E’ molto importante che la magistratura cagliaritana, sollecitata dall’emersione di elementi apparentemente “nuovi” (talune affermazioni contenute in un verbale del processo Vernesoni) ma che in realtà sapevano tutti, si sia risolta a riaprire il caso Volpe 132, stavolta disponendo accertamenti dalle cui finalità traspare chiaramente che non si esclude la pista dell’abbattimento premeditato dell’elicottero, nel contesto delineato sulla base delle dichiarazioni del “pentito” Gianni Zirottu (purtroppo sparito dalla circolazione) e di testimoni esterni, ossia in occasione dell’intercettazione di una nave che probabilmente trasportava armi.
Precedentemente, anche peraltro nella forzosa assenza di riscontri oggettivi da cercare nel profondo del Tirreno, questa pista non era stata seguita con molta convinzione dal PM Guido Pani, magistrato forse influenzabile ma sicuramente onesto ed estraneo alle consorterie che hanno qui tutto l’interesse a nascondere la verità dato anche che i risvolti che potevano emergere, auspicabilmente suffragati da prove, sarebbero risultati assolutamente inquietanti.
Si parla, ad esempio, di una pista interna alla Guardia di Finanza, e l’ipotesi, per quanto assolutamente inquietante, non è da scartarsi a priori, anzi il retroterra della determinazione a imboscare gli elementi che consentirebbero di ricostruire le vere modalità dell’abbattimento di Volpe 132 è ben più ampio, coinvolgendo, forse, i servizi segreti deviati e certe strutture della Nato impegnate in una doppia fedeltà agli Stati Uniti, e all’Occidente in generale, da un lato, ai ricchi acquirenti d’armi mediorientali e libici dall’altro; non senza la cooperazione dell’immancabile Massoneria, che nel traffico d’armi internazionali ha sempre svolto un fattivo ruolo di mediazione.
Non si può trascurare il ruolo che in questi trasporti d’armi, di cui quello casualmente intercettato da Gianfranco Deriu e Maurizio Sedda a bordo del Volpe 132 era probabilmente solo uno dei tanti, della criminalità organizzata, di Cosa Nostra, nel caso di specie dei catanesi di Nitto Santapaola da sempre con rapporti privilegiati con la Libia di Gheddafi, ma anche della ‘ndrangheta calabrese, alla quale era, pare, collegato un faccendiere che curava l’approvvigionamento di armi delle navi, così come vi erano collegati, per strana coincidenza, taluni “pentiti” già”gestiti” dal tenente colonnello Vernesoni, con notevoli “agganci” a Oristano, proprio la città dove di recente sono stati rilevati investimenti immobiliari della stessa ‘ndrangheta.
E “chi sa”, anche sulla sparizione del famoso A 109 “gemello” del Volpe 132 a Oristano, avanza sotterraneamente, da tempo, un atroce sospetto, ossia che il furto dell’elicottero suddetto, oltre che dai soliti militari corrotti, fosse stato “coperto” da un magistrato, che oggi non lavora più in Sardegna, che pare, a causa del vizio del gioco, si fosse pesantemente indebitato con esponenti della ‘ndrangheta di stanza proprio a Oristano.
L’intreccio che pare emergere è quello consueto: mafia, massoneria, servizi deviati, qualche magistrato deviato. E la partita era grossa, poiché la Sardegna era stata “adottata” dai trafficanti d’armi internazionali, legati alla mafia, alla ‘ndrangheta e alla massoneria e “coperti” dai servizi deviati, come snodo privilegiato per una tranquilla navigazione verso la Libia e il Medio Oriente, laddove le ulteriori tappe intermedie erano, di volta in volta, Catania, regno dei Santapaola e snodo di rapporti ambigui con la Libia, o Trapani, centro mondiale di massoneria deviata e punto d’incontro di rappresentanti di questa, di Totò Riina e dei libici.
Il corrispettivo di questa “gentilezza” sarda, che richiedeva appoggi in loco, oltre che di personale militare colluso, della malavita locale, era l’avere inondato, a beneficio di quest’ultima e soprattutto per il tramite della mafia e della ‘ndrangheta, l’Isola di fiumi di stupefacente, smerciato capillarmente in Sardegna, e il cui ricavato, sempre in salda alleanza tra criminalità sarda e criminalità organizzata, veniva pure riciclato in loco tramite insospettabili imprenditori; a stabilire i congrui accordi tra i vertici della ‘ndrangheta e delle cosche catanesi, ai quali negli accordi spartitori la maggior parte dei ricavi apparteneva, e i riciclatori intervenivano all’occorrenza talune schegge deviate della massoneria.
Tutte queste cose, ancora da chiarire, in larga misura, quanto all’individuazione dei responsabili, Luigi Lombardini le sapeva bene, poiché aveva degli infiltrati di assoluta fiducia in certi giri, in quei giri della Guardia di Finanza di cui si sospetta oggi apertamente la collusione, negli stessi giri dei servizi deviati: e probabilmente, nei giorni convulsi precedenti l’11 agosto 1998 in cui egli diceva agitato agli amici di voler “dire tutto” ai magistrati di Palermo, non si riferiva solo alla sua verità sul caso Melis, ma anche a queste cosette; casualmente, poi, qualcuno, chissà chi, lo convinse a fare scena muta davanti a Caselli, promettendogli protezione, forse, e invece finì come è finita.
Ma a questo punto, sarebbe opportuno anche riaprire le indagini sul “suicidio” di Lombardini, senza avere riguardi per nessuno, proprio per nessuno, e non ci riferiamo di certo a Caselli e ai suoi colleghi di Palermo.
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