E tre, anzi, e quattro!! Dopo Giovanni Gaddone e Pietro Paolo Melis, seppelliti dietro le sbarre per trent’anni perché giudicati colpevoli di un delitto, il sequestro-omicidio della povera Vanna Licheri, dal quale sono stati da più parti, autorevolmente (come ad esempio dall’ex Ministro della Giustizia Oliviero Diliberto) ritenuti innocenti, e che pagano il fio di dovere essere incastrati per coprire ben altre responsabilità, è giunto, grazie al solito mansueto avallo della Cassazione (ai cui giudici, molto meno autorevoli che in passato, hanno insegnato bene che chi non avalla i teoremi dei PM fa la fine di Corrado Carnevale) ha avallato la sentenza pronunciata in primo grado dalla Corte d’Assise di Cagliari (presieduta dal comunista Sandro Lener, con a latere altro giudice comunista, non ricordiamo se la Ornano o Gatti), poi confermata in appello (non vorremmo dire un’inesattezza, ma forse presiedeva o componeva il collegio la pasionaria comunista Fiorella Pilato, erede del troppo screditato Enrico Dessì alla guida dell’A.N.M. sarda), basata su un teorema tirato fuori, quindici anni dopo i fatti, dal Pm Giancarlo Moi, esperto in omicidi, ma il cui reale ispiratore parrebbe essere stato il Pm Mario Marchetti, abituale gestore di “pentiti”, con cui Walter Camba e Adriano Peddio sono stati condannati per l’omicidio, consumato nel corso di una rapina, del gestore della rivendita di bevande “BeviMarket” allora esistente nella Via dei Donoratico di Cagliari.
L’impianto accusatorio era piuttosto fragile, come e forse più che quello che fu rovesciato dal Pm Mauro Mura, con la preziosa cooperazione dell’ex Capo della Criminalpol Antonello Pagliei, addosso a Gaddone e Melis, poiché, tanto per dirne qualcuna, il pilastro dell’accusa contro Camba e Peddio era rappresentato dalle parole di un pentito, tale Fanni, il quale si suicidò in cella lasciando per iscritto le scuse a Marchetti per tutte le fandonie che aveva raccontato, corroborate dalle dichiarazioni di altri “pentiti” dello stampo di Maurizio Cossu detto “Marocchino”, un tale che è stato da poco pizzicato dai Carabinieri perché deteneva 35 grammi di cocaina, occultati ignobilmente nel triciclo del suo bimbo.
Qualcuno ha riferito che, quando la Corte d’Assise condannò in primo grado Camba e Peddio, il Pm Giancarlo Moi si sperticò, gratissimo, a ringraziare la Corte; anche lui era convinto che gli imputati sarebbero stati assolti, come ne erano convinti i cronisti giudiziari e quelli che conoscevano almeno un poco la questione.
Ma il giudice Lener, che fu nemico giurato di Lombardini, che evitava accuratamente di salutare nei corridoi del Palazzaccio di piazza Repubblica e del quale sparlava in continuazione, evidentemente era più realista del re, e soprattutto, essendo un giudice di lunga esperienza, non dimenticava che la condanna di Camba e Peddio sarebbe stata l’occasione per scagionare definitivamente, post mortem, Aldo Scardella, colui che per primo fu accusato del delitto e si suicidò in carcere, e soprattutto per “sputtanare” definitivamente i due giudici “non allineati” che all’epoca si occuparono del caso, quali Carmelina Pugliese, per sua fortuna da tempo approdata in quel di Bergamo, e Sergio De Nicola, al quale il suicidio di Scardella rovinò la carriera e che anche dopo ha sempre dato “ombra” per la sua bravura a troppi colleghi, giungendo a doversi trasferire da ultimo a Caltanissetta.
Non ci crederete, forse, ma invece capita spesso che i giudici, almeno a Cagliari, operino anche sulla base di queste ruggini e di questi rancori: eppure si è giunti spesso, per fare l’esempio opposto, ad assolvere persone smaccatamente colpevoli solo per fare dispetti ai Pm che sostenevano l’accusa, ma si giunge tranquillamente, sulle stesse basi, anche a condannare. Credeteci, credeteci …
Quanto ai poveri condannati, a quanto pare Walter Camba, già proprietario di un bar che si è dovuto vendere per pagare le pesanti parcelle degli avvocati, che per quanto abili nulla hanno potuto contro quel muro di gomma giudiziario, con estrema dignità si è regolarmente presentato in carcere, anziché fuggire in Francia come poteva fare, dato che la legge francese non consente di perseguire i reati per i quali le indagini si siano interrotte per oltre dieci anni, come in questo caso. Peddio invece è al momento irreperibile, forse sarà in Corsica, forse si costituirà.
Abbiamo il massimo rispetto per la Cassazione, che comunque ha poteri di intervento limitati sulle valutazioni sballate delle prove da parte dei giudici di merito; tuttavia ci auguriamo ardentemente, come per i casi Gaddone e Melis, che anche per questo caso vengano prima o poi fuori nuovi elementi, e si possa imbastire un serio processo di revisione che levi a Camba e Peddio (e con loro ai giudici De Nicola e Pugliese, almeno quella che sul piano morale è stata cucita loro addosso col contributo di certi colleghi) la patente di assassini. Perché noi non siamo tanto convinti che siano colpevoli, e quando sappiamo che un possibile innocente langue in galera ci perdiamo il sonno di notte, non come certi giudici …
| Pagina salvata in remoto su web.archive.org |