Ormai sembra acclarato, le dichiarazioni attribuite a Silvio Berlusconi circa la necessaria “pazzia” e “diversità antropologica” di coloro che svolgono il mestiere di magistrato erano inficiate da un errore di traduzione, si trattava di dichiarazioni alquanto forti che il premier, parlando dei casi giudiziari di Giulio Andreotti, aveva riferito ai magistrati che avevano indagato su di lui, non, come era stato lasciato comprendere dai gravi errori di traduzione, alla generalità dei magistrati italiani.
Ad ogni buon conto, per un approccio un tantino più documentato ai problemi della giustizia, il Premier dovrebbe obiettivamente considerare che, per le condizioni in cui si svolge, oggi, il lavoro di magistrato, questo, matto, spesso ce lo fanno diventare.
Gli organici della magistratura italiana sono estremamente striminziti, pari a 9000-10.000 unità, preposti ad occuparsi di tutto (eccetto quanto di competenza dei TAR e delle Corti dei Conti), con un ricambio periodico, garantito dai concorsi per uditore giudiziario, ormai appena sufficiente a rimpiazzare coloro che lasciano la magistratura per raggiunti limiti di età, per ragioni di salute, perché trovano un’occupazione che pensano migliore (avvocati, ad esempio) o per i più svariati motivi; il numero di quelli che lavorano “in trincea” avendo a che fare con le cause da istruire va ulteriormente ridotto detraendo, senza far torto alla loro importante funzione, i magistrati assegnati a funzioni di Corte d’appello o di Cassazione.
Dal punto di vista pratico, poi, questi organici, spesso davvero scadenti (come avviene in molti tribunali del Sud) sono ulteriormente decurtati dalla fuoriuscita di magistrati che hanno diritto alla conservazione del posto e che sono in maternità, o in aspettativa per malattia o motivi di famiglia, o che assumono incarichi nei ministeri o in altri enti governativi, o semplicemente dai trasferimenti ordinari quando non si provvede (ed è la regola) a rimpiazzare tempestivamente il magistrato trasferito.
Il risultato qual’è? Che, a parte le consuete sacche di fannulloneria che non mancano nell’ordine giudiziario, i magistrati che veramente lavorano lo fanno in condizioni ai limiti dell’impossibile, con una miriade di pratiche che, per rispettare il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale e dell’uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge, devono essere istruite tutte; il lavoro è immane, e si capisce come più d’uno addivenga a non sopportarne il carico patendone sofferenza anche da un punto di vista psichico, che spesso non viene accertata perché è nota la sciagurata tendenza degli enti pubblici in genere a liberarsi di coloro che soffrono di tali patologie, spesso controllate, controllabili e curabili, con la micidiale procedura di dispensa dal servizio, magari accompagnata dalla concessione di una pensione privilegiata di invalidità.
Questa è la situazione che, talora, può generare nei più onesti ed equilibrati magistrati una situazione che non può paragonarsi alla pazzia, ma che è comunque di forte sofferenza psicologica, e a ciò si aggiunga la demotivazione nel lavoro derivante dalla sua accentuata burocratizzazione (che favorisce un approccio di routine alla maggior parte delle cause, senza un’adeguata individualizzazione) cagionata dai carichi, e la relativa inadeguatezza degli stipendi dei magistrati, che sono elevati raffrontati a quelli dei funzionari pubblici ma non certo a quelli dei liberi professionisti privati, che, rimuovendo quel fattore di assoluto appagamento economico che è condizione per la serenità e la reale indipendenza dei magistrati, induce a cercare soddisfazione professionale altrove, talora nella semplice bravura professionale, ma spesso anche nella ricerca ansiosa dell’eco della stampa o nel porsi il fine, non previsto dalla legge (che il magistrato deve solo applicare) di “stroncare il crimine”.
Il rimedio? Purtroppo per il ministro Tremonti, è molto semplice: incrementare gli organici dei magistrati e aumentarne consistentemente gli stipendi. Oggigiorno l’incremento del costo della vita, la necessità di presidiare alla sanità fisica e mentale dei magistrati imposta dalla legge 626/96 e l’estrema litigiosità degli italiani non lasciano alternativa.
Vi è da dire, però, che questo è solo in parte un problema di bilancio: per quanto riguarda gli aumenti degli organici, ad opporsi agli stessi è stato, storicamente, il Consiglio Superiore della Magistratura, che riteneva che incrementare gli organici nuocesse alla qualità del personale di magistratura. Ma a noi, ci si passi il termine, queste argomentazioni sembrano cazzate, perché il numero dei giovani laureati in legge con una preparazione adeguata ad entrare in magistratura è in realtà ben superiore a quello di chi ogni anno supera il concorso per uditore giudiziario, se molti di questi giovani danno una miriade di concorsi insieme la colpa non è certo loro, ma di un sistema che costringe persone qualificate a lottare, appena laureate, per non finire nell’area della disoccupazione o del precariato.
| Pagina salvata in remoto su web.archive.org |