28 02 2004 - LA MAGISTRATURA PRETENDE RISPETTO MA NON RISPETTA SE’ STESSA

La magistratura pretende rispetto, ma è arduo ritenere che ne sia davvero degna, al di là dell’ipocrisia di rito dei discorsi istituzionali, se si guarda al modo allucinante con cui “fa fuori” quei singoli magistrati che non sono allineati a certo stomachevole “pensiero unico” che si va sempre più consolidando tra le toghe, e vi sono tante vicende che lo riprovano, ad iniziare da quella di Agostino Cordova, recentemente sbattuto fuori con la famigerata procedura dell’articolo 2.
Agostino Cordova, originario di Reggio Calabria, politicamente orientato a destra, nei primi anni novanta era a capo della Procura di Palmi, una cittadina della provincia reggina al centro di una zona ad altissima densità mafiosa (con centri quali Gioia Tauro e Taurianova), e a un certo punto, a causa del “pentimento” di alcuni massoni calabresi eccellenti incarcerati per sospetta affiliazione alla ‘ndrangheta, si trovò tra le mani una dirompente inchiesta che si estese alla Massoneria come istituzione e a livello nazionale, dove Cordova, coi suoi sostituti, fece quello che riteneva di dover fare, non senza atti clamorosi – quale il sequestro delle liste degli iscritti a Forza Italia due giorni prima delle elezioni politiche del 1994 e “beccandosi” ripetutamente con l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, da sempre molto vicino alla Massoneria nonostante la sua origine democristiana.

Tanto fece, Cordova, che evidentemente, pur conoscendosene le vedute conservatrici, risultò assai gradito ai comunisti, che da sempre vedevano la Massoneria come fumo negli occhi e come una forza alleata dei loro nemici (ieri Craxi, oggi Berlusconi), sicché presso l’apposita commissione del Consiglio Superiore della Magistratura, col voto determinante dei colleghi di Magistratura Democratica, la corrente di sinistra della magistratura associata, e dei “laici” designati dal PDS, la sua candidatura alla carica di Procuratore Nazionale Antimafia fu preferita, a maggioranza, a quella di Giovanni Falcone, sebbene si sapesse che quel posto era stato creato appositamente per lui; stranamente, l’ostracismo comunista nei confronti di Falcone si associava a quello della mafia, e cadeva in un periodo storico in cui dagli immensi archivi ex sovietici parevano in procinto di arrivare tonnellate di carte sui finanziamenti illeciti al PCI, vicenda sulla quale proprio Falcone stava arrivando.
Poi Falcone fu massacrato a Capaci, Cordova ritirò la sua candidatura e fu designato un magistrato di secondo piano, Siclari, ma non cessò la gratitudine nei suoi confronti dei comunisti, magistrati e non, il cui appoggio, nel 1995, fu stavolta determinante per la nomina a procuratore capo di Napoli, sede ambita e delicata, città ove governava da viceré il popolarissimo sindaco comunista Antonio Bassolino.
Sennonché Cordova, che in realtà non guardava a destra e sinistra quando faceva il suo dovere, come ogni magistrato serio dovrebbe fare, incespicò proprio in alcune inchieste su presunte malversazioni dell’amministrazione Bassolino, ovviamente non gradite dai comunisti, nonostante i consueti accenti di rispetto per la magistratura (rispettata un po’ di più, però, quando indaga su Berlusconi) e osteggiate dall’interno della stessa Procura di Napoli, ove non mancavano magistrati su posizioni di sinistra anche molto spinte.
Quest’ultima circostanza si è disvelata appieno in occasione degli strascichi di una recente manifestazione dei No Global a Napoli, allorquando il procuratore aggiunto Mancuso, un estremista di sinistra, chiese ed ottenne numerose ordinanze di arresti domiciliari per altrettanti poliziotti che in quell’occasione erano intervenuti, secondo le denunce dei No Global, troppo energicamente, nonostante si sia saputo che Cordova consigliasse maggiore cautela.
Ma ciò che maggiormente danneggiò la posizione di Cordova, fatto desumibile non dalle notizie di stampa, ma dalle confidenze di quei pochi magistrati napoletani che hanno continuato a difenderlo, fu la sua determinazione di mettere mano al deplorevole modo in cui era organizzato il lavoro della Procura, in particolare distogliendo moltissimi sostituti da comode posizioni in cui non facevano praticamente niente e mettendoli a lavorare, cosa per nulla gradita dato che i magistrati sono un po’ come tutti, sempre pronti agli appelli al dovere quando sono rivolti agli altri, ben meno disposti a sottomettervisi quando riguardano loro stessi, pronti alla rivolta di massa, pur sapendo che hanno torto, nel caso di Napoli; da qui, unitamente allo sgradimento dei comunisti e a certe intemerate di Cordova contro i GIP napoletani – che a suo dire, ritardavano di decidere su richieste di custodia cautelare nei confronti di camorristi – il colpo di grazia alla posizione di Cordova.
Cordova era assolutamente convinto di avere ragione, e, non accettando la soluzione del trasferimento volontario ad altra sede (come hanno ad esempio fatto, qui in Sardegna, l’ex magistrato di sorveglianza di Cagliari Alberto Rilla e l’ex PM di Sassari Gaetano Cau) né quella delle dimissioni anticipate dalla magistratura (come ha fatto Francesco Pintus), ha inteso affrontare, dinanzi al Consiglio Superiore della Magistratura, il procedimento di trasferimento d’ufficio puntualmente intentatogli, ma è andata come è andata, poiché tutte indistintamente le correnti della magistratura associata, dove Cordova non aveva protezioni non essendo neppure iscritto alla Associazione Nazionale Magistrati, gli si sono schierate contro, a difesa piuttosto che dei comunisti dei fannulloni della Procura napoletana, mentre lo hanno difeso, paradossalmente, proprio i membri laici designati da Forza Italia, ossia quel partito le cui liste Cordova aveva fatto sequestrare.
Il CSM ha inevitabilmente disposto il trasferimento d’ufficio, e Agostino Cordova, tra qualche giorno, dovrà raggiungere la sua nuova sede di servizio, la Corte di Cassazione.
Un destino ancor più incredibile fu quello a cui andò incontro Francesco Misiani, classe 1936, magistrato della Procura di Roma tra i fondatori di Magistratura Democratica, il quale aveva fatto domanda per diventare Procuratore aggiunto a Milano (dove forse era poco gradito perché coerente garantista), e stranamente, proprio il giorno in cui il CSM doveva discutere della sua candidatura, fu colpito da un avviso di garanzia emesso dai PM milanesi Colombo e Boccassini per preteso favoreggiamento nei confronti del giudice Renato Squillante, che verrà poi condannato a svariati anni di galera a conclusione dei processi “Lodo Mondadori” e “SME”.
L’accusa contro Misiani si fondò essenzialmente su un colloquio con Squillante, quello famoso del Bar Mandara, che due poliziotti cercarono di captare con una microspia, e poi, dato che questa non funzionava, lo trascrissero su dei foglietti volanti; chiaramente una prova assunta del tutto illegalmente, e ad ogni modo il Tribunale di Milano non ha creduto all’accusa e ha assolto Misiani, nel frattempo uscito dalla magistratura e diventato avvocato; si, perché nel 1997, sulla base di quella stessa carta straccia, l’ineffabile CSM aveva ordinato il trasferimento d’ufficio di Francesco Misiani, spedito al Tribunale di Napoli, dove resistette per qualche tempo dando alfine l’addio alla magistratura.
Di Francesco Pintus, di Alberto Rilla e degli altri casi sardi ne abbiamo parlato fino alla nausea, e quindi non ci ripetiamo, se non per constatare una cosa: anche queste, che potevano apparire in sé e per sé considerate vicende radicate in beghe locali, sono invece espressione di un sistema deteriore in cui l’epurazione dei dissenzienti è la regola.
Morale della favola: i magistrati invocano rispetto, ma la magistratura è la prima a non avere rispetto per sé stessa, trattando magistrati rei solo di fare il proprio dovere o di non essere assimilabili al pecorume corrente peggio di come si trattano i lavoratori interinali? Occorre sempre ricordare che la Costituzione, prima ancora di prevedere garanzie per una istituzione magistratura, le prevede per i singoli magistrati!