Ieri a Lula è stata uccisa barbaramente una ragazzina di quattordici anni, rea solamente di essere la figlia di Matteo Boe, ex mitico latitante noto soprattutto per la fuga dall’Asinara e per il rapimento di Farouk Kassam, e della sua compagna di sempre Laura Manfredi.
Volevano uccidere la madre, si è detto, e nel buio i killers hanno scambiato la ragazza per la mamma dato che si somigliavano parecchio, anche fisicamente.
Lula torna nello sgomento, e la sindachessa Maddalena Calia esamina il problema sbrigativamente, invitando a non fare dietrologie, ma è troppo comodo.
Quando si tratta di Matteo Boe, non già le dietrologie, ma il dovere di interrogarsi è d’obbligo, poiché è ancora fitto il mistero sui reali retroscena della risoluzione del sequestro Kassam, su tutto quanto Boe ha fatto durante la latitanza, sui suoi rapporti con entità temibili quali gli indipendentisti corsi, sul presunto complotto di costoro per uccidere il giudice Sandro Norfo, sul modo anomalo (da confidenti, per dirla tutta) con cui inchiodò i complici Mario Asproni e Ciriaco Baldassarre Marras, facendoli condannare a trent’anni di galera e beccandone da parte sua venti col rito abbreviato senza aver aperto bocca sulle modalità del pagamento del riscatto e riuscendo a lungo a conservare il suo patrimonio.
In fondo, il muro di gomma sui pagamenti di Stato ai latitanti è da poco crollato, con le ammissioni sul pagamento di 300 milioni per la costituzione dell’ex latitante arzanese Piero Piras, e prima o poi potrebbe crollare anche quello relativo al tanto vociferato, ma mai pienamente provato, riscatto di Stato per la liberazione di Farouk Kassam, circa il quale, a parte chi stava dalla parte dello Stato (per così dire), nessuno meglio di Matteo Boe potrebbe saperla lunga.
E quale migliore intimidazione, anche per un uomo intrepido e sprezzante di ogni timore come Matteo Boe, dell’uccisione della sua compagna di vita che, seppure non vi sia prova che abbia preso parte a uno solo dei suoi delitti, è sempre stata per lui quello che, con un efficace paragone preso dal mondo dei fumetti, è Eva Kant per Diabolik?
Instaurando il Processone di Palermo, al di là e forse contro gli interessi di alcuni inquirenti cagliaritani, i PM siciliani hanno avviato il processo di scoperchiamento di un vaso di Pandora da cui potrebbero emergere verità insospettabili, o scontate conferme a cose che erano sulla bocca di tutti, su quel mistero che è ancora la risoluzione del sequestro Kassam; qualcuno lo sa bene, e potrebbe aver pensato di eliminare, o intimidire mortalmente, tutti i residui testimoni, Matteo Boe compreso, perché ciò che si teme non è tanto la rivelazione del fatto che, come sicuramente anche per Silvia Melis, abbia pagato lo Stato, bensì, come forse anche per Silvia Melis, che a qualcuno venga in mente di fare i conti della serva su quanto denaro i banditi hanno effettivamente percepito e quanto invece ne fosse stato stanziato.
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