Ancora una volta un processo della magra Tangentopoli cagliaritana di cui ormai si è perso anche il più pallido ricordo ha avuto conclusione in Corte di Appello, a Cagliari, col peggiore degli esiti: la prescrizione, determinata grandemente dal mostruoso ritardo con cui il processo d’appello è stato fissato ed iniziato rispetto alla sentenza di primo grado, risalente agli inizi del 1998.
Dopo il processo a carico di Flavio Carboni per il crack di “Tuttoquotidiano” – in primo grado, erano stati inflitti al faccendiere di Torralba cinque anni di reclusione – e il processo per il palazzo “Francesca” di Carbonia – in primo grado, due anni di reclusione all’ex amministratore comunale Tore Figus e all’imprenditore Pierantonio Raga – tocca ora a quello che è stato, nell’immaginario collettivo, il padre di tutti i processi per tangenti, il famoso processo dei “cassonetti d’oro”, nell’ambito del quale, nel novembre 1993, il PM Paolo De Angelis aveva richiesto e ottenuto l’arresto di politici di grido del Comune di Cagliari (Antonio Fadda, Salvatore Gusmeri, Luciano Fozzi), concorrendo indirettamente a determinare lo scioglimento anticipato del consiglio comunale che spianò la strada per la poltrona più alta di palazzo civico a Mariano Delogu.
Il processo d’appello, appunto, si è concluso solo ieri, 9 luglio 2004, alla scandalosa distanza di OLTRE SEI ANNI dalla sentenza di primo grado, con qualche assoluzione nel merito (ad esempio per Luciano Fozzi) ma soprattutto con tante prescrizioni per il lungo tempo trascorso dai fatti.
Dato che non si tratta affatto di un caso isolato, c’è davvero da chiedersi, a questo punto, da quale virus sia affetta la Corte di Appello di Cagliari per dover trattare tutti questi processi scottanti e con imputati eccellenti a distanza di svariati anni dalla sentenza di primo grado – quando, nei palazzi di giustizia che si rispettano, gli appelli si fissano, in genere, non oltre un anno dopo la sentenza dei Tribunali – pervenendosi inevitabilmente ai comodi lidi della prescrizione, comodi per gli imputati che in ipotesi siano davvero colpevoli, dannosi per chi dai reati commessi è stato danneggiato, vergognosi per l’immagine della giustizia.
Il dottor Pietro Antioco Corda, presidente della Corte di Appello cagliaritana che occupa tale ufficio da cinque anni senza grosse infamie, ma neppure con tanta lode, dovrebbe prima o poi fornire, non a noi, ma all’opinione pubblica sicuramente sdegnata da queste vicende sconcertanti, al CSM e al Ministero della Giustizia, esaurienti spiegazioni sul perché la sua Corte d’Appello, che pure, come tutti gli uffici giudiziari cagliaritani – che si contraddistinguono per non fare mai udienze di pomeriggio – e rispetto a tanti altri uffici giudiziari nazionali, è assolutamente pletorica per il numero di magistrati assegnativi rispetto ai carichi effettivi di lavoro, si contraddistingua per questi brillanti risultati, sul perché debbano finire sistematicamente in prescrizione processi di tanta rilevanza sociale e, soprattutto, con imputati eccellenti.
Viene alla memoria il pessimo consiglio che un consigliere di corte d’appello di Palermo osò dare a Rocco Chinnici, allora capo dell’ufficio istruzione del capoluogo siciliano, in ordine ai carichi di lavoro di Giovanni Falcone: che lo gravassero, Falcone – sosteneva quel magistato – di processetti per rapina, così non avrebbe avuto modo di rompere le scatole occupandosi di mafia, e c’è da temere che a Cagliari non sarebbero necessari simili autorevoli consigli, perché, quanto alle prescrizioni (che chissà perché non vanno mai a beneficio dei ladruncoli e dei tossici, i soliti “ultimi” della giustizia da processare per direttissima e da sbattere in cella buttando via la chiave, il che sembra andare straordinariamente bene ai pur rossi di colore magistrati cagliaritani) qualcosa del genere, quanto alle priorità assegnate ai processi onde non farli morire nel limbo della prescrizione, già accade, magari involontariamente, ma accade.
“Facciamo prima i processi con imputati detenuti”, ci risponderebbe, sinceramente, il signor presidente della Corte, ma a questo punto la domanda nasce spontanea: perché, dottor Corda, i suoi consiglieri non si buttano a lavorare mattina e sera sui processi urgenti, come accade in tutti gli uffici giudiziari d’Italia?
Insomma, la situazione puzza parecchio: che puzzi di altro ci auguriamo di no, che puzzi di mostruosa inefficienza che va a danno della giustizia e dei cittadini, è a dir poco certo, e un altro capitolo si impone a quelli che gli ispettori del Ministero della Giustizia dovranno attentamente valutare, non necessariamente con una ispezione straordinaria, perché si tratta di anomalie rilevabili già in sede di ispezione ordinaria.
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