Oltre tredici anni fa, entrò in vigore una legge, a suo tempo osteggiata dai comunisti, che istituiva la “Direzione Distrettuale Antimafia”, e per la sua prima composizione l’allora procuratore capo di Cagliari, Franco Melis, procedette burocraticamente mettendoci dentro i più anziani per servizio, ossia Mauro Mura e Mario Marchetti (ai quali si aggiunse, più tardi, Valerio Cicalò).
Niente da dire su Marchetti, pur con molti dubbi sui “pentiti” e sulla loro gestione, il suo onesto lavoro nel settore della lotta alla droga lo ha fatto, con risultati lusinghieri, ma quanto al dottor Mura, ci sarebbe da stendere un velo pietoso, ma non lo stendiamo, perché è giusto che il popolo sappia da chi viene amministrata in suo nome la giustizia.
Mura e i sequestri di persona non sono mai andati d’accordo, ci ha litigato, non ci ha mai in realtà capito granché, ha commesso infiniti errori nelle piste investigative da preferire e negli inquirenti da scegliere (spesso col solo criterio che non avessero lavorato con Luigi Lombardini), ha conseguito risultati a volte del tutto nulli, altre volte contraddittori, spesso letteralmente sconcertanti e contro l’evidenza.
Il buongiorno si vide dal mattino, e il buongiorno dal punto di vista dei sequestri, per Mauro Mura, fu il caso Murgia, inizialmente in carico a Paolo De Angelis, laddove il PM incappò in piste poco convincenti e ignorò del tutto i molti elementi che Gianni Murgia aveva da fornire, tanto da indurre il Tribunale a pronunciare sentenza di assoluzione e Murgia a fare il diavolo a quattro perché Mura fosse sostituito da Marchetti, che ottenne ben migliori risultati.
Nel sequestro di Giuseppe Vinci, Mura andò incontro, dietro alla sua mirabolante teoria delle “bande modulari”, alla figura barbina di far trascinare dai soliti GIP servizievoli avanti al Tribunale di Oristano quasi solo emissari, forse addirittura (la confidenza è del SISDE) autorizzati dall’autorità, che furono regolarmente assolti da un pur severo collegio giudicante presieduto dall’esponente di MD Luigi Mastrolilli, mentre nel sequestro Checchi la condanna delle stesse persone è stata resa possibile solo dall’applicazione a presidente del collegio del Tribunale di Nuoro di un magistrato ipergiustizialista come Grazia Corradini.
La ferita aperta del caso Licheri è una vicenda a parte, a suo tempo vi furono al riguardo recriminazioni nei confronti del solo Mario Marchetti, che in realtà aveva ben poche colpe, ma anche in quel caso, senza scoprire l’ulteriore intelaiatura della pretesa banda, si sono emesse, grazie a due diverse e servizievoli Corti di Assise, due pronunce di condanna nei confronti di un confidente dei Carabinieri attestato come tale da un colonnello dell’Arma (Giovanni Gaddone), e di un allevatore mamoiadino, Pietro Paolo Melis, che probabilmente non c’entrava proprio nulla, entrambi ritenuti innocenti, per dettagli riservati della vicenda che egli ben conosceva, da Luigi Lombardini.
Il sequestro Melis è una vicenda ancora aperta, coi rimpalli tra Lanusei, Cagliari, la Cassazione e Sassari dell’unico filone aperto dalla Procura di Cagliari, quello a carico di Grazia Marine e altri orgolesi per la pretesa custodia a Nuoro, per circa due mesi, di Silvia Melis, e tuttavia le lacune e le contraddizione della tesi accusatoria sono state manifeste a tutti, mentre vi è stato il vuoto totale quanto a fare luce sugli altri aspetti del sequestro, in particolare al tempo dal prelievo al luglio 1997, laddove molte tracce portavano ad Arzana e a Tertenia, e alle fasi finali, con le evidente che hanno ormai interamente smentito la bella favoletta per cui Silvia si sarebbe liberata da sola.
In buona sostanza, nel campo dei sequestri di persona, l’opera di Mauro Mura è stata un totale fallimento, e le ragioni di ciò sono evidenti a tutti: scarsa competenza di base, pessima scelta degli inquirenti (in base al grado di piaggeria e di lontananza da Lombardini), tendenza giustizialista a trovare dei colpevoli purchessia, scarsa attitudine alla trasparenza, come si è visto, oltre che nel caso Melis, soprattutto nel caso Farouk, dove siamo tuttora ansiosi di ottenere una replica ufficiale del dottor Mura alle ben note accuse formulate da Graziano Mesina di aver fatto pagare il riscatto coi soldi dello Stato.
In una qualsiasi azienda, ove vigano criteri di efficienza e di valutazione dei risultati nella scelta e nel mantenimento al loro posto dei dirigenti, il dottor Mura sarebbe stato da tempo mandato a fare altro, magari a tornare a fare il giudice fallimentare, settore nel quale pure, peraltro si possono combin are molti guai, ma a Cagliari si è trovata una soluzione “alla cagliaritana”, ossia far nominare il dottor Mura procuratore aggiunto, un’apparente promozione, e al contempo non dargli niente da fare, un’effettiva rimozione, tanto che questa circostanza è stata recentemente rilevata anche dal Consiglio Superiore della Magistratura.
E chi ha memoria ricorda che, forse per impulso dell’allora ministro della giustizia Oliviero Diliberto (ostile alla procura cagliaritana), Magistratura Democratica, a livello nazionale (su iniziativa del consigliere Claudio Viazzi) aveva “scaricato” Mura a favore di Maria Rosaria Marinelli, anche lei di MD ma forse ritenuta più valida, e, a quanto pare, solamente decise pressioni arrivate dal procuratore capo Carlo Piana, e riverberatasi sulla sua corrente, Unicost, indussero alla fine il CSM ad accordare l’incarico a Mura; una fonte del palazzaccio ebbe allora a suggerire che Piana voleva che Mura fosse “promosso” a tutti i costi perché, lì dove stava, creava problemi.
Sarà falso? Sarà vero? Ciò che è vero è che nessuno ha ancora vagliato con la dovuta attenzione l’operato di questo magistrato quando fu il ras indiscusso dei processi sui sequestri di persona, comprese certe voci poco piacevoli che sono girate a proposito degli sviluppi del sequestro Melis e del susseguente procedimento a Palermo contro Lombardini (stranamente recepite anche dai PM di Palermo in un capitolato testimoniale), e che sarebbe ora di farlo.
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