Pasquale Stochino, il “bandito” arzanese capace di una latitanza ultratrentennale, degna dei maggiori boss di Cosa Nostra tipo Bernardo Provenzano, è stato ufficialmente catturato non molto tempo fa dai Carabinieri, o meglio sarebbe dire si è consegnato a loro, in un ovile nei pressi di Arzana, paese nei cui paraggi in realtà è sempre rimasto, forse protetto dall’Arma dei Carabinieri per il semplice motivo che, rimanendo in latitanza, la sua vita era molto più sicura che in carcere.
Infatti, Stochino non lo dirà mai, ma probabilmente, con la sua consegna, si è arreso l’ultimo pezzo della “rete” di Lombardini, e invero in molti hanno attribuito al latitante, negli anni, una qualche complicità in molti sequestri perpetrati in Ogliastra, ma la realtà è che il vecchio Pasquale coi rapimenti aveva chiuso, e molto probabilmente era invece da tempo un confidente di Luigi Lombardini e di certi settori dell’Arma dei Carabinieri a lui fedeli, che fece avere a Lombardini molte notizie “di prima mano” sul sequestro Melis e non solo.
Nel 1998, come già avvenne per altri latitanti, Pasquale Stochino, data la sua età avanzata e le sue condizioni di salute non buone, intendeva ritirarsi per “cessata attività”, e, quindi, effettuare la “costituzione concordata” avanti a Luigi Lombardini, che però non poteva agire in prima persona non avendone il titolo, e che tuttavia si era occupato dell’operazione, subendo uno smacco dal Ministero dell’Interno, che in passato gli aveva elargito centinaia di milioni di lire proprio per favorire la costituzione dei latitanti: “il tuo uomo non vale niente, vale al massimo dieci milioni”, gli avevano detto, laddove il prezzo per la costituzione di Stochino era invece alto e calibrato alla statura del personaggio, cinquecento milioni di lire.
Si capiva perché Lombardini ricevette questa risposta dal Viminale: non c’era più la DC, i suoi antichi referenti, da Cossiga a Rognoni a Gava, non contavano più nulla, il Ministero dell’Interno era detenuto dall’ex comunista Giorgio Napolitano e vi contava parecchio il presidente della repubblica Oscar Luigi Scalfaro, nemico di Cossiga e legato a quei settori del SISDE che di Lombardini erano poco amici. Si rivolse, quindi, a Nicola Grauso, conosciuto in occasione delle comuni vicissitudini relative al sequestro Melis, il quale, pare, accettò di pagare di tasca l’ingente somma necessaria per favorire la costituzione del latitante, mentre, sul terreno giudiziario, rivelò il suo piano per la costituzione del latitante ai magistrati del Tribunale di Sorveglianza di Cagliari, allora tutti suoi amici, che dovevano avere un ruolo attivo nella vicenda.
A quanto si evince, Pasquale Stochino si voleva costituire esclusivamente a Lanusei e non nelle mani dei magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia, dei quali non si fidava, né della Polizia, della quale si fidava ancor meno, ma esclusivamente dei Carabinieri ovvero proprio del magistrato di sorveglianza, che allora era il dottor Alberto Rilla.
Dopo il suicidio di Lombardini, Grauso intese portare comunque avanti l’operazione, e ottenne l’assenso di massima dei magistrati del Tribunale di Sorveglianza, sennonché, il giorno dei funerali di Lombardini, si fece sfuggire qualcosa di troppo sulla stampa (affermando di avere avuto “importanti assicurazioni”), scatenando così la febbrile attenzione della DIGOS e di taluni settori dei servizi segreti nei confronti del dottor Rilla, il quale, data la sua amicizia con Grauso, era il primo sospettato di coinvolgimento nell’operazione.
Rilla, pochi giorni dopo, in parallelo con analoghe indagini svolte dal procuratore generale Francesco Pintus, svolse accertamenti inerenti all’arrivo nel carcere cagliaritano di Buoncammino del detenuto di Dolianova, originario di Arzana, Mario Fortunato Piras, sospettato da Lombardini di essere stato “mediatore di Stato” nel sequestro Melis, attraversando parecchie traversie, tra cui un poco noto tentativo di eliminarlo fisicamente, redigendo alfine, circa quanto constatato, una relazione che l’ex procuratore generale Giuseppe Villa Santa, notoriamente colui che “lanciò” Lombardini, definì molto interessante; il magistrato di sorveglianza, comunque, di lì a poco fu messo fuori causa con azioni intese a cagionarne il trasferimento per incompatibilità ambientale.
Di lì a poco, cambiarono i vertici dei Carabinieri, e in particolare il generale Gianfranco Siazzu, che aveva sbalordito la stampa e indispettito il procuratore distrettuale Carlo Piana dichiarando apertamente che, secondo gli accertamenti svolti dall’Arma, la pretesa tenda ove Silvia Melis avrebbe trascorso gli ultimi giorni di prigionia, nella valle orgolese di Locoe, “non c’era”, fu repentinamente trasferito nel Lazio; Siazzu era un uomo di Lombardini, e ciò fu il preludio alla “normalizzazione” dei vertici dell’Arma dei Carabinieri in Sardegna, mentre la Polizia era da tempo ben più che “normalizzata” e, quanto alla Guardia di Finanza, il principale uomo di Lombardini nel corpo, il tenente colonnello Roberto Vernesoni, fu coinvolto nella nota vicenda della droga stornata da un quantitativo in sequestro.
Stochino, che vedeva lontano, non si sentì più sicuro e preferì proseguire la sua “tranquilla” latitanza; attese il mutamento della composizione della Direzione Distrettuale Antimafia, effettuato da un Carlo Piana che fu abile nel scegliere persone lontane da certi “giri” e nel mantenere le distanze rispetto a certe vicende poco edificanti, e certi avvicendamenti ai vertici della Polizia e dei Carabinieri per consegnarsi. Fallì così, ultrattivamente rispetto alla morte di Luigi Lombardini, quella che può considerarsi l’ultima operazione della “rete”: favorire la costituzione dell’ultimo grande latitante, che Polizia e Viminale non volevano tra i piedi perché sapeva troppo e, in quella delicata fase, avrebbe fatto molto meno danni restando alla macchia.
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