17 05 2004 - LA FUGA DI LOCOE E LE MENZOGNE DI STATO

Quella sera dell’11 novembre 1997, secondo la relazione di servizio di un agente di Polizia, Silvia Melis, ben prima di aver incrociato, ai bordi della provinciale Nuoro-Orgosolo, alcuna autovettura, avrebbe incrociato alcune donne orgolesi che, riconosciutala, le avrebbero chiesto se avesse bisogno di essere accompagnata, al che lei rispose di no perché “aspettava la polizia”.
Ma la prima autovettura che stava per prelevare Silvia non era, forse, quella che aspettava: era una Renault Clio, un’auto civile, condotta da un poliziotto del commissariato di Orgosolo, Piero Sonni, con a bordo un altro agente del medesimo commissariato, Pierandrea Giua; secondo la confidenza, di poche ore prima, di Sonni a un amico orgolese, egli, che era in licenza col collega, sapeva, a una certa ora, di dover fare ritorno da Nuoro, dove si trovava, a Orgosolo perché aveva una “commissione” ben più importante da sbrigare.

Silvia Melis forse non aveva ben chiaro, nella confusione della situazione, quali poliziotti dovesse attendere, evidentemente dopo aver fatto la messa in scena di Locoe, dopo aver inscenato la fuga da una tenda che non c’era prima del mattino precedente e che se ci fosse stata non avrebbe potuto non essere notata da decine di persone, e, dopo aver chiesto quasi meccanicamente ai due di avvisare il padre di non pagare perché si era liberata da sola, si convinse che i due, qualificatisi, erano poliziotti, che volevano condurla al commissariato di Orgosolo, ed era quasi salita sulla loro autovettura.
Sennonché, giunse appena in tempo un’auto della Polizia coi colori d’istituto, con a bordo altri agenti, i quali, dopo aver trattato i colleghi in borghese, che pure pare conoscessero bene, alla stregua di criminali, imponevano a tutta la comitiva, Silvia sulla loro auto e i due poliziotti in licenza dietro, a convergere presso la Questura di Nuoro.
Stava quindi per verificarsi un imprevisto rispetto al granitico copione che era stato scritto sulla liberazione di Silvia Melis, ella doveva essere assolutamente condotta alla Questura di Nuoro, ove si sarebbero condotte le domande secondo un palinsesto prestabilito e comunque indirizzato al risultato investigativo, del tutto apparente, voluto (autoliberazione dell’ostaggio, e quindi mancato pagamento di alcun riscatto) e non si sarebbero affrettate indagini che, condotte tempestivamente, avrebbero rischiato di far scoprire la verità (ad esempio, si sarebbe corso il rischio che venisse fatto subito, con l’aiuto della luce artificiale, quel sopralluogo a Locoe che si rimandò all’indomani col pretesto del buio); discostamenti dal copione potevano esservi se il pallino delle prime indagini fosse passato ai poliziotti del Commissariato di Orgosolo, che era stato fino allora tenuto all’oscuro di ogni indagine (e del resto la pista orgolese fu “inventata” solo dopo la liberazione di Silvia), anche perché si sospettava, forse non infondatamente, che in quel Commissariato vi fossero uno o più agenti troppo vicini a Luigi Lombardini.
Nonostante l’imprevisto, tutto andò invece secondo copione, il sopralluogo a Locoe fu rinviato all’indomani mattina, furono ignorate le affermazioni di un medico legale circa la dubbia compatibilità di alcune ferite di Silvia con le modalità della fuga come da lei narrate, trascorserò ben otto giorni prima che Carlo Piana e Mauro Mura, che la sera dell’11 novembre apparvero come delle comparse in una sceneggiata interamente a cura della Polizia, interrogassero formalmente Silvia; intanto il questore Elio Cioppa, ex piduista ed ex SISDE, faceva il trombone straparlando di “vittoria dello Stato”, il mitico Antonello Pagliei si illuminava anche lui d’incenso dopo otto mesi di indagini fallimentari condotte con metodi singolari, anche a Roma, ovviamente, erano tutti contenti.
Come ben sappiamo, la cortina di silenzio sulle circostanze precedenti la liberazione, e in particolare sull’effettivo pagamento del riscatto, fu rotta otto giorni dopo da Nicola Grauso, che peraltro, contrariamente a ciò che comunemente si pensa, non fu indotto a rivelare di aver pagato una parte del riscatto a Esterzili dalla smania di farsi pubblicità, bensì dal fatto che un abile giornalista, Alberto Pinna del Corriere della Sera, aveva autonomamente raccolto elementi tali da provare il suo ruolo, e avrebbe comunque scritto della vicenda sul suo giornale; circa la falsità della messa in scena di Locoe, bisognerà attendere ancora alcuni giorni, il colloquio “riservato” (e registrato a sua insaputa) di Lombardini coi giornalisti Stocco e Mastrogiacomo, laddove quest’ultimo riportò subito le confidenze di Lombardini su La Repubblica attribuendole però a una fonte anonima, ma molti elementi suonavano non convincenti fin dall’inizio.
Intanto, però, sono ormai saltate fuori le intercettazioni che provano che Silvia Melis non si è affatto liberata da sola, che è stata rilasciata, che è stata “mollata” come ha detto il padre, e a questo punto sarebbe più corretto, e anche molto più decente che continuare a consentire a falsi servitori dello Stato di arrogarsi il diritto di raccontare menzogne in tribunale, ricominciare da zero le indagini; magari, invertendo anche qualche postazione sui banchi degli imputati, dove ci sono persone che non ci dovrebbero essere ed è pieno di convitati di pietra.