Classe 1935, originario di Villacidro, entra giovanissimo in Magistratura e, dopo un periodo di <<apprendistato>> in Preture di provincia, passa ben presto all’Ufficio Istruzione del Tribunale di Cagliari, dapprima come semplice Giudice Istruttore, quindi come Capo, dove si occupa pressoché esclusivamente di sequestri di persona con mirabolanti risultati: svolgerà quasi cento istruttorie, perlopiù conclusesi con l’individuazione e la cattura dei colpevoli dei sequestri, e riuscirà ad assicurare alla giustizia ben 37 latitanti, ottenendo il plauso e collaborando strettamente con vari uomini politici e di Governo, quali il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, il Ministro dell’Interno Vincenzo Scotti, il Capo della Polizia Vincenzo Parisi e, verosimilmente, i vertici dei Servizi Segreti.
Una tegola sulla sua carriera è il noto <<Caso Manuella>>, ossia il giallo della scomparsa del giovane penalista cagliaritano Gian Franco Manuella, nel 1981, che vedrà un’istruttoria [condotta dal Giudice Istruttore Fernando Bova, pubblico ministero Enrico Altieri] che porterà all’ingiusta carcerazione di quattro stimati avvocati, tutti assolti in dibattimento. Lombardini era il capo dell’ufficio istruzione e sarà appena sfiorato dallo scandalo, ma magistrati e avvocati di sinistra ne approfitteranno comunque per cercare di sminuirne il ruolo, chiedendo e ottenendo la cessazione della sua applicazione, per seguire i sequestri di persona, ai Tribunali di Oristano e Tempio.
Nel 1989, con l’entrata in vigore del nuovo Codice di Procedura Penale, l’Ufficio Istruzione viene sciolto, e Lombardini viene nominato capo della Procura della Repubblica presso la Pretura di Cagliari, ufficio preposto ad istruttorie su reati minori. Nondimeno, Lombardini continuerà a occuparsi informalmente, talora su richiesta di uomini di governo o di colleghi, di vari sequestri di persona, dei quali non aveva titolo per occuparsi quali: il sequestro, in Toscana, di Esteranne Ricca; il sequestro di Farouk Kassam; il sequestro di Miria Furlanetto; purtroppo, il sequestro di Silvia Melis.
Nel 1992 concorre alla carica di Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, lasciata vacante dalle dimissioni anticipate di Pietro Giammanco, ma a lui e ad altri candidati il Consiglio Superiore della Magistratura preferirà Giancarlo Caselli, con motivazioni estremamente formali; Lombardini si era convinto esservi una combutta politico-giudiziaria per la nomina a tutti i costi di Caselli, e stilerà un dossier che, tra gli altri, verrà forse mostrato a Giulio Andreotti.
Nel 1996, su iniziativa del PM sassarese Gaetano Cau, viene sottoposto a inchiesta – finita nel nulla – per sue asserite pressioni perché si disponesse il dissequestro di un titolo di credito estero – un draft emesso nello Zanzibar, invero privo di alcun valore – di proprietà dell’imprenditore Nuvoli; il tutto in singolare coincidenza con l’inizio della <<corsa>> per la poltrona di Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari – il procuratore Franco Melis era andato in pensione a giugno – e con una simultanea, furiosa campagna di stampa da parte del quotidiano sassarese La Nuova Sardegna, schierato su posizioni di sinistra.
Nel 1997 concorre per la nomina a Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Cagliari. Il suo antagonista è Carlo Piana, che gli viene preferito dal Consiglio Superiore della Magistratura nonostante l’assenza di esperenze specifiche nel settore inquirente, a fronte di un’esperienza trentennale di Lombardini su quel fronte; del resto, sulla base di talune informazioni riservate, parrebbe proprio che sulla nomina di Piana abbiano inciso prevalentemente fattori politici, oltre che l’appoggio, divenuto dannoso per Lombardini, del Procuratore Generale Francesco Pintus, fatto oggetto di un chilometrico esposto da parte di otto sostituti della Procura Cagliaritana.
Nel novembre 1997, subito dopo la liberazione di Silvia Melis, Luigi Lombardini viene indagato per favoreggiamento in concorso con Nicola Grauso; in realtà, a quanto pare, discrete indagini nei suoi confronti erano in corso da diversi mesi, in particolare da parte del sostituto Paolo De Angelis, che faceva intercettare le utenze di Grauso.
Nel luglio 1998 viene mutato il capo di imputazione, e la Procura di Palermo accusa Lombardini – oltre a Grauso e all’avvocato Antonio Piras – di estorsione e tentata estorsione, in relazione a denaro – un miliardo più un altro miliardo – che costoro avrebbero estorto al padre di Silvia Melis, l’ingegnere Tito Melis, per fargli ottenere la liberazione della figlia.
L’11 agosto 1998, il dramma: all’esito del proprio interrogatorio, avvenuto nei locali della Procura presso il Tribunale di Cagliari, presenti Caselli e altri quattro sostituti, viene comunicato a Lombardini che deve essere perquisito il proprio ufficio: Lombardini fa strada a magistrati e ufficiali di PG verso l’ufficio, dove però, fulmineamente, si chiude dentro e si spara un colpo di pistola alla bocca.
Il suicidio di Lombardini scatenerà infernali polemiche, con infuocate accuse a Giancarlo Caselli e a tutta la Procura palermitana – ma anche a magistrati cagliaritani, tra i quali vi erano molti nemici di Lombardini come Mario Marchetti e Paolo De Angelis – da parte di Nicola Grauso, Vittorio Sgarbi e dello stesso Procuratore Generale Francesco Pintus [vedi scheda: IL CASO LOMBARDINI].
A tutt’oggi, si è ben lontani dalla verità sulle cause che determinarono il suicidio di Lombardini, sulle quali è in corso un’inchiesta da parte della Procura di Caltanissetta; sarebbe ancora aperta, altresì, l’infamante inchiesta post mortem aperta a Palermo sull’asserita esistenza di una <<rete>> parallela e illegale di fuorilegge e ufficiali di PG che sarebbe stata a disposizione di Lombardini per intervenire e interferire sulle indagini sui sequestri di persona. Inchiesta che si fonda sul nulla, poiché altro non vi è se non l’estrema devozione per Lombardini di chiunque ha lavorato con lui.
Era il leader carismatico, indiscusso, di Magistratura Indipendente, e la sua scomparsa ha lasciato un vuoto incolmabile; recentemente il consigliere di Cassazione Enzo Tardino ne ha validamente descritto la storia e la tragedia in un libro capillarmente distribuito presso magistrati e avvocati cagliaritani, che ha già fruttato al suo autore – il lupo perde il pelo ma non il vizio! – alcuni esposti al CSM per il risentimento di taluni giudici cagliaritani, poco avvezzi alle critiche e al dibattito democratico, circa alcuni suoi giudizi.
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