La vicenda Zagardo, fortunatamente risolta dal CSM per il meglio, di cui vi abbiamo parlato nel post precedente, è solo la spia, la punta dell’iceberg, di una situazione di gravità inaudita quanto alla gestione delle cose giudiziarie a Cagliari, di vera e propria sospensione dei diritti sanciti dalla Costituzione a favore dei magistrati che si riverbera, fatalmente, sui cittadini che da essi devono essere giudicati, e che è dovere di chi deve mantenere l’ordine nella Repubblica rimuovere con ogni mezzo, anche straordinario.
A un Consiglio Giudiziario manifestamente fazioso, che va “a simpatie” per dirla col consigliere del CSM Francesco Lo Voi, è stato consentito, al di fuori di ogni controllo di tipo democratico, di umiliare il profilo professionale del dottor Zagardo addebitandogli persino qualche litigio col personale di cancelleria, oppure qualche udienza che ha avuto termine in ora non sufficientemente tarda, comunque contestando a un magistrato che da anni e anni, di fatto, presiedeva i collegi della Corte di Appello vari profili di “inidoneità” basati su quisquilie, perfino sulle lamentele di qualche avvocato di cui lorsignori, solitamente inclini all’inciucio coi PM, in genere, se ne infischiano.
Ma allora c’è da chiedere al dottor Pietro Antioco Corda, l’ormai ex presidente della Corte di Appello che nessuno rimpiangerà anche per certe esternazioni su Lombardini che poteva risparmiarsi (provasse lui a subire la gragnuola di denunce infondate da cui Lombardini era stato bersagliato e poi a pensare ancora che non ci sia stato alcun complotto), come mai, se il dottor Zagardo, che ha presieduto centinaia e centinaia di udienze penali della Corte di Appello, era così “inidoneo”, non abbia posto rimedio prima, coi suoi poteri, impedendogli di far danno presiedendo i collegi penali e trasferendolo alle sezioni civili, salvo poi recarsi avanti al CSM e confermare paro paro il “temino” scritto dal Consiglio Giudiziario; dov’era il presidente Corda mentre Zagardo si mostrava così “inidoneo”, dormiva?
Dormiva, forse, del resto anche in altre occasioni in cui il Consiglio Giudiziario ha emesso pareri (ovviamente all’unanimità come si usava sotto Baffone …) destituiti di ogni filo logico razionale quanto alle loro motivazioni, guarda caso sempre intesi ad ostacolare la carriera di magistrati accomunati dall’essere stati molto vicini a Luigi Lombardini; e siamo quindi alla situazione per cui oggi, a Cagliari, se un giudice aspira alla promozione di grado – non sempre scontata, contrariamente a quanto si pensa – o a trasferirsi dalle funzioni requirenti alle giudicanti o viceversa, o a un incarico direttivo, deve chiedere il permesso a Magistratura Democratica, che controlla da padrona assoluta il Consiglio Giudiziario. Ma se dovesse chiederlo a MD nazionale la cosa non spaventerebbe essendo la corrente dei giudici di sinistra, a livello romano, animata anche da persone ragionevoli: deve chiederlo a MD locale, ormai tutta fatta di gente che, in parte reduce dalla frustrazione dell’epoca in cui non contava nulla regnando Villa Santa e Lombardini, vive in un costante delirio di onnipotenza da quando ha conquistato la maggioranza nel “palazzaccio”, di un miscuglio letale di comunisti abbastanza trinariciuti e di massoni neanche troppo occulti che si sono “convertiti” per carrierismo.
Oggi a Cagliari un giudice, se vuole andare avanti, deve appartenere a MD e alleati (tra cui il procuratore Carlo Piana, notoriamente diessino ma della corrente di Emanuele Sanna) o comunque compiacere costoro, come ha fatto purtroppo più di un aderente a Magistratura Indipendente (anche di quelli che un tempo “leccavano” Lombardini al punto da battergli al computer gli scritti), e il problema si estende, purtroppo, anche all’esercizio dell’attività giurisdizionale: il dottor Zagardo presiedette il collegio che assolse alcuni pretesi sequestratori di Silvia Melis, rendendosi sicuramente poco gradito alla Procura distrettuale e a MD che la sostiene a spada tratta, per cui non c’è da meravigliarsi che si sia tentato di farlo apparire “inidoneo”, e il dottor Claudio Lo Curto, presidente del Tribunale di Lanusei, che pur da giudice rigoroso e da aderente al Movimento per la Giustizia mantiene una certa autonomia di giudizio tanto da aver assolto Nichi Grauso in relazione al crack di Arbatax 2000 e aver adottato altre coraggiose decisioni, non ha invece ottenuto lo sperato trasferimento al Tribunale di Livorno.
La situazione rischia di diventare chiaramente gravissima quando il condizionamento si estende al punto tale da pesare sull’esercizio dell’azione penale, laddove l’opinione pubblica ha buon diritto di pensare, stante la situazione esistente, che l’incriminazione di persone che stiano antipatiche al ventre molle maggioritario del Palazzaccio, imperniato su Magistratura Democratica e, quindi, su ideologie di sinistra (ma spesso anche su mere e becere convenienze) fruttino al PM che se ne rende protagonista, oltre che una notevole eco di stampa, anche significativi “credits” in vista di futuri avanzamenti di carriera o sistemazioni più gradite.
Vi è quindi un problema bestiale, che non è tanto quello della separazione delle carriere, che pure prima o poi dovrà essere seriamente affrontato, bensì quello dell’ipoteca accordata alle “correnti” della magistratura, “correnti” politicizzate e spesso, come Magistratura Democratica, ai limiti del vero e proprio partito politico. Si capisce che anche il cittadino, chiamato ad essere giudicato o ad avere giustizia da questi giudici, da questi PM di Cagliari, non possa riporre la benché minima fiducia nelle proprie sorti processuali se il legittimo interesse che persegua sia in contrasto, politico e di lobby, con quel che vogliono le camarille che dominano nel Palazzo di Giustizia: recentemente, anche quanto successo nel processo cosiddetto della “Guilcer’s Gang” a Oristano, laddove tra le persone offese o danneggiate non costituite figuravano dei magistrati di Cagliari, dovrebbe essere illuminante.
Il legislatore postbellico e il costituente, se furono lungimiranti nel garantire alla magistratura un’indipendenza ed imparzialità che si voleva far valere soprattutto nei confronti del potere politico, per evitare il ripetersi del fenomeno dei giudici di regime conosciuto sotto il fascismo, non furono altrettanto lungimiranti nel prevedere, per gli uffici giudiziari e per gli organi di autogoverno della magistratura, un elementare meccanismo che si rende necessario quando il loro operato vada oltre ogni legalità e la situazione sia tanto grave da non poter essere superata con l’allontanamento di singoli capi ufficio o magistrati: lo scioglimento d’imperio e il commissariamento, pur previsti anche per i Consigli regionali quando commettano gravi violazioni di legge.
Oggi, la possibilità accordata a una singola corrente della magistratura associata, coi soliti alleati servili e grazie anche a significative entrature nelle correnti apparentemente avverse, di conquistare il totale controllo dei Consigli Giudiziari e, quindi, stendere la cappa del condizionamento sull’intero operato di tutti gli uffici giudiziari di Cagliari ridetermina esattamente quella situazione che i precetti costituzionali volevano prevenire ed evitare: la magistratura cagliaritana non è indipendente né imparziale, perché se per un’abbondante metà è direttamente schierata e militante in un’aggregazione che ha tutte le caratteristiche del partito politico, per il resto si trova in condizioni di costante soggezione e soggiogamento.
Gli strumenti a disposizione del ministro Castelli, che quando vuole ha dimostrato di saper perseguire con caparbietà la legalità negli uffici giudiziari, sono spuntati, perché gli ispettori a Cagliari, per raccogliere tutte le informazioni rilevanti, dovrebbero restarci almeno un anno, verrebbero fatalmente depistati dai peana allo status quo che verrebbero intonati da chi difende questo stato di cose, dai collusi e dai pavidi, avrebbero da affrontare un lavoro immane. Però, come si suol dire: chi ben comincia è a metà dell’opera, le gravissime vicende inerenti al consigliere Zagardo, ed altre meno note, sono abbastanza per promuovere un’ispezione. Ora che si è finalmente liberato delle “entrature” della magistratura cagliaritana nel suo ministero, lei dovrebbe essere libero di agire, e allora che aspetta, ministro?
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