Ci deve essere rimasto male l’avvocato Antonio Piras, da sempre sincero e appassionato cultore degli ideali massonici, se ha avuto modo di recuperare il testo dell’intervista rilasciata nell’agosto 1998 a IL MATTINO, quotidiano napoletano che non è distribuito in Sardegna, da un altissimo esponente della Massoneria cagliaritana, il quale nella circostanza, prese nettamente le distanze, anche in modo un po’ strafottente, da tutti i “fratelli”, dallo stesso Piras a Tito Melis a Giorgio Ladu, che erano coinvolti nella vicenda del sequestro di Silvia Melis, affermando sprezzantemente che “quelli lì erano tutti di Tortolì”, come dire che con la Massoneria, nel suo complesso, non c’entravano niente.
A parte che Piras è della montanara Gavoi, non certo della marittima Tortolì, troppo comodo, da parte di quel potentissimo massone, liquidare in questo modo l’argomento, dinanzi a un sequestro che in ogni fase ha visto la costante presenza di massoni, quasi solo di massoni (dall’ex piduista Elio Cioppa, a Pietro Giagheddu, a Ugo Piras, per finire con alcuni sospettati) e dinanzi a quello che emergeva alla memoria di chi, all’atto del suicidio del giudice Luigi Lombardini, provandosi a fare un consuntivo rapido della sua opera “parallela” nella risoluzione di sequestri di persona, poteva constatare la strana presenza di congiunti di potenti massoni, da Miria Furlanetto (di cui si era occupato anche l’avvocato Piras) a Dino De Megni, nipotino di Augusto De Megni, il potentissimo Commendatore del Rito Scozzese Antico e Accettato, per intenderci una obbiedienza molto legata alla famiglia guerrafondaia Bush.
Al potentissimo massone evidentemente premeva di difendere l’immagine della Massoneria, che, essendo stata coinvolta a più di un livello nell’operazione di pulizia etnica contro Luigi Lombardini (con strana convergenza de LA NUOVA SARDEGNA e di taluni magistrati cagliaritani “all’orecchio”, e col concorso determinante dei soliti utili idioti comunisti), e digerendo male le insinuazioni provenienti dalla Procura di Palermo circa sospetti di un ruolo della “massoneria deviata” nella vicenda, cercava di essere coerente sancendo la propria estraneità ad ogni operazione “parallela” di risoluzione dei sequestri di persona, meno che mai alla fantomatica “rete” parallela di Lombardini.
In verità, la Massoneria soffre delle medesime contraddizioni proprie dello Stato nell’applicare una legge assurda come la 82/91, per cui si impone il blocco dei beni e poi si pagano i riscatti coi soldi dello Stato, laddove i “fratelli”, come ha detto l’avvocato Piras, non possono intervenire ufficialmente per evitare che qualunque banditaccio barbaricino si metta in testa di sequestrare un massone o un suo parente contando sulla solidarietà massonica, ma in realtà, fuori dall’ufficialità e dai deliberati, intervengono eccome, magari solo a titolo individuale, ma pur sempre per solidarietà nei confronti di un “fratello”; anzi, spesso è proprio l’appartenenza di un soggetto, anche non estremamente facoltoso, alla Massoneria che invoglia i rapitori all’impresa criminale nella certezza che il riscatto sarà pagato, ed è estremamente probabile, come pare sia avvenuto anche per il sequestro Melis, che la progettazione stessa dei sequestri parta da personaggi senza scrupoli a loro volta intranei alla Massoneria, meglio se alla stessa loggia del target.
Luigi Lombardini, per anni e anni, è stato sicuramente un personaggio “di fiducia” della Massoneria, lo comprova il fatto che si sia occupato del sequestro di un’altissima personalità come Augusto De Megni, lo dimostra la discreta e frequente presenza, dietro le richieste di intervento “irregolare” a Lombardini, di Francesco Cossiga, da sempre simpatizzante per la Massoneria e amico di quel potentissimo massone, lo dimostra che salvo casi di “gelosia” (come per quanto riguarda l’avvocato Piras) i suoi interventi a risolvere un sequestro di persona non sono mai stati subiti, bensì richiesti e graditi.
Anche per il sequestro Melis, tra le righe della deposizione dell’ex ispettore di P.S. Antonio Uda, è emerso che Lombardini fu chiamato ad intervenire, nonostante non ne avesse alcuna voglia, da una “persona molto in alto”, ed escluso che avesse ricevuto incarichi dall’area governativa, men che meno dalla magistratura (forse lui e Carlo Piana si saranno scambiati qualche parere, ma nulla più), ad essere interessata “in alto” alla risoluzione dello scabroso sequestro, per cui Tito Melis, sentendosi abbandonato, minacciava di fare sfracelli a destra e a manca, rimaneva solo la Massoneria, che forse agì per il canale sperimentato da decenni, quello che si può intuire dalle maledizioni indirizzate da Lombardini, nei suoi memoriali divulgati post mortem, a un certo Capitano di Corvetta, che non è un effettivo della Marina Militare italiana.
Lombardini sapeva, e sapeva soprattutto di chi fosse il denaro, di verosimile provenienza svizzera, che servì per estinguere il conto coi banditi che tenevano prigioniera Silvia Melis, come capiva perfettamente perché la gestione della “fuga” di Silvia Melis fosse stata affidata per intero alla Questura di Nuoro, retta da un ex piduista, tenendo fuori altri inquirenti, a cominciare dai Carabinieri e dal Commissariato di P.S. di Orgosolo.
Ma il popolo non doveva sapere, per il popolo doveva girare la favoletta che nessuno aveva pagato il riscatto, purché fosse ufficialmente ratificata o “bevuta”, a seconda dei diversi interessi in gioco, dai magistrati cagliaritani e palermitani; perché, se si fosse saputa la verità, e se non si fosse costruito un vacuo carrozzone probatorio a tentare di dimostrare la falsità del pagamento fatto da Nicola Grauso, a parte la figuraccia per gli uomini dello Stato, che sarebbe stato il meno perché alle figuracce ci sono abituati, qualcuno avrebbe forse rischiato l’incriminazione per favoreggiamento, e si sarebbe fatta magari difendere da quello stesso avvocato, dal cognome che denota una chiara origine ebraica e dalla clientela poco raccomandabile da cui si è fatto difendere anni addietro.
Ma l’avvocato Piras, un puro, era sacrificabile, per non parlare di quella testa matta di Grauso. E di Lombardini, quell’inaffidabile magistrato che non guardava in faccia nessuno e, forse per questo, non vollero procuratore capo a Cagliari.
Come siete caduti in basso, cari “fratelli”!!!
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