Questa è davvero bella, se non fosse in realtà bruttissima: come ha documentato IL GIORNALE pare che uno dei marescialli della Guardia di Finanza fatti arrestare dalla Procura di Palermo poiché appartenenti alla “zona grigia” che avrebbe fatto capo all’imprenditore Michele Aiello, a quanto pare uno stretto fiancheggiatore di Bernardo Provenzano, fosse uno strettissimo collaboratore del PM Antonio Ingroia, si proprio quello del Caso Lombardini, e in particolare l’avrebbe coadiuvato nella ricerca delle prove per incastrare Marcello Dell’Utri.
Loro, i terribili PM di Palermo dell’ala caselliana, che hanno dispiegato risorse umane ed economiche degne di ben migliore causa per dare la caccia ai fantasmi con la pretesa e ridicola “zona grigia” del sequestro Melis, che dovevano casomai cercare a casa loro – ossia nell’ambito dello Stato – hanno improvvisamente scoperto di avercela proprio a casa loro, la “zona grigia”.
Ma vi è di più, perché i gossip sulle emergenze di questa inchiesta-terremoto non si limitano a sfiorare indirettamente (chissà fino a che punto) l’Ayatollah Ingroia, per dirla con Lino Jannuzzi, ma sfiorano nuovamente, e direttamente, l’uomo forte dell’epoca Caselli, Guido Lo Forte, in relazione alla vecchia storia inerente a pretese fughe di notizie in direzione Provenzano circa il corposo rapporto mafia-appalti a suo tempo redatto, in epoca di poco precedente la morte di Giovanni Falcone, dal maggiore Di Donno, per cui vi fu già un’inchiesta archiviata a Caltanissetta e vi furono contraddittorie dichiarazioni del pentito Angelo Siino, il “ministro dei lavori pubblici” di Cosa Nostra.
Una brutale legge del contrappasso, quasi si fosse nell’inferno dantesco, colpisce i terribili procuratori di Palermo, dopo aver indagato vanamente per almeno tre anni sulla pretesa “rete parallela” di Luigi Lombardini, parto dell’inesauribile fantasia caselliana, per appurare che non esiste, e ciò può avvenire solo oggi, oggi che alla gestione del signor Caselli, attento solo a ricercare politici ex DC o di centrodestra collusi con la mafia (senza tanti approfondimenti del filone mafia-appalti, i maligni penserebbero per evitare di inciampare in qualche cooperativa rossa, partecipe in Sicilia come ovunque alla spartizione della torta) e molto meno attivo, quanto alla ricerca della rete di fiancheggiamento e della linea di comando di Bernardo Provenzano, è subentrata quella di Piero Grasso, un magistrato onesto e indipendente che certo non sembrerà un’aquila dinanzi all’indubbio valore intellettuale di Caselli, ma che ha appunto il pregio dell’indipendenza e di ciò che ne segue, ossia non guardare in faccia nessuno, propri sostituti compresi.
Che dire? Ben vi sta!
Creando dal nulla il “Caso Lombardini” questi signori si sono impegnati con un dispendio di energie, e anche di risorse economiche (sicuramente il costo dei processi ha superato i cinque milioni di euro) davvero degno di ben miglior causa, il tutto non certo per appurare che Lombardini si era intromesso nelle trattative, cosa che aveva fatto anche per il caso Furlanetto essendosi risolto il tutto con un’archiviazione per lui e anche per Mario Marchetti che era titolare delle indagini, o per sostenere insostenibilmente che si è approfittato della situazione per arraffare denaro, bensì, con tutta evidenza, per nascondere le brutture, i compromessi, i pastrocchi maldestramente mascherati dietro quella squallida verità di Stato basata sul teorema per cui “Silvia si è liberata da sola e non è stato pagato alcun riscatto”.
Cosa non si fa per gli amici, tutti noi abbiamo degli amici fraterni, o ai quali teniamo più degli altri, per i quali saremmo magari disposti a fare cose non del tutto ortodosse, e il signor Caselli in quella vicenda ne aveva di amici fraterni, dal signor Violante, al quale qualche telefonata dal suo compagno ministro dell’interno sarà pure arrivata, al signor De Gennaro, di cui non sappiamo se realmente sia il mandante della messa in scena di Locoe e di tutto ciò che precede e segue, ma sappiamo per certo che Lombardini ne aveva fatto il nome, e certe cose Lombardini ben raramente le diceva a vanvera.
Adesso, ecco a voi la realtà, cari siciliani (e caro Caselli, piemontese già trapiantato in Sicilia) che vi siete intromessi in vicende di cui non capite niente e non avete la volontà di capire niente, perché di noi sardi voi non capirete mai niente: NOI SIAMO PULITI, non facciamo pastrocchi sottobanco, non facciamo reti parallele, non facciamo zone grigie, semplicemente qui, come ovunque, se si sa che una persona è a rischio di morire, come lo è sempre un sequestrato, e si sa di poter fare qualcosa, si sente il dovere di farlo, per quel richiamo che è LA SACRALITA’ DELLA VITA, per cui necessitas non habet legem.
Una volta per tutte: Lombardini, Grauso, Piras, Garau, Liori non avevano fatto niente di diverso da questo, e DOVRESTE VERGOGNARVI a tenerli ancora sotto processo; poi, se non ci capiamo, vuol dire che ha ragione Berlusconi, che siete antropologicamente diversi, e comunque per favore, per quanti atei possano esserci tra voi, ricorrete ai Vangeli, e ricordate il dovere morale, prima di guardare la pagliuzza nell’occhio altrui, di guardare la trave nel vostro.
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