08 10 2002 - L’INCONTRO DI ELMAS CINQUE ANNI DOPO: SOLO UN INUTILE CUMULO DI MACERIE

Se l’orologio della storia tornasse indietro di cinque anni, questa notte, a Elmas, ci sarebbe stato l’ormai famoso incontro tra Luigi Lombardini, accompagnato da una donna rimasta ignota, e Tito Melis, accompagnato da quell’avvocato Luigi Garau a cui ha impartito, nella sua deposizione a Palermo, l’indulgenza plenaria.
Riguardo a questo famigerato incontro, la cui ricostruzione è affidata per intero alla memoria, alle percezioni e alle convinzioni di Tito Melis, nonché a qualche blanda smentita proveniente informalmente da familiari di Lombardini, e sul quale rimane fortemente dubbio se le minacce riferite da Tito Melis, con convinzione che non ci è sembrata fermissima (pur parlando di minacce di morte da parte di Lombardini, ha sempre riferito di non averle ritenute “credibili”) forse quale spia del disagio di dover dichiarare davanti all’autorità giudiziaria, pena il rischio dell’incriminazione per calunnia, circostanze non corrispondenti al vero, due aspetti sono passati alla storia: quello inerente alla cosiddetta “lettera liberatoria”, di cui abbiamo già trattato nell’editoriale del 1 ottobre, e quello inerente al preteso “piano” che Lombardini avrebbe imposto a Tito Melis di collaborare ad attuare, e che prevedeva la liberazione “differita” di Silvia rispetto al momento della reale liberazione ad uso e consumo di un asserito show mediatico, in cui Nicola Grauso avrebbe dovuto dichiarare di aver pagato personalmente il riscatto, e lo stesso Tito Melis di essere stato, come appunto attestato dalla lettera liberatoria, autorizzato a pagare dai PM Piana e Mura.

Quanto alla “lettera liberatoria”, Tito Melis ha asserito di averla redatta all’alba del 9 novembre 1997, a casa di Antonio Piras, quando vi si era recato dopo l’incontro con Lombardini, ma nessuno offre riscontri precisi, né lo stesso Piras, né Ugo Piras, il bancario massone di Loceri che aveva accompagnato Tito Melis dal corpulento avvocato di Gavoi, e che in ordine alla lettera fornisce ai PM due versioni contrastanti, dicendo ora che vide Tito redigere la lettera, ora che vide semplicemente dei fogli sul tavolo di cucina di casa Piras.
Fino a prova contraria, dobbiamo quindi ritenere che la data del 12 settembre apposta al documento sia veritiera, atteso che Lombardini non poteva sapere quando Tito Melis si recava in Procura, poiché chi frequenta il Palazzo di Giustizia ben sa che nei pressi dell’ascensore principale che conduce alla Procura, quello in genere utilizzato dal pubblico e dalla stessa maggioranza dei magistrati della Procura, e meno ancora dalla vicina scala, Tito Melis poteva essere notato da persone che potessero riferirne in “tempo reale” a Lombardini, mentre poteva esserlo utilizzando altri ascensori in genere adoperati solo dagli “addetti ai lavori”.
Il riferimento nella lettera era ad una visita di Tito Melis in Procura il giorno prima, ossia l’11 settembre 1997, il giorno dopo l’uscita su “Visto” (con ampi stralci anche su L’UNIONE SARDA) della nota intervista in cui Tito Melis minacciava velatamente di rivelare particolari compromettenti sul sequestro Kassam, minaccia particolarmente pesante nei confronti di Mauro Mura, che a suo tempo fu accusato da Graziano Mesina di aver fatto pagare il riscatto con denaro dello Stato senza replicare in alcun modo.
Orbene, che Carlo Piana fosse favorevole al pagamento del riscatto, nel senso di non ostacolare il lavoro degli emissari – e non nel senso di rilasciare “autorizzazioni” formali e scritte – lo sapevano anche le pietre a Palazzo di giustizia, e lo sapeva bene anche Lombardini, il quale, dati gli intensi rapporti telefonici e non solo col giornalista che effettuò quell’intervista, Gian Gavino Sulas, potrebbe egli stesso aver suggerito questa spavalda “mossa” a Tito Melis, non escluso che la stessa abbia avuto addirittura l’approvazione di Piana, col quale non è peregrino ritenere che Lombardini, in quei giorni, stesse collaborando, a livello di “consigli”, per la gestione del caso Melis; l’ostacolo era solamente Mauro Mura, il quale era il capofila del partito degli intransigenti, del rigido rispetto del blocco dei beni.
La lettura dell’intervista dovette ridurre a ben più miti consigli Mura che, alla fine, dovette accodarsi, proprio quell’11 settembre 1997, ai voleri di Tito Melis, pienamente condivisi da Carlo Piana: questo il senso della “lettera liberatoria”, secondo noi, e che si tratti di favoreggiamento o di abuso d’ufficio da parte di Piana o Mura o entrambi ne dubitiamo fortemente, poiché a nostro avviso vi era, in presenza di un sequestro che durava ormai da sette mesi, un concreto pericolo di vita per Silvia e, quindi, l’esigenza assoluta di salvarla. Ma non è detto che i PM di Palermo l’avessero pensata allo stesso modo, e da qui l’esigenza di Piana e di Mura di cautelarsi, rispetto a quella “lettera calunniosa” che poi provocò tanti patemi d’animo a Tito Melis, e che divenne dinamite dato lo spostamento della competenza a Palermo, dato che tra sardi le cose si risolvono meglio e che nessuno pensava che Lombardini fosse così ingenuo da farsi intervistare da un giornalista sleale che registrò di nascosto i suoi racconti e inviò la cassetta alla Procura di Palermo.
Quanto al “piano” di cui si è detto, una notazione oggettiva: Lombardini, nell’intervista “confidenziale” rilasciata ai giornalisti Stocco e Mastrogiacomo (costui fu la “spia” che registrò di nascosto, e sarà prossimamente contattato dal generale Mori per offrirgli un posto di responsabilità nel S.I.S.De.), parla ampiamente del “piano”, ma non attribuendosene la paternità, bensì affermando di conoscerlo, quindi attribuendone la paternità ad altri da sé; mentre ampia traccia scritta dello stesso “piano” si trova nella famigerata agenda dell’avvocato Luigi Garau, senza che i PM di Palermo, che si avvalgono di un perito grafologo di assoluta fama come il professor Giuseppe Sofia, abbiano potuto attribuire la grafia di quello scritto a Lombardini o a persona diversa dallo stesso Garau, e certo Lombardini non gradiva il contenuto di quell’agenda, anzi, la stessa era stata abbandonata nel suo ufficio e voleva che Garau se la riprendesse al più presto, come attestano inequivocabilmente almeno tre telefonate intercettate tra il 10 e il 12 ottobre 1997.
A noi sembra che si debba concludere che il “piano” non fu certo di Lombardini, che ne ebbe mera conoscenza e che quindi non aveva ragione di “imporlo” a Tito Melis in occasione dell’incontro di Elmas; forse non fu di Garau, che con tutto il rispetto non riteniamo abbastanza smaliziato, e certamente non era neppure di Nicola Grauso, che a quella data non era ancora divenuto ufficialmente della partita.
Rimane quindi una sola persona, e chi altri se non Tito Melis? L’ingegnere aveva già ricevuto, il 17 settembre 1997, una telefonata di Grauso che gli manifestava la sua piena disponibilità ad aiutarlo, e la stessa “lettera liberatoria”, in questo contesto, non doveva essere un documento inteso a calunniare Carlo Piana e Mauro Mura, bensì uno scritto “a futura memoria” a garanzia sia di Grauso che dell’avvocato Antonio Piras: Piana e Mura avrebbero negato, magari il fantomatico “giornalista” li avrebbe smentiti, ma non dubitiamo che ne sarebbero comunque usciti puliti, poiché solo un asino poteva non vedere che avevano agito in stato di necessità.
L’incontro di Elmas è stato dipinto a tinte fosche dalla stampa e dalla Procura di Palermo. Noi lo vediamo a tinte molto meno fosche, e in particolare a tinte che non importerebbero condanna per alcuno degli imputati al Processone di Palermo, salvo vagliare eventuali addebiti di favoreggiamento anche per i quali, a nostro avviso, soccorrerebbe la scriminante dello stato di necessità; se il Tribunale di Palermo potesse, potrebbe evitare di perdere tempo e incominciare, su queste basi, a scrivere la sentenza.

P.S.: Abbiamo scoperto con piacevole sorpresa di essere seguiti anche dalla Città del Vaticano. Non sappiamo chi ci sia dietro l’IP che è stato registrato dal nostro server, potrebbe essere il Santo Padre (che ci risulta usi Internet) come l’ultima delle guardie svizzere. Culliamo l’illusione che questa attenzione sia dovuta, data la nota sensibilità di Sua Santità per le tematiche della famiglia, all’argomento trattato nel nostro precedente editoriale, relativamente alla distruzione, per ingerenze di genitori crudeli, pateracchi tra avvocati e bizzarre decisioni di giudici, di quella che poteva essere una famiglia felice.