L’innovazione forse più significativa della riforma della giustizia promossa dal governo Berlusconi è quella per cui, se le innovazioni saranno attuate senza intoppi, di qui a poco ogni magistrato vedrà giudicate in modo determinante le fasi cruciali della propria carriera dovendo frequentare una “scuola”, centralizzata e con sedi decentrate al Nord, al Centro e al Sud, che è sottratta grandemente al controllo del Consiglio Superiore della Magistratura, poiché questo vi nomina solo due membri (su sette) del direttivo, e un peso determinante hanno come membri di diritto gli “alti papaveri” della magistratura, il presidente della Cassazione e il procuratore generale presso la stessa; da questa scuola, tutti i magistrati, dagli uditori di prima nomina in su, dovranno ricevere dei giudizi, in base alla propria preparazione soprattutto teorica e ad altri elementi inerenti la propria professionalità, che saranno determinanti per una promozione che, se verrà negata, potrà portare addirittura all’estromissione del magistrato “asino” dalla magistratura e alla sua “retrocessione” ai ranghi della Pubblica Amministrazione.
Un bene, forse, perché in certi ambienti ristretti e provinciali i magistrati tendono ad essere autoreferenziali nella loro sciatteria procedimentale, a infischiarsene in larga misura dei principi fondamentali sacramentati dalla Cassazione, a sfornare sentenze sciatte e spesso ingiuste, indisturbati nel continuare a procedere così dalla talora immeritata deferenza di avvocati a loro volta ben poco determinati nell’esercitare a fondo il proprio ruolo: sarebbe ora che queste figure di magistrati, che popolano fin troppo e fin troppo indegnamente molti palazzi di giustizia, scomparissero.
Ma anche un male, perché non esistono scuole che trasmettono un “sapere neutro”, solo giuridico, bensì con esse si trasmette un sapere in larga misura condizionata da certe concezioni ideologiche o culturali: in tal modo è elevato il rischio che, a seconda di chi domini nel momento (il che, poi, finirà per dipendere dalle maggioranze di governo) possa essere giudicato un “cattivo magistrato” quello che non è abbastanza attento a certe astratte garanzie in nome di un giusto rigore nei confronti della criminalità (“forcaiolo” o “giustizialista”) o quello che, invece, vi è fin troppo attento rischiando di determinare una politica giudiziaria lassista (“garantista”, e quando lo si è in senso ideologico, garantisti, si combinano un sacco di guai).
In questo modo, si rischia solamente di creare tante generazioni di magistrati Don Abbondio che, per paura di sbagliare, non faranno più nulla, se non quanto sia suggerito dalle pulsioni forcaiole o garantiste del momento dell’opinione pubblica e dalle conseguenti intuibili pressioni dei ministri dell’interno e della giustizia di turno, in nome non della giustizia astratta e imparziale, ma del tornaconto elettorale.
Correttivi? Vanno certamente elaborati, e in particolare vanno predisposte garanzie per escludere ogni ingerenza politica sulla “scuola”, ma non è male che i magistrati, anziché dai soliti, famigerati Consigli Giudiziari dello stesso posto in cui operano, troppo spesso compiacenti, ma altre volte prevenuti, siano giudicati da organi centrali, disancorati da un diretto rapporto territoriale, anche sulla base della loro effettiva preparazione, che dovrebbe essere possibilmente uguale, e verso l’alto, a Roma come a Reggio Calabria, a Cagliari come a Milano.
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