11 11 2002 - LA RABBIA E LA VERGOGNA: CINQUE ANNI FA SILVIA MELIS SI LIBERO’ DA SOLA

Silvietta Melis, la sequestrata libera e bella, non ha un figlio, ma due. Uno, Luca, quello che aveva già quando l’avevano rapita, ha compiuto dieci anni poco fa e gli facciamo tanti auguri posticipati, ma oggi cade il compleanno di un’altra figlia, sgraziata e gracile, che Silvietta ha generato nel momento stesso in cui tornò tra i liberi, alla quale, in mancanza di un nome più decente, i baldi poliziotti del signor De Gennaro, con l’assenso obbligato dei PM Piana e Mura costretti dalle circostanze a fare i pesci in barile, è stato imposto il nome di “autoliberazione”.
Esattamente cinque anni fa, dopo quasi nove mesi di sequestro, Silvietta annunciò raggiante all’universo mondo, ma in particolare per la soddisfazione delle orecchie del Ministro dell’Interno e del signor De Gennaro, padrini di battesimo della sgraziata figliola, che si era liberata da sola, che si era sfilata la catena che aveva al polso e che il bandito di guardia aveva stranamente allentato, e via di questo passo a raccontare baggianate, con corollario di tante, ma tante stranezze, come l’apparizione dal nulla di una tenda corredata di coperte militari (SISMI?Ma non i terremoti…) che nessuno aveva mai notato prima in una zona ampiamente visibile dalla strada (a Orgosolo dicono che è stata montata si, ma non dai banditi, bensì dai poliziotti, e non dal 29 agosto, bensì la mattina dell’11 novembre) e la furia di un capopattuglia della Questura di Nuoro nell’impedire che Silvietta fosse “salvata”, anziché da loro, da due poliziotti in borghese del Commissariato di Orgosolo, forse troppo infiltrato da amici di Luigi Lombardini, e fosse invece portata in Questura, dove il Questore dell’epoca, il piduista Cioppa, doveva ciarlare di vittoria dello Stato e farneticare del non avvenuto pagamento di alcun riscatto.

Nessuno ci ha creduto, ovviamente, perché le stesse baggianate ce le avevano raccontate relativamente alla liberazione, nell’estate del 1992, di Farouk Kassam, ben sapendo, in particolare il dottor Mura e il dottor Pagliei, altro esponente di certa Polizia che non ci piace per niente, di raccontare panzane, e l’opinione pubblica è vaccinata per potersi bere ancora queste balle di Stato; noi non crediamo a una parola di quello che dice Silvietta, lei e il suo ineffabile padre Tito avevano e hanno troppi buoni motivi, specialmente economici, per non dire la verità, e con infantile ostinazione insistino nel raccontare, a Lanusei o a Palermo, sempre le stesse enormità con compunzione e convinzione, salvo ammettere essi stessi, come ha in pratica fatto Tito Melis a Palermo messo dinanzi all’univoco contenuto di talune intercettazione, quanto sono inclini alla menzogna.
Ma su questa menzogna di Stato si sono consumati troppi drammi, che hanno riguardato la magistratura cagliaritana e non solo, e non intendiamo tediare i lettori nel ricordarle, dal suicidio di Lombardini all’odissea giudiziaria di Nicola Grauso, il nostro sito contiene ampia documentazione alla quale rinviamo; e non ne vogliamo a Silvietta e a suo padre Tito, vasi di coccio tra vasi di ferro, troppo innamorati del denaro, burattini manovrati che si illudono di essere protagonisti, ma vorremmo che certi signori, in particolare il capo della polizia Gianni De Gennaro, di cui abbiamo chiesto e chiediamo ancora le dimissioni, che è stato apertamente chiamato in causa da Lombardini e che, comunque, è l’indiziato numero uno quando si cerchi il responsabile ultimo di operazioni di polizia “disinvolte”, e il capo del SISDE generale Mario Mori, o per loro il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, a cui compete questa responsabilità istituzionale, ci dicano una volta per tutte se la verità sul caso Melis è per caso coperta da segreto di Stato, magari da un segreto di Stato non dichiarato, ma la cui tutela è stata, dai trascorsi (per fortuna) governi comunisti, ipocritamente delegata a magistrati faziosi, non tanto quelli di Palermo, quanto alcuni magistrati di Cagliari a quanto pare legati al SISMI, incaricati di “tutelare le fonti”, vale a dire impedire che qualsiasi elemento idoneo a smascherare la grande menzogna venga alla luce.
Si, perché qualcuno ci deve spiegare perché, nonostante le apparenze, Giancarlo Caselli, che pare fosse addirittura amico di Lombardini (vi sembrerà inconcepibile, ma almeno due fonti di assoluta affidabilità confermano la circostanza) sostenesse privatamente, col senno di poi, che in realtà Lombardini con la vicenda per cui era stato incriminato non c’entrava praticamente niente, e se Caselli avrebbe avuto la medesima libertà di determinazione e di pensiero, nel valutare serenamente le risultanze probatorie obiettive (cioè il nulla: le note dichiarazioni di Tito Melis, ritrattate diecimila volte, e ben poco altro), quando si procedeva contro Lombardini, se non ci si fosse messo di mezzo il SISMI dell’ammiraglio Battelli (quello che imboscò il rapporto Mitrokhin) a tutelare l’indagine stendendo un cordone sanitario intorno ai magistrati di Palermo, addirittura prestando loro un aereo del servizio segreto militare, e disseminando, d’accordo con certa polizia deviata – ma non col SISDE – l’intera città di Cagliari di spie.
Forse c’entravano qualcosa i tanti segreti militari che Lombardini, da sempre molto legato agli americani, minacciava di rivelare qualora il procedimento penale a suo carico non fosse stato chiuso, o, peggio ancora, minacciava di rivelare a Caselli, che, da uomo di sinistra, nonostante le intuibili pressioni del suo amico De Gennaro avrebbe ben volentieri chiuso quella sgangherata inchiesta, magari mandando a giudizio Tito Melis per calunnia, in cambio di qualche rivelazione su Gladio, o sui traffici d’armi a cui era interessata anche Cosa Nostra di cui la Sardegna è sempre stata una base fondamentale, o sul riciclaggio di denaro sporco pare perlopiù proveniente dalla Calabria, ma anche dalla Sicilia?
Lo scenario è intuibile: Caselli si sarebbe comportato o da persona vicina al Governo, e in tal caso, d’accordo con Prodi, avrebbe chiuso l’inchiesta purché Lombardini (che nel frattempo aveva messo al sicuro, per iscritto, le sue conoscenze e i documenti a corredo), o da magistrato determinato a sgominare certe entità criminali, e in tal caso, sempre chiudendo l’inchiesta, avrebbe invece spinto Lombardini a dire tutto ciò che sapeva. Non è certo un caso che, alla vigilia dell’interrogatorio con Lombardini, Caselli si sia recato a colloquiare riservatamente con Prodi e addirittura con l’allora capo dello Stato Scalfaro.
A qualcuno, in particolare a tutti gli ambienti legati al SISMI, un servizio segreto che, a differenza del SISDE, costituito ex novo nel 1977, conserva la nefasta eredità del SIFAR e del SID, servizi del passato sotto l’arbitrio militare e pieni di piduisti, di sovversivi, di maneggioni affaristi, di gente collusa con la mafia, questo scenario non andava giù, e i risultati li conosciamo.
Ma come dice quel detto? Puoi nascondere tutto a qualcuno per sempre, puoi nascondere qualcosa a tutti per sempre, ma non puoi nascondere tutto a tutti per sempre … meditate gente, meditate, come diceva il buon Arbore, e soprattutto, col padre Tito, mediti Silvietta Melis, quando si accorgerà che i suoi sforzi eroici non sono serviti a niente, e che solo una cosa le rimarrà: la vergogna!