10 04 2003 - MA VERAMENTE HA VINTO LA LIBERTA’?

Gli Abrams americani sono entrati ieri nel centro di Baghdad trovando la città completamente vuota da qualsiasi rappresentante del regime di Saddam Hussein, dal Rais in persona all’ultimo degli impiegatucci pubblici, e in compenso piena dei soliti “cuor di leone” che hanno il coraggio di imprecare contro il dittatore, e di demolirne le statue, solo quando non è più pericoloso farlo, per giunta, a differenza delle pagine gloriose della caduta del comunismo nell’Europa orientale, dovendo ricorrere all’aiuto dei carri armati stranieri; le scene di ieri, tanto enfatizzate dai pennivendoli in cerca di facili emozioni da vendere al pubblico, non ricordavano certo la caduta del Muro di Berlino, propiziata proprio da colui che reggeva l’Impero (Gorbaciov) e riconosceva il suo superamento, ricordavano tremendamente, invece, il pecorume riversatosi sulle strade italiane all’alba del 25 luglio 1943, quando il Re, non loro, cacciò il Duce, e i coraggiosi che avevano avversato Mussolini quando “le masse” erano tutte a belare e a fare “Eia Eia Alalà” per lui erano in esilio, o al confino, o erano stati assassinati.
Non c’è regime totalitario, che dir si voglia, che possa resistere alla collera popolare, e se dev’essere un invasore straniero, per quanto democratico come l’America di Bush o la Gran Bretagna di Blair, a portare la libertà, fuori da un mandato ONU, oltre che dinanzi a una palese violazione della legalità internazionale (atteso che su quello che era il casus belli, ossia il preteso possesso iracheno di armi di distruzione di massa, non è stato fornito uno straccio di prova genuina), la situazione dà adito a sollevare ben più di un dubbio.

Sotto Saddam, ultimamente, gli iracheni facevano la fame, ma soprattutto a causa del dodecennale embargo ONU di cui non sono stati gratificati regimi non meno repressivi, sanguinari e pericolosi di quello di Saddam, ad iniziare da quello fanaticamente stalinista di Kim Jong Il in Corea del Nord (seguite l’evolversi delle cose: probabilmente quando gli USA dovranno affrontare questo bubbone, vedremo i compagni dei DS e di Magistratura “Democratica” sollevarsi a difesa del “popolo nordcoreano”), ma l’Iraq, grazie alle sue enormi risorse petrolifere che erano la principale posta in gioco per gli americani (data la crescente inaffidabilità dell’Arabia Saudita, con una lotta interna alla dinastia reazionaria che la regge che si evolve sottotraccia con rumours affidati soprattutto all’intelligence israeliana) è potenzialmente un paese ricco, molto ricco, e proprio l’avvento al potere di Saddam Hussein aveva coinciso con un grande processo di modernizzazione, alfabetizzazione e impianto di ottime strutture sanitarie.
Saddam Hussein era, od è, un laico di ispirazione socialista panaraba, che non vedeva di buon occhio i preti musulmani, soprattutto quelli sciiti sentina di ogni fondamentalismo (la storia dell’Iran insegna) e che, per anni, è stato considerato un interlocutore affidabile dell’Occidente in quell’area; le ambizioni espansionistiche dell’Iraq di Saddam, sicuramente da tenere a bada (il fatto che la capitale ne sia Baghdad, ossia l’antica capitale del Califfato, evoca l’imperialismo panarabo) hanno fatto per tanto tempo comodo a Ronald Reagan e al suo vicepresidente dell’epoca George H. W. Bush, padre dell’attuale capo della Casa Bianca e altissimo dignitario del Rito Scozzese Antico e Accettato, Giurisdizione Sud degli Stati Uniti (per intenderci massone) come il figlio, per tenere a bada quei dannati ayatollah iraniani.
Certo, Saddam non era, o non è, un campione di democrazia, anzi, pur essendo un feroce anticomunista (nel mondo arabo, contrariamente a quello che si crede, l’anticomunismo è di rigore, e le trascorse alleanze di tipo militare-strategico con l’URSS erano altra cosa) è quello che ha maggiormente fatto proprio il modello stalinista di gestione del potere; tuttavia gli Stati Uniti, nell’aver incoraggiato quello che poteva essere un tranquillo riformista arabo alla Sadat a diventare un feroce dittatore espansionista (creando anche i presupposti per l’invasione del Kuwait nel 1990), hanno ben più di una colpa, ed erano gli ultimi a potersi ritenere legittimati a risolvere il problema.
Non sappiamo quali saranno le conseguenze della fine del regime di Saddam per il popolo iracheno, ovviamente ci auguriamo che i Curdi, se non l’indipendenza, ottengano una dignitosa forma di autonomia, e che, anche a rimedio della povertà determinata dalle sanzioni, vi sia un’equa distribuzione della ricchezza a svantaggio delle vecchie oligarchie legate a Saddam e a vantaggio della povera gente. Ma gli artefici del progetto di invasione dell’Iraq, ossia i circoli affaristici e militar-industriali che hanno armato la mano di Bush e quelli sionisti che vogliono assicurare a Israele il più ampio “spazio vitale” possibile, tutte entità saldamente legate a quell’ala della Massoneria internazionale, di cui fa parte anche il Grande Oriente d’Italia, che propugna l’instaurazione di un New World Order apparentemente partendo da premesse democratiche e illuministe ma pervenendo spesso a conclusioni di stampo razzista ed imperialista, dubitiamo siano interessati a questi problemi, ora, dopo gli 80 miliardi scuciti da Bush per la guerra, c’è da batter cassa.
I loro metodi li conosciamo, li abbiamo ampiamente sperimentati in Sardegna, quindi, purtroppo per il popolo iracheno, non ci aspettiamo nulla di buono per esso.