Finalmente si avvia sui binari giusti la riforma di civiltà della diffamazione: la Camera ha approvato quasi all’unanimità la bozza di riforma che prevede la punibilità del reato solo con pena pecuniaria, prevede l’esclusione della punibilità in caso di rettifica e pone un tetto di 30 mila euro massimo alla pratica di “risarcimento selvaggio”.
Certo non è quello che auspicavano in molti, l’abrogazione dell’odioso reato di derivazione fascista, né l’illecito viene ricondotto ai termini di vera civiltà conosciuti negli Stati Uniti, per cui è chi querela a dover provare la falsità delle affermazioni del querelato, e non, come avviene oggi in Italia (e non sempre, poiché spesso la prova liberatoria non è ammessa), il querelante a dover provare la verità delle proprie affermazioni.
Ma un aspetto molto importante, trascurato nelle cronache, è quello inerente alle conseguenze delle querele infondate, giacché il querelante, in questi casi, sarà chiamato aggiuntivamente, oltre all’eventuale rifusione delle spese legali, al pagamento di una somma che può essere anche molto pesante, fino a 10 mila euro, alla Cassa delle ammende.
Ci auguriamo che questa disposizione costituisca un salutare deterrente alla querelomania di molti personaggi pubblici, che ha semplicemente ingolfato i Tribunali d’Italia, e sovente anche i nostri, di cause infondate; i personaggi pubblici dovrebbero una volta per tutte rassegnarsi ad essere oggetto del diritto di critica, costituzionalmente tutelato, e farla finita quanto ad adoperare la querela per diffamazione come strumento di intimidazione e di estorsione legale, e soprattutto i magistrati dovrebbero rendersi conto di come l’uso di questo sistema, anziché rendere pubblicamente e democraticamente conto del loro operato, sia espressione di una mentalità protervamente fascista.
Che dire: ora per effetto delle norme transitorie della legge, prossima ad essere definitivamente approvata, finirà lo sconcio di Lino Jannuzzi costretto agli arresti domiciliari, sia pur “a maglie larghe”, e sarà un po’ alleggerita la situazione di Antonangelo Liori, che parecchie volte avrà pure esagerato, ma che per certi querelanti non poteva dire neanche BAH che veniva condannato (grazie alla continua amnesia del Tribunale di Cagliari, in questo poco “rosso” e molto di destra, sull’esistenza di un articolo 21 della Costituzione) a mesi e anni di reclusione; a tutto questo, finalmente, è stato posto un freno.
Una notazione è d’obbligo per quanto concerne la diffamazione a mezzo internet, in ordine alla posizione di molti cittadini italiani, compresi noi, che gestiscono siti ubicati negli Stati Uniti, e anche, eventualmente, per chi pubblichi commenti su questo blog, ubicato nello Stato di Arizona: nonostante certi svarioni giustizialisti della Cassazione, la legge italiana in questi casi non si applica, sia perché il reato tecnicamente sarebbe commesso negli USA (il luogo di “prima diffusione” dei contenuti è la grande nazione americana in virtù dell’ubicazione in essa del server che fa si che chi si trova nel territorio statunitense, sia pure spesso per pochi secondi, per primo può percepire i contenuti stessi), sia in quanto il Trattato di amicizia, commercio e navigazione tra Italia e Stati Uniti prevede che i cittadini italiani possano svolgere attività di pubblicazione negli USA, anche verso l’estero e con qualsiasi mezzo, con le stesse garanzie dei cittadini americani, quindi fruendo del “Primo Emendamento” e del regime probatorio particolarmente garantista da questo previsto in tema di diffamazione, che peraltro, in molti Stati dell’Unione, non è neppure reato ma solo illecito civile. Per cui, se qualcuno vi querela davanti a un giudice italiano, voi denunciatelo al Federal Bureau of Investigation: potrebbe essere configurabile il reato federale statunitense di attentato ai diritti civili (Conspiracy Against Rights), che è prevenuto e represso con particolare rigore dallo F.B.I..
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