25 11 2003 - MAGISTRATURA: UN PASSO INDIETRO

Fino a ieri era solo un argomento da polemica politico-giudiziaria o per arringhe di avvocati scoraggiati e sfiduciati che, quando veniva tirato fuori, provocava le puntuali reazioni della magistratura associata che gridava all’attentato alla sua indipendenza e alla sua imparzialità, ma ora, con la sentenza delle Sezioni Unite che ha gettato nel cestino l’aborto giudiziario partorito dalla Corte di Assise di Appello di Perugia nel condannare Giulio Andreotti quale preteso mandante dell’assassinio di Mino Pecorelli, è la Suprema Corte di Cassazione, il nostro massimo organo giudiziario e nel suo massimo consesso, a riconoscere che nel nostro ordine giudiziario ci sono giudici che condannano la gente non sulla base di prove, bensì sulla base di teoremi, e a meritoriamente sanzionare questo inqualificabile modo di agire che, forse, meriterebbe anche l’attenzione del Consiglio Superiore della Magistratura e del Ministro della Giustizia.
Lo stesso può dirsi per quanto riguarda il caso SME, per cui perfino un tribunale giustizialista e prevenuto come quello di Milano non ha potuto fare a meno di assolvere tutti gli imputati, compreso il bieco Previti, giacché l’accusa non si reggeva che su teoremi, ma vi è da dire che non occorreva attendere sette anni – e ne trascorreranno di più con gli inevitabili appelli e ricorsi di Suo Accanimento la dottoressa Ilda Boccassini – per affermare che in quel processo non c’era niente, che già il GIP doveva fare le sue verifiche, se no questi accidenti di GIP che diavolo ci stanno a fare? Se devono sempre e solo convalidare ogni sproposito sostenuto dai PM, ma non sarebbe meglio e meno ipocrita, in attesa della separazione delle carriere, che fosse direttamente il PM a rinviare a giudizio?

E poco ci importa di Cesare Previti, che comunque ha le spalle abbastanza larghe da reggere per anni a processi del genere, ci indigna casomai la sorte di due magistrati, diversissimi per formazione e storie personali, come Filippo Verde e Francesco Misiani, il primo etichettato come il corrotto supremo, assieme a Renato Squillante, degli uffici giudiziari romani e oggi assolto da tutto, il secondo, magistrato coerentemente di sinistra e di onestà adamantina e indubitabile, messo in mezzo in modo allucinante per degli innocui colloqui con Squillante diventati il fondamento inconsistente di una ridicola accusa di favoreggiamento (infatti il Tribunale non ha dato retta alla Boccassini) e per sovrappiù trasferito d’ufficio dal Consiglio Superiore della Magistratura a Napoli, col voto determinante di molti suoi compagni di Magistratura cosiddetta Democratica.
E’ una vergogna, solamente una vergogna, e ci sarà da stabilire quanto danno ha cagionato quella parte dello Stato che i PM Colombo e Boccassini hanno poco degnamente, per non dire altro, rappresentato, a questi due magistrati in termini di lesione della propria immagine, della propria carriera, di danno materiale, morale e biologico.
Ci auguriamo che il nuovo corso inaugurato dalla Cassazione e, nel suo piccolo, da un Tribunale di Milano che per quanto prevenuto e giustizialista non poteva agire contro la decenza e contro l’evidenza, sia solo il primo passo per risolvere per vie interne all’ordinamento giudiziario, il che sarà decisamente meglio che per via politica, le innumerevoli disfunzioni che portano la magistratura di oggi, o almeno sue vaste schiere, ad essere entità inaffidabili e ostili nei confronti del comune cittadino, non solo del delinquente incallito, e talora ad agire addirittura come scheggia impazzita in modo sostanzialmente eversivo dell’ordine costituzionale e di innumerevoli principi stabiliti dalla Carta fondamentale.
Non intendiamo tediare chi pazientemente ci legge, ma pensiamo solo a un altro aspetto: sapete quante intercettazioni telefoniche e ambientali si fanno in questo nostro disgraziato Paese?
Non sappiamo il numero assoluto, sono moltissime, ma renderà l’idea il fatto che gli Stati Uniti, paese con una popolazione che è cinque volte quella italiana e coi suoi bravi problemi di criminalità, effettuano in numero assoluto dieci volte meno le intercettazioni che si fanno in Italia, e quindi in percentuale appena il 2 per cento! E notoriamente gli USA non sono certo un paese lassista o ipergarantista in fatto di giustizia, c’è la pena di morte e in genere chi va in galera ci resta, però i diritti fondamentali, e in special modo quello di libera espressione, sono osservati scrupolosamente, per cui ad esempio tanti siti Internet in cui il presidente Bush viene accusato di ogni nefandezza restano tranquillamente aperti, mentre qui se solo fai “bah” ti querelano per diffamazione.
Bene, il problema non è tanto la quantità, quanto il fatto che le intercettazioni alla fine non sono adoperate come strumento per la prosecuzione, con altri mezzi, delle indagini, come imporrebbe il codice di procedura penale e la stessa Costituzione che prevede come strettamente eccezionali le intrusioni nella libera comunicazione, bensì vengono adoperate come prova dei fatti: per la serie che, se uno al telefono dice a un amico che detiene mezzo chilo di cocaina in casa, e la telefonata è registrata dai soliti “impiccioni”, verrà rinviato a giudizio, arrestato e condannato sulla base di questo, senza che neppure uno straccio di poliziotto si presenti a casa sua per fare una perquisizione e appurare se effettivamente quel mezzo chilo di droga ci sia, o lo sventurato chiacchierone telefonico non avesse fatto solo una millanteria.
Queste non sono cose da paese civile, sono cose da dittatura sudamericana, ed è un dovere civile e morale dell’intera classe politica, ma prima ancora dell’ordine giudiziario, che stavolta ha dimostrato di saper trovare dei rimedi al proprio interno, adoperarsi perché questo stato di cose sia modificato senza indugi.
Per anni il Paese è stato contraddistinto da schiere di politici corrotti, colletti bianchi truffaldini ed evasori fiscali, mafiosi e compagnia cantante che facevano il bello e il cattivo tempo usufruendo del comportamento passivo, se non talora connivente, di una magistratura assente, del tipo che se Giovanni Falcone indagava troppo intensamente su Cosa Nostra dava fastidio e un cialtrone di consigliere d’appello suggeriva a Rocco Chinnici, suo capo, di caricarlo di processetti per rapina così non avrebbe avuto tempo.
Oggi, e da diversi anni, siamo all’eccesso opposto, con una magistratura che, inizialmente per la crisi generalizzata del sistema politico, quindi con sempre maggiore arroganza, si è in pratica intromessa manu militari in tutti i settori dello Stato e della società civile, svolgendo una supplenza non richiesta e non democratica e disseminando, oltre a innumerevoli errori giudiziari e alla rovina delle immagini, delle famiglie, delle carriere di tanta brava gente, una terribile situazione di incertezza generalizzata su cosa è lecito e cosa non è lecito fare, clima perfettamente corrispondente a quello delle dittature.
Orbene, perché torniamo a una piena agibilità democratica, a tutti i livelli, del nostro Paese, e perché tutti possano guardare all’ordine giudiziario con fiducia, occorre che la magistratura faccia un deciso passo indietro, finendola di agire come una schiera di Sherlock Holmes scatenati a seguire piste che vedono solo loro e tornando alla regola dell’accertare i fatti per quel che sono, non per quel che si vorrebbe fossero magari grazie a “pentiti” poco affidabili, intercettazioni disinvoltamente interpretate, generosi teoremi, e dello stabilire serenamente le relative responsabilità; alla fine della fiera, sarà la stessa magistratura a guadagnarci, finendo di svolgere funzioni non proprie, potendo occuparsi maggiormente dei problemi ad essa specifici e non di quelli dello Stato, lavorando anche meno, alla faccia della solita schiera di PM protagonisti e di giudici appiattiti sugli stessi, dei quali l’ordinamento giudiziario può tranquillamente fare a meno.