29 09 2002 - NON LADRI DI UOMINI, MA TERRORISTI?

Nella nostra “ultimora” del 4 settembre ultimo scorso, avevamo già paventato il rischio che il profondo malessere che cova nelle zone più periferiche e più dimenticate dallo Stato della Sardegna, in special modo la Barbagia e l’Ogliastra, eterne terre di sequestri di persona, provocasse, dopo un sonno che per fortuna sembra perdurare, un rimettersi in azione dei “ladri di uomini”, con rischi ben immaginabili in una fase storica in cui non si potrà più contare sull’esperienza di Luigi Lombardini, la cui memoria si è voluta vilipendere, pare, al punto da squallidamente lasciare su un muro del suo ex ufficio un pezzo di cranio volato via con la pistolettata che Lombardini si era sparato in bocca, passandoci semplicemente sopra un po’ di vernice o d’intonaco. Veramente squallido, dottor Piana … non trova?
Le ultime notizie per fortuna non deformate finora da sparate degli inquirenti – e in questo il dottor Piana lo dobbiamo lodare per il suo riserbo – parrebbero invece dirci che sia in atto in Sardegna, dopo gli anni delle Brigate Rosse e di organizzazioni terroristiche autoctone che sono rimaste in gran parte oggetti misteriosi, come Barbagia Rossa, per cui simpatizzava il bandito Annino Mele, e come il Movimento Armato Sardo, legato a doppio filo a un altro bandito, il famoso e sinistro Carmelino Coccone oggetto di troppi trattamenti giudiziari di favore, organizzazione quest’ultima che fu oggetto di un processo nel corso del quale ancora Piana, presidente della Corte d’Assise, si scontrò duramente col PM Walter Basilone, secondo alcuni molto legato a certi settori dei Servizi Segreti, per salvaguardare le garanzie degli imputati (e fu intervento sacrosanto), una ripresa del terrorismo di tendenza “rivoluzionaria”, estremista di sinistra, antiglobal, antimperialista, e via sul filone della demagogia della sinistra radicale che siede anche in Parlamento; un terrorismo che in Sardegna, a livello di “lotta armata” vera e propria, per fortuna non ha mai attecchito (la sparatoria del 1979 nella piazza Matteotti di Cagliari, a cui prese parte Antonio Savasta, fu un episodio isolato), ma si sta facendo vedere anche troppo con attentati che colpiscono a 360 gradi, dagli amministratori locali (vedansi le pesanti intimidazioni al sindaco di Nuoro) all’attentato di poche ore fa al ripetitore Rai di Capoterra, rivendicato via Sms con un gergo che sembra tratto pari pari dalle accuse della sinistra a Berlusconi sull’assetto radiotelevisivo.

Il fenomeno è certamente preoccupante, non tanto per le capacità “militari” dei soggetti, che non sappiamo se siano menti visionarie del comunismo rivoluzionario o semplici pazzi furiosi, che stanno dietro gli attentati e le relative rivendicazioni, la cui autenticità è ovviamente tutta da acclarare, anche se vi sarebbe da capire se non vi sia un legame tra il recente imperversare delle rapine nelle banche e negli uffici postali e l'”autofinanziamento” di qualche gruppo terroristico, quanto per l’esistenza di un vasto humus di possibili, se non amici, “non nemici” dei terroristi, formato da quelle larghe fasce di popolazione delle montagne, ma sempre più spesso delle campagne e delle città, forse perfino di Cagliari, soprattutto giovani, che non vedono la fine di un eterno tunnel di disoccupazione, noia, sottosviluppo e mancanza di prospettive.
Ogni epoca ha evidentemente il suo modo per dare sfogo al disagio giovanile e proletario che sempre sarà endemico nelle nostre società capitalistiche: negli anni Ottanta e Novanta la tragica, squallida risposta era la droga, ma se ciò poteva funzionare a Cagliari e nelle altre realtà urbane, nella Barbagia e nell’Ogliastra, alquanto impermeabili a queste deleterie “mode” (i nuoresi deridevano i cagliaritani, chiamandoli “Casteddaiu conk’e droga”), la risposta giovanile al disagio era la solita tradizionale: l’ubriacarsi nei bar, la “balentia” senza particolari motivazioni politiche (vedasi il continuo rumor di cocci dei lampioni a Orgosolo) e, quando capitava, i sequestri di persona, coi quali, senza biascicare triti e ritriti discorsi marxisti, molti sentivano di consumare la rivalsa del povero sul ricco.
Ora, finiti i sequestri di persona, e sempre più avviatasi la vita in Barbagia verso una noiosa normalità borghese (i padri lavorano nei pascoli, le mamme preparano da mangiare, i bambini vanno a scuola etc. … facendo finta che la disoccupazione, il sottosviluppo, la lontananza dello Stato non ci siano … da questo punto di vista anche il perbenismo comunista e diessino ha fatto molti danni), il terrorismo può pericolosamente attecchire nelle menti più deboli o più esaltate, come attecchì nelle menti di “banditi” intelligenti come Annino Mele, come persecuzione di un modello di vita “eroico” che la nostra società, che cercando di offrire sempre più benessere e opportunità a tutti ha purtroppo perso di vista quasi ogni valore, non è capace di dare loro, peraltro non dando loro neppure un lavoro.
Siamo ancora in una situazione positiva, perché non risulta, aspettando che il Sisde ci venga a dire qualcosa di diverso (speriamo di no), che i terroristi abbiano conquistato significative aree di consenso o di indifferenza (il noto “Nè con lo Stato né con le BR” di Sciascia) nella società barbaricina o altrove.
Tuttavia una cosa va affermata con forza, ed è che col terrorismo, come con la criminalità organizzata, non funzionerà mai un modello repressivo di tipo giudiziario, affidato a una magistratura che ancora opera secondo un modello ottocentesco al quale è stato malamente adattato il Codice di Procedura penale alla Perry Mason, che ci mette una vita a scoprire gli autori dei reati (guardate cosa hanno combinato le Procure di Roma e di Bologna sugli omicidi D’Antona e Biagi per capire) e poi un’altra eternità per giudicarli con un processo che assomiglia piuttosto alla Santa Messa che a un efficiente strumento di accertamento della verità, anche perché spesso non serve arrestare un “capo” che viene agevolmente rimpiazzato da qualcun altro.
Il solo strumento efficace è che lo Stato si attivi seriamente per offrire soprattutto ai giovani quelle opportunità la cui mancanza può incentivarne la simpatia o la non adeguata antipatia per il terrorismo: in parole povere soprattutto operare per creare posti di lavoro, a cui accedere con criteri equi e senza la solita politica delle raccomandazioni.
Tra parentesi, abbiamo letto che delle ultime imprese dei terroristi dovrebbe occuparsi, sul piano delle indagini, il Pm Mario Marchetti, che consideriamo un validissimo investigatore, anche se un pessimo gestore di rapporti umani, rinnegando talune amicizie e proteggendo troppo certe altre amicizie. Marchetti fu sicuramente un esperto di antiterrorismo, ma nei lontani anni ’70, relativamente alle vecchie Brigate Rosse e dintorni, e quando faceva il poliziotto (secondo qualcuno, faceva a nche l’agente del Sid e poi del Sisde), quindi avrà bisogno di darsi una bella aggiornata sul nuovo terrorismo.
Potrebbe essere utile l’approfondimento degli spunti investigativi, che non sappiamo se la Procura di Roma troppo impegnata a insabbiare abbia approfondito, circa l’esistenza di chiari legami tra la Camorra e i brigatisti che assassinarono Massimo D’Antona, allora consulente del Ministro del Lavoro napoletano Antonio Bassolino, comunque di legami tra la criminalità organizzata e i terroristi, ambedue per fini diversi interessati a disarticolare lo Stato democratico, e poi la rilettura della famosissima intervista dell’agente del Sisde, anonimo e sedicente componente la “Rete” di Lombardini, alla “Nuova Sardegna”, laddove lo 007 spiegava con chiarezza che la morte di Lombardini – uomo legatissimo ad ambienti americani, e forse anche ad ambienti di Gladio e della loggia P2 (che non è un’associazione sovversiva, come sentenziato dalla Cassazione), sebbene sicuramente non massone -avrebbe fatto saltare certi equilibri all’interno della criminalità sarda.
Bisogna ricordarsi, infatti, che sempre vi furono collegamenti più o meno estesi tra gli uomini della cosiddetta Anonima Sequestri e l’area del terrorismo, dal vano tentativo di Gian Giacomo Feltrinelli di trasformare Graziano Mesina in un guerrigliero rivoluzionario, ai rapporti organici di Annino Mele con Barbagia Rossa (a cui era vicina anche Marinella Cotza, l’ultima donna di Lombardini), di Carmelino Coccone col Movimento Armato Sardo, di Matteo Boe coi separatisti corsi, gruppo terrorista che gareggia con l’ETA; perché l’alleanza tra terroristi e banditi è nella natura delle cose, per il discorso della contrapposizione allo Stato e della necessità di un controllo del territorio che accomuna ambedue le entità criminali, e credere che la morte di Lombardini abbia fatto cessare il banditismo è sciocco e dannoso. Semplicemente, la morte di Lombardini potrebbe aver rotto quelle condizioni di soddisfacente (per quanto ogni tanto con qualche sequestro, ma ben poca cosa rispetto ai tempi dell’Anonima Gallurese) tregua tra quella parte dello Stato che maggiormente si richiamava all’ordine atlantico e l’endemico, fin dagli antichi Romani, banditismo delle montagne, il che significa che il livore antisociale dei banditi potrebbe tornare a indirizzarsi, speriamo di no, verso la scelta terroristica.
Dottor Marchetti, tutti sappiamo che da ultimo lei odiava Luigi Lombardini dopo esserne stato amico, ma sappiamo che anche lei è sempre stato piuttosto vicino a quel giro “atlantico” che era visto come fumo negli occhi dai comunisti, ragion per cui lei ha tentato negli ultimi anni di dissimulare la cosa, specie agli occhi degli ex militanti del PCI che la ricordano commissario un po’ troppo energico al tempo degli Anni di Piombo, stringendo rapporti con esponenti del Centrosinistra e, soprattutto, coi suoi colleghi “progressisti”; tutto ciò considerato, però, il terrorismo è una cosa seria …