aperto bocca.
Se c’era tanta paura a rivelare qualcosa su un morto, un morto i cui veri amici sono stati infangati e perseguitati senza dignità da certi personaggi del palazzaccio di Cagliari, evidentemente ciò dipendeva dal fatto che questi personaggi, se davvero versavano dei contributi a Lombardini in funzione di prevenzione dei sequestri o di loro pronta risoluzione, non lo facevano certo in posizione di estorti o di truffati, poiché è un dato di fatto che i banditi hanno colpito al massimo a Oristano e in Ogliastra ma mai a Cagliari, bensì in veste di chi, volontariamente, stipulava una vera e propria “polizza assicurativa” per la protezione dal rischio del sequestro di persona, magari solo per risparmiarsi i fastidi di una vita blindata che molti imprenditori nuoresi ben conoscono.
Orbene, è evidente che non tutte queste persone erano, e sono, di quelle che tutta la città ben sa essere ricchissime, ben sa essere tra i motori dell’imprenditoria cagliaritana, regionale e talora nazionale; c’è sicuramente anche qualcuno (come peraltro, si è detto, Tito Melis), che, essendo nella potenziale condizione di pagare un cospicuo riscatto per liberare un congiunto da un sequestro di persona, si troverebbe a dover giustificare davanti alle forze dell’ordine e alla magistratura l’origine di una ricchiezza tale da consentirgli di pagarlo (e, dovete sapere, le famiglie dei sequestrati vengono sempre dossierate dalla Guardia di Finanza per verificare le loro reali disponibilità economiche), e, qualora le sue ricchezze siano in tutto o in parte di origine sospetta, illecita, scatterebbero inevitabilmente indagini e, magari, misure di prevenzione con conseguenti pesanti confische patrimoniali.
Se questi signori pagavano la polizza – resa necessaria, evidentemente, dall’attenuarsi e dalla cessazione del flusso di denari proveniente dal Viminale – era assolutamente inevitabile che Luigi Lombardini, grazie alla sua sola intuizione investigativa o a quella degli uomini a lui vicini, venisse invero a conoscenza dell’origine illecita delle ricchezze dell’assicurato; da ciò il possesso di un vero e proprio, esplosivo dossier, da parte di Lombardini, contenente la mappatura dei ricconi di Cagliari che hanno fatto i soldi smerciando droga, o trafficando in armi, o comunque riciclando denaro sporco.
Probabilmente questo dossier è stato messo per iscritto e, salvo che non si trovi su internet (ipotesi irreale, perché in realtà Lombardini capiva benissimo il funzionamento degli strumenti informatici, ma personalmente non li sapeva assolutamente usare), può darsi che sia già in possesso degli uomini del SISDE sardo, molti dei quali già molto vicini a Lombardini, oppure che sia ancora riposto nel sito segreto ove si trova; ad ogni modo, si tratta di carte che Lombardini conservava solo a futura memoria, conoscendo benissimo i dati che vi erano contenuti.
E quelle fonti di conoscenza, Lombardini prometteva di usarle, giacché aveva fatto ampiamente sapere nel 1997 che, se fosse stato nominato Procuratore di Cagliari, avrebbe sfruttato quelle conoscenze per avviare una campagna di instaurazione a tappeto di misure di prevenzione nei confronti di questi personaggi, e anche presso la Questura le cose apparivano predisposte per bene, poiché la sezione criminalità organizzata allora diretta da Maria Rosaria Maiorino (poliziotta a volte disinvolta, ma integerrima e con un’incredibile capacità di lavoro), stava già facendo un gran lavoro, anche se limitandosi agli ex sequestratori come Mario Fortunato Piras.
Non è un caso, quindi, che i DS, rappresentanti politici delle grandi Cooperative rosse emiliane con le loro propaggini cagliaritane e non prive, in Sicilia, di soci ben poco commendevoli, e certa destra economica cagliaritana (in tutta autonomia da una destra politica di Forza Italia e AN che nel CSM sostenne Lombardini fino all’ultimo) in odore di mafia e di ‘ndrangheta abbiano sbarrato la strada alla nomina di Lombardini, preferendo il dottor Carlo Piana, che è un capace ed onesto magistrato, ma anche quando va a cena, essendo organico alla Cagliari bene, rischia di incappare in qualcuno che ha riciclato soldi sporchi dal traffico di droga, ovviamente senza poterlo sapere.
E non è un caso che nessuno parli, che nessuno abbia parlato specie quando di queste cose si occupava di Giancarlo Caselli, politicamente molesto ma non sospetto di cedimenti su questo terreno. Parola dopo parola, interrogatorio dopo interrogatorio, si sarebbe scoperto tutto, e i ricconi cagliaritani dotati di una ricchezza di cui potevano solo vergognarsi sarebbero stati brutalmente smascherati.
Pensiamo che sia ora di parlare di queste cose a viso aperto, senza sotterfugi, neanche da parte di chi a Luigi Lombardini era vicino: perché il suo operato fu forse irregolare quanto al rispetto delle competenze, ma svolgeva un’essenziale e meritoria funzione di supplenza di uno Stato che, sul terreno dei sequestri, mostrava di non saper garantire la vita, la libertà e la sicurezza dei cittadini, rispetto alla quale lo Stato non potrebbe, senza vergognarsi di sé stesso, comportarsi come un meschino piccolo capo ufficio di qualsiasi ufficio di terz’ordine che, invidioso del subordinato che lavora molto più di lui e molto meglio di lui, gli cerca il pelo nell’uovo e lo mobbizza. Soprattutto, è necessario che si conosca tutta la verità perché è interesse di tutti noi, al cospetto di certa finta rispettabilità, sapere se ci troviamo dinanzi a persone oneste che si sono guadagnate le loro fortune col duro lavoro o a biechi delinquenti e riciclatori di denaro sporco.