17 02 2003 - LO STALINISMO, MALATTIA SENILE DEI MAGISTRATI ROSSI

La storia del comunismo, e in particolare la storia settantennale della terribile dittatura sovietica, paradigma dei regimi totalitari di stampo marxista che negano la stessa dignità di esistere all’avversario politico e non conoscono altro metodo per combatterlo che eliminarlo (fisicamente, come ai tempi di Stalin, o utilizzando la psichiatria collusa, come ai tempi di Breznev, metodo questo gradito anche al nostro Consiglio Superiore della Magistratura) dimostra come questa ideologia, forse giusta nelle premesse, visionaria e sballata nelle previsioni, violenta e antipacifista nei metodi, finisca, inevitabilmente e fatalmente, qualunque forma-partito assuma, per trasformarsi in qualcosa di molto simile alla giustificazione di sodalizi di tipo mafioso, dove pochi boss dettano legge, la massa dei “picciotti” esegue i loro voleri, il popolo è intimidito e chi osa ribellarsi dovrà pentirsene amaramente.
La storia della magistratura italiana ci insegna che un gruppo di magistrati comunisti, apparso negli anni ’60 e datosi la sigla di Magistratura Democratica (perché, un tempo, i comunisti si credevano i monopolisti della parola democratico), dapprima minoritari, sono riusciti, sfruttando il legittimo malcontento della massa della magistratura per i metodi disinvolti dei vertici nell’insabbiare inchieste scottanti e nel propugnare una giustizia forte coi deboli e debole coi forti, e non secondariamente facendo reclutare le nuove leve attraverso percorsi di formazione universitari e post-universitari controllati dal PCI e dintorni, a guadagnarsi una posizione assolutamente dominante, in termini di consensi numerici e soprattutto di attivismo, nella Associazione Nazionale Magistrati e nel C.S.M..

Questi signori, quando sono apparsi, propugnavano principi che, onestamente (la disonestà ovviamente non è mai monopolio di una sola parte politica) non potevano non essere condivisi da tutti i sinceri democratici, di garantismo, di uguaglianza di tutti di fronte alla legge, di applicazione effettiva della Costituzione; sono poi, questi principi, diventati patrimonio comune dell’intera magistratura, solo che nel frattempo loro di M.D. se li sono persi per strada, convertendosi al giustizialismo delle misure cautelari facili e delle condanne sommarie, alla disuguaglianza di fronte alla legge a favore di chi aggradava a loro (cooperative rosse, esponenti comunisti, no global etc.), all’applicazione parziale e faziosa della Costituzione; e hanno scoperto, dopo aver avuto i numeri per conquistare i posti di potere, che comandare negli uffici giudiziari non è così male, specie perché permette di imbrigliare i residui magistrati scomodi, non di sinistra, o semplicemente davvero indipendenti, che potessero frapporsi ai loro disegni, che sempre più sono diventati disegni di mera gestione di un potere fine a sé stesso.
Oggi, la stragrande maggioranza dei vertici delle Procure, che poi in tempi di mancata separazione delle carriere sono quelle che contano, sono in mano a esponenti di Magistratura Democratica o a loro fidati amici, come è il caso del dottor Carlo Piana, di Unità per la Costituzione ma “portato” dai comunisti, a Cagliari, e le correnti moderate, come Magistratura Indipendente, per poter conservare, come a Torino, un minimo di influenza, dovettero ingoiare rospi indicibili, quali la successione quasi dinastica di D’Ambrosio a Borrelli, a Milano; tramite le Procure, che esercitano un’influenza soverchiante e spesso prevaricante sui giudici (che non sempre hanno la schiena abbastanza dritta dal sottrarsi alle continue pressioni, paventando magari che qualche PM tiri fuori dal cilindro qualche “pentito” che li accusi di chissà che), M.D. controlla la totalità degli uffici giudiziari, badando che vadano a segno certe iniziative giudiziarie di sapore puramente politico (vedansi Berlusconi, Andreotti, Dell’Utri, Grauso, Craxi), che vengano archiviate le inchieste scomode, che possa partire indisturbato il processo di emarginazione di quei magistrati, come Luigi Lombardini, che avendo idee diverse e coraggio per difenderle rappresentano, in termini staliniani, il classico “nemico del popolo” da eliminare.
Il tutto assomiglia molto da vicino al metodo di potere stalinista, ma potrebbe assimilarsi molto da vicino anche alla catena di comando tipica dei sodalizi di stampo mafioso, essendovene tutti gli ingredienti in tema di creazione di condizioni di assoggettamento e di omertà nella massa dei magistrati, e di potenza di intimidazione sprigionata dal vincolo associativo, non da questo o quel singolo magistrato, che preso individualmente può anche essere un emerito imbecille, ma da questo o quel singolo magistrato poiché espresso e sostenuto da Magistratura Democratica.
La peggiore delle involuzioni senili del comunismo, che invero nella storia non ha mai dato prova di evoluzioni positive (attendiamo con ansia che i compagni Diliberto, Cossutta, Bertinotti e magari D’Alema siano in grado di smentirci), ha preso il potere ai vertici degli uffici giudiziari, l’indipendenza della magistratura, intesa come indipendenza dei singoli magistrati, è stata schiacciata, la magistratura è oggi gestita da un’oligarchia feudale quali non se ne conoscevano neppure nel medioevo.
Non è certo questo ciò che vogliono gli italiani che, dando la maggioranza dei suffragi a Silvio Berlusconi e alla Casa delle Libertà, se per un verso hanno dato mostra di non credere alla buona fede dei magistrati milanesi che processano Berlusconi, per altro verso, soprattutto, hanno votato per una giustizia sempre meno “cosa loro”, cosa di una combriccola oligarchica di sinistra nell’ideologia ma feudale nei metodi, e sempre più “cosa nostra”, non certo nel senso della mafia, ma nel senso di “cosa del popolo”, aderente alle aspettative del popolo, che vuole che i veri delinquenti siano puniti ma senza mandare in galera degli innocenti, e che la politica se ne stia fuori dai palazzi di giustizia.
Berlusconi, e con lui Castelli, devono però darsi una mossa: non con proclami che rischiano di essere controproducenti, ma approvando a tamburo battente, e infischiandosene delle resistenze, le riforme che sono indilazionabili, come la separazione delle carriere tra giudici e PM, la sottrazione ai PM del potere di direzione delle indagini, da restituirsi alla polizia giudiziaria, l’affidamento al Parlamento di individuare le priorità nell’esercizio dell’azione penale, la rivisitazione del codice di procedura penale in materia di prove.
Ogni istante che passa invano è fatale, stiamo attenti: la mafia siciliana, a quanto pare, nacque con nobili intenti di lotta all’oppressione, fu quando acquistò il potere che si rivelò, essa stessa, mortale strumento di oppressione.