E’ stata incredibilmente respinta la domanda di grazia che Graziano Mesina, facendo violenza al suo orgoglio ancor più grande di quello di Adriano Sofri, si era determinato a presentare, in un clima, peraltro, di misteri, dato che, a quanto risulta, la decisione negativa era stata già adottata quando invece un portavoce del Ministero della Giustizia aveva affermato che la pratica era ancora in corso di istruttoria.
Grazianeddu è oggi, probabilmente, l’unico detenuto italiano ad aver complessivamente scontato oltre trenta anni di reclusione, a trovarsi a scontare l’ergastolo, vale a dire la condanna a morte – inutile nascondersi dietro un dito – per l’applicazione ferrea di un meccanismo di stampo fascista chiamato “cumulo delle pene”, il tutto con un peso spropositato, piuttosto che delle vicissitudini dei tempi in cui era la primula rossa del Supramonte e delle innumerevoli evasioni, dell’ultima vicenda che lo vide coinvolto, quella del misterioso ritrovamento di armi nel casolare dell’Astigiano ove viveva in regime di libertà condizionale, stranamente quando Mesina si era ben determinato a non starsi zitto sulle porcherie del sequestro Kassam e di affermare chiaramente, accusando il PM Mauro Mura – ma sbagliando bersaglio, perché se una tale decisione ci fu, sicuramente fu presa a livelli ben più alti di quello rappresentato dal rosso procuratore aggiunto di Cagliari – di aver fatto pagare il riscatto coi soldi dello Stato.
Infinite ombre su quella vicenda, una trappola ordita dai servizi segreti, comunque da ambienti del Viminale si è detto, e il problema forse fu proprio che con Mesina certi signori fecero un grossolano errore di calcolo, non considerarono che si tratta di un personaggio in nessun modo comprabile, neppure con tutti i soldi che, pare, gli furono dati (e sequestrati il giorno dell’arresto a San Marzanotto) e che, semmai Mesina davvero prese, come suggeriscono fonti del SISDE, considerò un giusto compenso per il contributo dato alla risoluzione del sequestro Kassam, nulla di più, non certo un incentivo al silenzio.
Ma certi signori credono di poter sempre fare quello che gli pare, e a volte, purtroppo, ci riescono, ancor oggi, a dodici anni di distanza, un incredibile intreccio di fattori nazionali e internazionali, ma talora molto precisamente localizzati in persona di qualche preteso servitore dello Stato, ci è impedito conoscere i lati oscuri della vicenda Kassam e soprattutto riguardo al trattamento di favore a lungo garantito a Matteo Boe e al denaro di stato che sarebbe sgorgato copioso per il pagamento del riscatto, e soprattutto impedisce che Mesina sia trattato con equità viene condannato a otto anni e mezzo di galera su richiesta di uno zelante PM di Parma nell’ambito di un processo particolarmente sbrigativo, a un anno e due mesi di reclusione per favoreggiamento nel sequestro Kassam (processo in cui mancava un coimputato importante: lo Stato) da uno sbrigativo giudice monocratico di Nuoro – e guarda caso un possibile fondamentale teste a discarico, don Graziano Muntoni, venne ucciso a Orgosolo circa un mese prima dell’inizio di quel processo.
Oggi, a Mesina, gli negano la grazia, praticamente lo condannano a morte: è l’ennesima pagina di un atteggiamento vergognoso e incivile, da parte del cosiddetto Stato, nei confronti di un uomo che ha già abbondantemente pagato per le sue colpe, e il tragico è che il ministro Castelli .. in aria non ci dice con chiarezza se la pressione decisiva per il diniego sia giunta da lui personalmente (magari per fare il paio con analogo atteggiamento nei confronti di Adriano Sofri), da certi apparati deviati che oggi con lo pseudoterrorismo d’accatto degli ordigni preannunciati a Portorotondo e col mostruoso Grande Fratello delle schedature video di tutti coloro che abbiano avuto la ventura di passare in quei dintorni in auto ci stanno facendo forse assaporare una nuova strategia della tensione (saremmo curiosi di vedere in faccia uno solo dei militanti dei fantomatici Nuclei Proletari per il Comunismo), da certi settori della magistratura sempre spietati nei confronti di tutti salvo che, ovviamente, di sé stessi (sinceramente, l’alzata di spalle del segretario dell’ANM Carlo Fucci dinanzi alla tragedia del sindaco di Roccaraso è vomitevole e disgustosa).
Forse vogliono farlo morire in galera, Graziano Mesina. E forse tutti noi abbiamo un motivo in più, come se non ce ne fossero abbastanza, per vergognarci di essere italiani.
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