Crediamo di aver capito, finalmente, perché e come Tito Melis fu indotto a ritrattare le proprie originarie dichiarazioni, in cui, come ha dichiarato a Palermo, non intendeva svelare l’identità di Lombardini per “l’importanza dell’istituzione”, e accusare costui di minacce di morte, secondo noi inesistenti, per portare un altro miliardo ad Antonio Piras e per redigere la famosa “lettera liberatoria” di cui vi abbiamo parlato fino alla noia e sulla quale non intendiamo insistere oltre.
La risposta sta nella somma in franchi svizzeri, di cui ignoriamo l’ammontare, ma verosimilmente consistente, che è pressoché certo pervenne a Tito Melis appena tre giorni prima della liberazione (la “fuga”, come dice lui con commovente ostinazione) di Silvia.
Andiamo per gradi: il 12 settembre 1997 Tito Melis, che poco meno di un mese dopo sarebbe stato invece a corto di quattrini, annunciò trionfalmente su L’UNIONE SARDA di avere i soldi del riscatto, facendosi forte, evidentemente, delle rassicurazione ricevute dal dottor Piana e dal dottor Mura circa il fatto che non gli sarebbe stato impedito di pagare; e due giorni prima, il 10 settembre 1997, viene intercettata una tenefonata tra Domenicangela Gana, moglie di Tito Melis, e sua figlia Gemma, in cui eloquentemente la prima chiede alla figlia se nel “borsellino” ci fossero soldi, e la seconda risponde che c’erano “franchi” … forse francesi, forse svizzeri, secondo noi svizzeri, e lo vedremo dai passaggi successivi. E non vi è chi non possa capire come, in realtà, il “borsellino” sia uno dei famosi conti svizzeri.
Dal 29 ottobre al 2 novembre 1997, stranamente, essendo sotto rapimento la sorella, e fuori stagione, non essendo affatto tempo di sciare, Gemma Melis si recherebbe, partendo di mercoledì e tornando di domenica, con degli imprecisati “amici” per trascorrere un “weekend” (noi diremmo “almost a whole week”) a Sankt Moritz, ancora nella Confederazione Elvetica, Cantone dei Grigioni; a noi pare un “weekend” assai improbabile, considerato che, in una più tarda intercettazione (12 dicembre 1997) l’avvocato Luigi Garau confiderà a un suo cliente di essersi, in pieno sequestro e pedinato dalla Polizia, recato a Basilea, da un “fratello” (forse un massone: Garau è massone) che dirigeva una banca, per ragioni inerenti ai soldi del riscatto, e piuttosto pare assai verosimile che Gemma, senza rischiare di trasportare i contanti, abbia posto in essere operazioni per far pervenire con tranquillità il denaro in Italia.
Il 6 novembre 1997, Tito Melis, che a Palermo ha detto incredibilmente che gli erano arrivate in quella data notizie tragiche sulle sorti di Silvia e che invece aveva avuto un positivo incontro col Ministro dell’Interno, Giorgio Napolitano, chiedeva insistentemente a Gemma se “IL VACCINO PER QUELL’ANIMALE” era a posto, e, dopo una serie di telefonate, Gemma, alfine, gli comunicava che avrebbe potuto ritirare un misterioso “pacco” o una misteriosa “busta” il successivo sabato, ossia l’8 novembre 1997, presso la sede della Findomestic: non pare che quel “pacco” o quella “busta” verosimilmente contenesse i franchi svizzeri?
Ok, fin qui ci siamo, ma chi glieli ha dati a Tito Melis i franchi, visto che lui non aveva una lira?
Ci aiuta lo stesso ingegnere, quando a Palermo rivela, più dettagliato di quanto fu Luigi Lombardini nel suo tragico interrogatorio dell’11 agosto 1998, che quest’ultimo aveva consigliato a Luigi Garau di “aprire la valigia del sequestro Furlanetto”, con inequivoco riferimento alla colletta, coordinata dallo stesso Lombardini e vigilata dal legale di parte civile Mariano Delogu (a quanto pare, nota anche al PM Mario Marchetti, che però verrà assolto dal C.S.M. da ogni addebito) per racimolare i soldi del riscatto, che fu, verosimilmente, una colletta tra massoni, se non altro perché il marito della sequestrata Miria Furlanetto, il notaio olbiese Gianfranco Giuliani, era notoriamente massone, e si sa che tra gli appartenenti alla Massoneria il dovere più importante è quello della solidarietà tra “fratelli”.
Probabile, quindi, che anche quei franchi svizzeri siano stati raccattati attraverso “prestiti” di massoni, ma non di massoni del Grande Oriente d’Italia, i cui vertici si erano detti contrari a queste collette, probabilmente di massoni appartenenti alla loggia coperta, forse deviata, che raccoglierebbe politici,imprenditori, professionisti e magistrati cagliaritani e che avrebbe ufficialmente sede a Basilea (guarda caso: proprio la città ove si recò Garau); e di questa loggia, è sicuro che faccia parte un magistrato della Procura di Cagliari, che poi, quando sarebbero arrivati i soldi del riscatto di Stato, si sarebbe attivato per reperire il personaggio, detenuto e proveniente dall’area del banditismo, che avrebbe dovuto far da tramite per il pagamento del riscatto.
Quesito di fondo: quando arrivò il denaro di Stato, a quanto pare per il bell’ammontare di 2 miliardi e 200 milioni di vecchie lire, e con questo fu pagata la seconda tranche del riscatto – dopo il pagamento effettuato da Nicola Grauso il 4 novembre 1997 – dove finirono tutti quei franchi svizzeri?
Forse Tito Melis, lealmente, li restituì, ma – e sottolineiamo che qui avanziamo una mera ipotesi, e non vogliamo accusare nessuno – se invece non li avesse restituiti, se li fosse tenuti forte dell’illusione che nessuno sapesse realmente con quali cespiti gli obblighi verso i banditi furono realmente adempiuti, fiducioso in un preteso segreto di Stato che tale non era e che faceva acqua da tutte le parti, del quale comunque, anche ammesso che non ne fossero informati il dottor Carlo Piana e il dottor Mauro Mura (che però, riteniamo, per ragioni operative dovettero essere informati), era certamente al corrente il magistrato di cui parliamo prima, che aveva reclutato il mediatore di Stato e che al contempo era al corrente della colletta massonica?
E’ intuibile che Tito Melis avrebbe – sottolineiamo avrebbe – proprio fatto una mala parata, che chiunque avrebbe potuto ricattarlo, che chiunque avrebbe potuto fargli dire ciò che voleva: l’affannoso tentativo dell’ingegnere di farsi restituire il miliardo che aveva dato all’avvocato Piras, riguardo al quale a un certo punto aveva puntato il dito dei suoi sospetti su Lombardini, poteva non essere dovuto al convincimento che veramente, riguardo a quei soldi, fosse stato truffato, bensì all’esigenza di racimolare quella somma per restituirla ai legittimi proprietari. Non riuscì a farsi restituire i soldi da Lombardini e Piras, che non avevano rubato proprio un bel niente, e allora qualcuno gli suggerì che comunque, se avesse accusato Lombardini, il suo debito sarebbe stato abbuonato, il suo problema sarebbe stato risolto.
Così potrebbe aver fatto Tito Melis, secondo noi soverchiato non dall’ingordigia, ma da un reale stato di sofferenza economica, dato che, come emerge dalle dettagliate informative della Guardia di Finanza, egli non era così ricco da sopportare esborsi di miliardi di vecchie lire come si trattasse di noccioline; ma quel qualcuno, ormai ne siamo convinti, non fu né Carlo Piana né Mauro Mura, casomai anche loro con la spada di Damocle che emergesse che avevano “autorizzato” Tito Melis a pagare il riscatto, elevata sul loro capo al diverso scopo di non rivelare alcunché circa il riscatto di Stato (il dottor Piana non è un uomo molto incline ai segreti, con ciò non vogliamo dire che tenda a violarli ma solo che è una persona molto più trasparente rispetto alla media dei magistrati).
Quel qualcuno è un personaggio che sia nella vicenda della colletta massonica a favore di Tito Melis, sia in quella del riscatto di Stato e della farsa della tenda a Locoe (in combutta con ben più alti personaggi romani e, forse, anche palermitani) ci è dentro fino al collo: ne sappiamo qualcosa di più di quel che diciamo in questa sede, ma non è nostra abitudine, a differenza di certi giornalisti, mettere nei guai le persone a tradimento, visto che quel qualcuno ha dimostrato di essere capace di tutto. Forse, se quel qualcuno fosse finalmente allontanato da Cagliari, la verità, finalmente, verrebbe a galla.
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