Nel luglio 1994, due mesi dopo che Massimo Cellino era stato arrestato, su richiesta del PM Valerio Cicalò, per pretesa truffa all’AIMA consistita nella denuncia, ai fini dei contributi all’agricoltura dell’Unione Europea, di quantitativi di grano superiori a quelli effettivi, accadde nei pressi di Algeri il misterioso episodio relativo alla motonave “Lucina”, usualmente noleggiata da Cellino per i trasporti di semola di grano, ma di proprietà di un armatore napoletano e con l’equipaggio quasi interamente campano, che fu trovata presso il porto di Jenjen con a bordo sette marinai sgozzati.
In merito a questo episodio, sul quale subito Cellino colse la palla al balzo per affermare che, contrariamente a quanto asserito dagli inquirenti, in Algeria ci andava veramente – la Guardia di Finanza aveva insinuato che taluni viaggi erano stati simulati – la versione ufficiale delle autorità algerine fu che vi era stata nella nave un’incursione di integralisti islamici, che intendevano artificiosamente inasprire i rapporti tra il governo laico algerino (già sotto tiro per i metodi non ortodossi impiegati nella lotta agli integralisti) e l’Italia.
Tuttavia, una fonte a quanto pare ben informata, certo “Joseph”, si presentò al giornale britannico The Observer ed evidenziò come il porto in questione era talmente “blindato” che ben difficilmente persone diverse dai militari o dalla polizia avrebbero potuto avvicinarvisi senza destare sospetto, e altresì di sapere che il “Lucina” trasportava armi e che l’operazione che si concluse con la “sgozzatura” del suo equipaggio era ascrivibile ai servizi segreti algerini.
Le affermazioni di “Joseph” provocarono sdegnate reazioni, all’unisono, del governo algerino e, con pochi precedenti, del SISMI, che emise un comunicato per definire “Joseph”, in pratica, un “pataccaro”, sebbene gli inglesi avessero, invece, riaffermato l’attendibilità della propria fonte.
Dell’equipaggio del “Lucina”, normalmente, faceva parte un “gladiatore”, tale Guido Giacomina, che svolgeva operazioni da “infiltrato” in Algeria, e che nell’occasione di quel viaggio fatale rimase però a terra.
Erano i giorni in cui Stefano Arconte, il “gladiatore” reo confesso (termini impropri, perché lui si è sempre vantato di appartenere a Gladio sconfessando l’operato di chi ha snaturato l’organizzazione) accampava alcuni sospetti sul rispetto delle istruzioni relative ad operazioni alle quali i “gladiatori” erano stati comandati nel Nord Africa, in particolare la risalente “Operazione Tripoli”, con cui i “gladiatori” avevano stabilito un accordo preventivo con taluni giovani ufficiali dell’esercito libico per il rovesciamento di Muammar Gheddafi con un metodo simile a quello della “Rivoluzione dei Garofani” portoghese.
Invero, le dimostrate cointeressenze di “Gladio” con la P2 di Licio Gelli dovettero dar luogo a numerose deviazioni rispetto alle finalità essenziali dell’organizzazione, giacché incise non poco l’atteggiamento filoarabo di comodo dei piduisti, comunicato a vasti settori del SISMI, che favoriva un approccio amichevole con Gheddafi poiché visto come grande acquirente clandestino di armi ed esplosivi; e in Sardegna, gianella seconda parte degli anni ’70, erano emerse singolari cointeressenze tra ambienti libici, che avevano finanziato l’effimero giornale “Tuttoquotidiano”, e ambienti piduisti e di estrema destra, che di fatto indirizzavano la linea del quotidiano, con un atteggiamento di anticomunismo viscerale in perfetta armonia con le vedute sia di “Gladio” sia della P2.
Non è escluso, quindi, che trasporti di semola di grano in Algeria fossero utile strumento, alla totale insaputa di chi li ordinava (Massimo Cellino) per far pervenire, in realtà armi, esplosivi e perfino uranio in Libia, cosa impossibile per via diretta, dato che la VI flotta americana pattugliava costantemente il Golfo della Sirte per far rispettare l’embargo internazionale contro il regime di Gheddafi stabilito in dipendenza della strage di Lockerbie; le armi, quindi, venivano probabilmente smistate da Gheddafi verso gli estremisti palestinesi, contrari alla politica di pacifica convivenza tra ANP e Israele, e la giustificazione del carico poteva presto essere ottenuta facendole figurare come normali scorte a carico della SEM Molini Sardi.
Tutto ciò avveniva circa due mesi dopo l’arresto di Massimo Cellino, ma l’episodio sarà al centro delle cronache, in Italia, solo diverso tempo dopo.
Precedentemente, e anche questo si saprà tempo dopo, il “Lucina” fu al centro del mistero dell’esplosione in cielo dell’elicottero “Volpe 132” della Guardia di Finanza, con a bordo gli elicotteristi Gianfranco Deriu e Fabrizio Sedda, laddove secondo testimoni oculari, quella era la nave che veniva seguita dal cielo dall’elicottero prima della sua esplosione, e dalla quale addirittura, secondo il “pentito” Gianni Zirottu (ma la cosa è meritevole di verifiche) sarebbe partito un missile che avrebbe abbattuto l’elicottero.
La vicenda fu circondata, come è noto, da incredibili depistaggi nei quali, oltre al pesante ruolo dei servizi segreti, non può escludersi il coinvolgimento di elementi della stessa Guardia di Finanza, giacché nei tracciati radar relativi all’elicottero Agusta A 109 vi fu un misterioso “buco” di alcuni minuti precedente proprio l’abbattimento dell’elicottero, e non si poté stabilire con certezza il contenuto delle comunicazioni tra l’elicottero e una motovedetta della GdF che, a quanto pare, seguiva a sua volta via mare Volpe 132; la scarsa collaborazione dei militari e il goffo tentativo di apposizione di segreti di stato da parte dell’autorità politica, nel frattempo divenuta di sinistra (ma di una sinistra lontana mille miglia da quella che noi riconosciamo tale) fecero il resto.
La sua parte la fece anche il depistaggio consistito nella sottrazione presso l’aeroporto di Fenosu, a Oristano, di un elicottero Agusta A 109 identico a “Volpe 132”, che fu ritrovato tempo dopo a Quartu Sant’Elena con alcuni frammenti della carrozzeria smontati, laddove la coincidenza con i frammenti, nuovi di zecca (e non consumati da esplosioni) rinvenuti a Capo Carbonara, luogo dove, inizialmente, furono artificiosamente indirizzate le ricerche dei rottami di “Volpe 132”, appariva evidente.
Sull’episodio vi fu, a Oristano, un processo farsa per appropriazione indebita nel cui contesto la “cosa” fu alfine lasciata cadere dalla pretesa parte offesa, una società a quanto pare legata al SISMI.
E pare che a questo esito difficilmente si sarebbe potuti pervenire senza il concorso di almeno due potenti magistrati, di cui uno legato per tradizioni familiari al giro dell’estrema destra connivente col piduismo, l’altro da sempre collaborante dei servizi segreti nonostante il divieto stabilito dalla legge che regola i servizi di sicurezza che questi si avvalgano di magistrati.
Un terzo magistrato, Luigi Lombardini, anche lui molto vicino agli ambienti della destra “atlantica”, ma estraneo alle vicende di “Volpe 132”, venne a sapere compiutamente della vicenda da proprie fonti interne alla Guardia di Finanza e al Sisde, e pare se ne sia servito per indurre uno di questi magistrati, che tendenzialmente avrebbe avuto posizioni di sinistra, a entrare in sinergia con lui nel contesto dei rapporti associativi che avrebbero dovuto portare all’appoggio trasversale alla nomina di Lombardini a procuratore capo di Cagliari; quel misterioso magistrato, che oggi non lavora più in Sardegna, poteva contare tra l’altro di “agganci” dappertutto, apparentemente impensabili, in particolare, oltre che presso i servizi segreti, presso la Polizia.
L’altro magistrato, che non aveva bisogno di essere “convertito” da Lombardini perché era di estrema destra del suo, dal canto suo esercitava uno strano potere, dal pari in apparenza inspiegabile, su settori della Guardia di Finanza, servendosene anche per ottenere vantaggi personali e familiari.
Tornando a “Volpe 132”, è evidente che i mandanti di quella che, secondo Zirottu, era una spedizione in Libia per trasportare armi, tesi alla quale i fatti di Algeria parrebbero dare parziale riscontro, si erano prefigurati la possibile esistenza di testimoni oculari, tra cui, oltre all’equipaggio – di cui, come detto, faceva normalmente parte un “gladiatore” – persone eventualmente presenti sulla costa, il che si rivelerà veritiero quando inizieranno le indagini sulla caduta di “Volpe 132”.
Vi era quindi il problema di far sparire le prove, e se appare probabile che la strage di Algeri, del luglio 1994, sia stata funzionale a “mettere a tacere” per sempre il troppo informato equipaggio – poiché la nave trasportava veramente un carico di semola di grano, e Cellino, nel frattempo scarcerato, aveva fatto sapere, stranamente smentito dall’ambasciatore italiano ad Algeri, di aver comunicato alle autorità diplomatiche locali il prossimo arrivo della nave in quella zona considerata pericolosa – deve anche prestarsi attenzione agli strani “ammanchi” nei magazzini della SEM Molini Sardi, derivati dalla documentazione del “Lucina”, laddove, essendovi l’assoluta esigenza di occultare le incongruenze che potevano disvelare trasporti di armi e quindi attivare più intense indagini sul “Lucina” – in particolare circa una disponibilità di fatto della nave da parte di ciò che rimaneva di “Gladio” e sulle finalità delle relative “missioni” – poteva ben fornire un’utile soluzione “alternativa”, teoricamente plausibile ma tutta da giustificare sul campo, l’ipotesi che Cellino, che ben poco controllava personalmente delle attività del Lucina, avesse simulato l’esistenza di più cospicue scorte per truffare l’Unione Europea.
Iniziarono quindi le indagini e Massimo Cellino, con sua sorella Lucina, furono arrestati, ma l’indagine fu costellata da anomalie, giacché, come ebbe tempo dopo a denunciare, invano, l’avvocato Rodolfo Meloni, legale dei Cellino, essa fu iniziata “contro ignoti”, e su indagini condotte dalla DIGOS, mesi prima dell’iscrizione a registro degli indagati di Massimo Cellino, benché, se l’ipotesi fosse stata quella della truffa comunitaria, egli avesse dovuto essere iscritto fin dall’inizio.
Il coinvolgimento della DIGOS, organo di Polizia che è il più vicino ai servizi segreti per finalità lasciava dubitare che in realtà originariamente, si indagasse sul problema dei carichi del “Lucina” per ben altre finalità inerenti a compiti istituzionali analoghi a quelli dei servizi segreti, laddove invece la Guardia di Finanza prese decisamente la strada della truffa comunitaria.
Tra l’altro, proprio in quegli anni, era in servizio presso la DIGOS una persona molto vicina a uno dei magistrati coinvolti nel depistaggio dell’elicottero di Oristano, quello che, tendenzialmente di sinistra, si era stranamente avvicinato a Lombardini. Non pare dubbio che, alla luce delle coincidenze inquietanti che sono andate via via emergendo, l’intera vicenda dei processi a carico di Massimo Cellino andrebbe notevolmente rivista, nonostante questi abbia inteso “chiudere” con un patteggiamento, molto generoso e molto frettoloso dopo tutto il clamore suscitato dagli arresti e dall’inchiesta; e avuto anche riguardo al ruolo avuto nell’inchiesta da altri personaggi, che sono direttamente legati agli artefici del depistaggio di Oristano.
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