L’ALLEGRA BRIGATA DEI FALLIMENTI E DELLE ESECUZIONI

Per quanto riguarda, nell’ambito del Tribunale di Cagliari, il settore dei fallimenti e delle esecuzioni immobiliari, diffusi chiacchiericci insinuano che la gestione non sia proprio improntata a criteri di cristallina onestà, ma in questa sede vogliamo attenerci alla regola che si applica in giudizio secondo cui non rilevano le <<voci correnti nel pubblico>>, e trattare solamente di alcuni casi, certi e talora pubblici, di gestione degli affari giudiziari in modo non certo commendevole, ridondante nell’abuso d’ufficio.
Il caso più celebre, ripreso ampiamente dalla stampa, attenne all’operato del giudice Salvatore Fundoni, oggi consigliere di Corte d’Appello, ma un tempo giudice delle esecuzioni, il quale nel remoto 1989, nell’ambito di un procedimento di esecuzione immobiliare, si occupò della vendita di un appartamento appartenente al piccolo imprenditore Carlo Piludu, di Monserrato, che si era visto travolto finanziariamente dal fallimento della società dell’imprenditore Marcello Pisano, a favore del quale aveva prestato fideiussione: la casa di Piludu fu alienata dal giudice Fundoni alla moglie del proprio cancelliere Francesco Locci, Carmen Senes, con evidente aggiramento della disposizione dell’articolo 1471 del Codice civile, che vieta che siano compratori <<gli ufficiali pubblici, rispetto ai beni che sono venduti per loro ministero>>.
Piludu intraprese una durissima battaglia legale contro questo abuso, dapprima presso la Procura di Roma, un tempo competente per i procedimenti riguardanti magistrati cagliaritani, dove ebbe a denunciare, indispettito per le sue continue richieste di archiviazione ad onta dei dinieghi del GIP, il PM Cesare Martellino, oggi procuratore a Terni, e la sua assistente Nadia Lopez, già fidanzata del PM Paolo De Angelis; gli atti furono quindi trasmessi alla Procura di Palermo, divenuta competente, dove, dopo non poche battaglie anche in quella sede, Piludu riuscì ad ottenere il rinvio a giudizio per abuso d’ufficio sia del giudice Fundoni che del cancelliere Locci.
Nel 1999, il Tribunale di Palermo ha condannato in primo grado Salvatore Fundoni e Francesco Locci per abuso d’ufficio; tuttavia, verso la fine del 2000, la Corte d’Appello di Palermo ha riformato la sentenza mandando assolti i due. Restano forti, comunque, i dubbi sulla condotta del giudice Fundoni, atteso che appare assai poco credibile che potesse non sapere, all’atto della vendita dell’appartamento di Carlo Piludu, che l’acquirente altri non era che la moglie del suo cancelliere, e simili dubbi paiono essere stati raccolti, indirettamente, anche dai giudici del Tribunale di Roma, che il 5 marzo 2001 hanno assolto Carlo Piludu – riconoscendo quindi, implicitamente, la non manifesta infondatezza delle sue denunce – dall’accusa di calunnia elevata a suo carico su denuncia del giudice Fundoni e dell’ex presidente del Tribunale di Cagliari Marco Onnis, in relazione alle numerose prese di posizione di Piludu relative all’affaire della vendita della sua casa.
D’altra parte, l’episodio inerente al giudice Fundoni e alla vendita mediata della casa al cancelliere Locci costituisce una goccia nel mare nell’incredibile battaglia che da anni Carlo Piludu, sistematicamente censurato dai mass media, combatte per far emergere un’infinità di irregolarità e malversazioni avvenute nell’ambito delle procedure fallimentari ed esecutive che lo riguardano direttamente e indirettamente, laddove sarebbero stati fatti sparire dal passivo fallimentare della società di Marcello Pisano diversi miliardi, onde non danneggiare alcuni parenti di una potentissima personalità cittadina, e laddove si verificò l’incredibile sparizione di un fascicolo processuale, quello inerente all’insinuazione di una banca nel passivo fallimentare della Marcello Pisano Srl.
Un comportamento quale quello di Fundoni, pur unico ad essere divenuto di dominio pubblico, non pare certo isolato, poiché si dispone di prove documentali che dimostrano almeno un altro caso analogo, avvenuto nel 1989, quando l’allora giudice di tribunale Enrico Dessì, come più volte ricordato altrove leader di Magistratura Democratica, vendette una casa proveniente da esecuzione immobiliare alla cancelliera Ada Bellè, di origine calabrese e oggi assai ben imparentata, alla lontana, col Presidente della Corte d’Assise d’Appello Paolo Massidda, avendo una nipote della signora Bellè, Tiziana Bellè, sposato un figlio di Paolo Massidda, ingegnere. E’ probabile che Dessì abbia perciò avuto un concreto interesse a difendere Fundoni, autore di un atto simile al suo, per legittimare a sua volta il proprio medesimo operato e non rischiare un’imputazione per abuso d’ufficio, del resto ormai prescritta.
Da abusi e scorrettezze non paiono, del resto, essere certo esenti i curatori fallimentari, come documenta un dettagliato esposto inoltrato alla Procura della Repubblica di Palermo da Nichi Grauso, dal quale risulta che il commercialista dott. Carlo Dessalvi, già curatore del fallimento della THE CASAR COMPANY, non solo consentì che un appartamento, locatogli da Vincenzo Grauso, venisse utilizzato sottobanco per l’esercizio dell’attività professionale di dottore commercialista sua e del fratello Antonello, nonché dell’attività imprenditoriale del fratello Mario tramite la società REIM, ma, nelle vesti di curatore fallimentare della THE CASAR COMPANY, fece istanza al giudice delegato per l’attribuzione al fratello Mario, a carico della massa fallimentare, di una somma di quasi 30 milioni di lire a titolo di spese, in flagrante conflitto d’interessi e con conseguente configurabilità di vari reati. L’improvvida richiesta, accolta dal giudice delegato Giovanni Dessy, fu seguita da una intempestiva resipiscenza del dottor Mario Dessalvi, che successivamente fece istanza al giudice delegato, parimenti accolta, di revoca della disposta assegnazione delle suddette somme, evidenziandone la <<gravosità per la massa fallimentare>>
Scarsa chiarezza e dubbi di malversazione circondano altresì un’altra procedura fallimentare di scarsa notorietà pubblica, il fallimento della società SHOW ROOM, amministrata da Alberto Costa, dichiarato nel 1996: dal momento del fallimento della società, la signora Rosanna Ottonello Costa, moglie di Alberto Costa e vera anima della società SHOW ROOM, iniziò a scontrarsi contro un muro di gomma quanto alla legittima pretesa che il giudice delegato, Giovanni Dessy, e il curatore fallimentare, Edoardo Sanna, facessero quanto in loro potere e dovere per recuperare all’attivo fallimentare le maggiori somme possibili, essendovi una disponibilità reale di miliardi quanto ai crediti della società fallita.
In realtà, la recondita ragione di un’ostinata inerzia da parte soprattutto del curatore fallimentare, dal canto suo amicissimo del giudice Dessy, pare non essere manifestamente da dissociarsi dal fatto che una seria escussione di tutti i crediti della società fallita nuocerebbe, a detta della signora Ottonello Costa, a una persona appartenente a una notissima famiglia cagliaritana di politici e imprenditori (nel settore delle cliniche private); la signora Ottonello Costa ha proposto al riguardo due diverse denunce, che pare vengano seguite con sufficiente diligenza dal PM Guido Pani, ed ha avuto recentemente, presente anche il marito Alberto Costa, un grosso litigio col giudice Dessy, che le rinfacciava inopinatamente di <<fare tutto questo casino>> solo per esigere un credito di 450 milioni, pretesa pienamente legittima avendo la signora Ottonello Costa profuso anima e corpo nel lavorare, con rapporto giuridico da dipendente oltre che da socia, per la società fallita.
Dall’esposizione di questi pochi casi, si intuisce come il settore dei fallimenti e delle esecuzioni del Tribunale di Cagliari sia un settore oltremodo delicato, laddove l’esistenza di limitati controlli e, in particolare, la limitazione del diritto alla difesa delle parti private coinvolte legittimata dalle specifiche norme procedurali, prestano potenzialmente il fianco alla commissione di ogni sorta di abusi; recentemente, a cura del giudice Giovanni Dessy, è stato aperto un sito internet che, a detta dello stesso, dovrebbe servire tra l’altro a stabilire la massima trasparenza in tema di gestione dei fallimenti e delle procedure esecutive, e ci si augura vivamente che questa non sia solo una proclamazione di principio.