07 12 2002 - ONORE A CAPONNETTO, UOMO ONESTO

Almeno per un giorno, è per noi doveroso evitare di parlare in questa pagina delle consuete sozzerie di casa nostra di cui ci occupiamo abitualmente, essendo inderogabile onorare, nel nostro piccolo, la memoria di un uomo timido, apparentemente fragile, che ha dato tantissimo alla giustizia e alla Nazione tutta.
Ci riferiamo al giudice Antonino Caponnetto, ideatore del Pool Antimafia di Palermo degli anni ’80, che portò al primo Maxiprocesso contro Cosa Nostra, il quale, da tempo in pensione, è deceduto ieri nella sua Firenze all’età di 82 anni.
Se dovessimo dare in poche parole una definizione del giudice Caponnetto, ci basterebbero tre parole: un uomo onesto. Ossia una di quelle persone con un radicato e inattaccabile senso dell’onestà e della legalità, non portato al protagonismo ma, davanti a certe porcherie, capace di indignarsi e di impegnarsi senza dispendio di energie per ripristinare quella legalità posta a repentaglio, nel caso di specie dal fenomeno mafioso.

In quel 1983, dopo l’assassinio del procuratore capo di Palermo Gaetano Costa, avevano appena trucidato il consigliere istruttore Rocco Chinnici, sotto la cui guida un certo Giovanni Falcone, che prima si occupava di fallimenti, cominciava a diventare il grande giudice che era. Caponnetto, che svolgeva le tranquille funzioni di sostituto della procura generale di Firenze, accettò la sfida, si candidò e fu nominato dal Consiglio Superiore della Magistratura al posto di Chinnici, ed ebbe la geniale intuizione di creare quel Pool antimafia, sapendo scoprire e valorizzare le immense capacità, di lavoro e di intuizione del fenomeno mafioso, di Giovanni Falcone, il più grande magistrato italiano di tutti i tempi.
Il noto risultato fu il Maxiprocesso, di cui fu giudice a latere l’attuale procuratore capo di Palermo Piero Grasso, che, se non sgominò definitivamente Cosa Nostra, mise intere generazioni di boss e gregari assassini dinanzi alle proprie responsabilità … e pensare che per quella fatica lo Stato aveva chiesto a Falcone, Borsellino e altri giudici del Pool, trasferiti per motivi di sicurezza all’Asinara a redigere l’ordinanza di rinvio a giudizio, il conto economico di quel soggiorno! (davvero squallido!).
Poi la storia la sappiamo. Caponnetto se ne tornò nella sua Firenze, sicuro che la sua eredità, come era ovvio, sarebbe stata raccolta da Giovanni Falcone, ma così non fu, perché il Consiglio Superiore della Magistratura, incredibilmente col voto decisivo di Elena Paciotti e tanti altri rappresentanti di Magistratura Democratica (ma non di Giancarlo Caselli, che votò per Falcone: per una volta, onore al merito!), scelse banali criteri di anzianità e nominò consigliere istruttore l’anziano e pantofolaio giudice Antonino Meli, le cui attitudini riuscì con incredibili acrobazie dialettiche quali solo il C.S.M. sa fare, a equiparare a quelle di Falcone, il quale giustamente pensò, da allora, che il C.S.M. era una struttura da cui i magistrati si devono guardare.
Il resto è storia recente: il barbaro attentato a Giovanni Falcone, che spinse Antonino Caponnetto a tornare all’impegno civile, che lo vide per qualche tempo nelle file della Rete di Leoluca Orlando, dalla quale però, nominato Presidente del Consiglio Comunale di Palermo, si distaccò non appena comprese quanti integralismi e fanatismi (che Falcone, attaccato in vita proprio da Orlando, aborriva) animassero l’azione politica del professore palermitano; la continuazione dell’impegno civile non in partiti politici, ma in fondazioni ed associazioni varie; da ultimo, dicono, l’adesione ai “girotondi”, movimenti che noi aborriamo, ma ai quali siamo sicuri, data la grande confusione che regna in tema di giustizia, che un uomo come Caponnetto non possa che essersi avvicinato in buona fede.
Ora Caponnetto, un tipico magistrato d’altri tempi, uno che non sgomitava per stare sui giornali ma che teneva fede a certi valori e impegnava tutte le sue energie per difenderli, ci ha lasciato. Era un uomo che non amava il protagonismo, ma ci auguriamo che la sua memoria, come quelle dei grandissimi Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e perché no, Luigi Lombardini, sia tramandata perennemente alle nuove generazioni.